venerdì 1 marzo 2013

Curiosità Romagnole

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Il confine fra Emilia e Romagna

romagnaÈ sul Sillaro, a Castel San Pietro che passa il confine fra la Romagna propriamente detta e il bolognese. Una prova che la divisione esiste? Eccola: Esci da Bologna lungo la via Emilia e vai dalla parte di Modena. Entra da un contadino e domandagli da bere. Ti da un bicchier d'acqua. Esci da Bolo­gna lungo la stessa via Emilia e vieni verso Imola. Entra da un contadino, fagli la stessa domanda e ti darà un bicchiere di vino. In Romagna il vino non si chiama vino. Si dice e' bé, cioè il bere per antonomasia.

Il carattere dei Romagnoli secondo lo psichiatra G. Ferrerò (1893) 

Il Romagnolo ricorda, per molti tratti del suo carattere, il cittadino del Comune medioevale.
I Romagnoli sono voraci mangiatori dotati di stomaci formidabili, amanti dei pranzi succulenti e delle buone libagioni, non meno attivi nelle funzioni amorose, come testimoniano i matrimoni spesso celebrati in età molto giovanile e, non di rado, per legalizzare nozze già consumate di fatto.
Il linguaggio rozzo e triviale, modi brutali, tendenza agli scherzi grossolani, suscettibilità traducentesi nel frequente ricorso alla violenza muscolare, impulsività sono tutte espressioni di una certa primitività, tanto spontanea quanto incontrollata.
Non mancano tuttavia, le qualità francamente positive: il coraggio personale, la laboriosità, il vivo senso dell'ospitalità, il carattere franco, aperto, allegro. 


La Romagna nella Divina Commedia

Inferno canto XXVII 37 - Dante quando gli viene chiesto dal Conte Guido di Montefeltro di dargli nuove di Romagna risponde:

Romagna tua non è, e non fu mai
Senza guerra nè cuor de' suoi tiranni,
Ma palese nessuna or ven lasciai.

I signori di Romagna hanno sempre la guerra nei loro desideri; ma, al presente, non ve ne sono in atto. Nell'aprile 1300, a Castel S. Pietro, si era giurata la completa pacificazione della Romagna.


La Caveja 

cavejaCavicchio di ferro che infisso nel timone del carro agricolo impediva al giogo di scivolare all'indietro.
La Caveja ha gli anelli in ferro battuto e nella parte superiore risulta appiattita e lavorata con fregi o simboli, adornata da grosse anelle che con il movimento tintinnano.
Da questa particolarità la denominazione caveja cantarena in omaggio anche all'anima canterina della Romagna. E' universalmente riconosciuta come "simbolo" della Romagna. 




E Carr (il carro)

carroIl carro agricolo Romagnolo ha quattro grandi ruote, è dipinto con fiori, le figure di S. Antonio patrono degli animali, San Giorgio, San Giorgio che uccide il drago e in alcune località del Forlivese con l'immagine della Madonna del fuoco. Sul timone del carro vi si trova la "caveja".

Nelle zone centrali e meridionali, il carro è diverso, meno massiccio, con sole due ruote, fornito di fiancate a spalliera.
E carador, o carradore, era un artigiano che costruiva e riparava i carri e naturalmente tutti gli attrezzi agricoli.


E' Mazapégul, detto anche Mazapégur, Mazzapedar, Mazapigur 

Spiritello o folletto che si aggira nei boschi Romagnoli.
E' alto più o meno come uno gnomo, ha la faccia simpatica e furba e si caratterizza dal tipico copricapo rosso.

Spiritello maligno che si diverte a far dispettimazapegul ai contadini nelle stalle e, secondo la tradizione si innamora facilmente delle giovani donne che ogni notte visita nelle loro stanze posandosi loro sul petto per rendergli il sonno affannoso.
L'unico modo per fermarlo è quello di rubargli il berrettino rosso che è solito lasciare sul pozzo.


Sant'Antonio - 17 Gennaio 

In questo giorno il prete si recava a benedire le stalle portando un pane biscotto.
A questa giornata erano inoltre legati questi detti:

Per S. Antogne un'ora bona - riferito alla durata del giorno che continua a crescere
S. Antogne da la berba bienca sun la j ha us la fa; o sun la fà poc u j aménca - riferito alla neve (se non l'ha la fa, e se non la fa poco ci manca) 


La Zvulera - notte fra il 24 e il 25 gennaio

cipollaNella notte fra il 24 e il 25 gennaio era usanza esporre in luogo riparato ed esposto verso il tramonto 12 mezze cipolle scavate nel mezzo ed indicando in ciasuna di esse un mese dell'anno.
All'indomani mattina si osservavano le cipolle e vi si leggevano le previsioni del tempo, quelle aciutte indicavano un mese con tempo buono, quelle umide o ripiene di acqua di contro indicavano mesi piovosi o comunque tempo umido e incerto.


I giorni della merla,  29-30-31 gennaio 


Secondo una leggenda romagnola una volta la merla aveva le piume bianche e durante il mese di gennaio stava nel suo nido senza mai uscire per paura del freddo.
Verso la fine del mese vedendo apparire il sole uscì dal nido credendo che fosse arrivata la primavera.
Gennaio allora, per farle dispetto, mandò negli ultimi tre giorni del mese un freddo tanto intenso che la merla per non morire dovette introdursi in un camino fumante.
La merla si salvò, ma le sue piume d
a bianche divennero nere per il fumo del camino e rimasero di quel colore per sempre. 


La candelora - 2 febbraio 

Uno dei giorni che veniva osservato per prevedere la fine dell'inverno, un detto molto noto recita:

Per la candelora o ch'u piov, o ch'u neva da l'invern sem fora,
ma s'un piov quaranta dé dl'invern avem ancora.

Per la Candelora se piove o nevica dall'inverno siamo fuori ma se non piove abbiamo ancora quaranta giorni di inverno

La durata residua dell'inverno varia, secondo le località, da un mese fino a quaranta giorni circa. 


Lom a Mèrz (lumi a marzo), 26-27-28 febbraio e 1-2-3 marzo 

Molte sono le località dove si tramanda questa usanza che ha origini Celtiche.

Per le campagne, sulle colline, ma anche in molte piazze cittadine verso sera si accendono fuochi propiziatori per fare lume alla primavera in arrivo.
In alcune località gli ultimi tre giorni di febbraio sono anche conosciuti come "i dè dla canucéra". Secondo la tradizione si credeva che in questi giorni vi fosse un'ora sconosciuta a  tutti in cui ogni cosa riusciva male.
Nelle campagne in questi giorni i contadini se ne stavano senza far nulla per paura che andasse loro a male il futuro raccolto.


San Giuseppe - 19 marzo 

La sera precedente in tutta la campagna si accendono fuochi, si spara e si fanno botti.
Per le donne ingraziarsi il Santo vuol dire allontanare il pericolo di avere un seno piccolo, di esse si dice che il falegname San Giuseppe vi è passato con la pialla, di conseguenza "la fugaraza grosa la fa cres al teti"


Il ritorno del cuculo (aprile) 

L'inizio della buona stagione era annunciato dal canto del Cuculo (uccello migratore che sverna in Africa) , che doveva arrivare entro l'8 del mese, in caso contrario la stagione non prometteva niente di buono.

Se l'ot d'avril un sé sentì canté e choc
o ch l'é mort o ch l'é cot.

Se l'otto di aprile non si è sentito cantare il cucolo, o che è morto e che è cotto.
Inoltre se al primo canto del cuculo non si aveva almeno una moneta in tasca, l'annata si preannunciava carica di ristrettezze economiche. 


Santa Croce - 3 maggio

(Santa Cros) In questa giornata era uso mettere nei campidi grano e nelle vigne una croce in canna sulla quale veniva legato un ramoscello di ulivo, per scongiurare il pericolo della grandine.
Sempre in questa giornata si dava inizio alla tosatura delle pecore (Per Senta Crosa, pigra tosa)


San Barnaba - 11 giugno

Giornata importante per prevedere la vendemmia, secondo un detto del Forlivese se "piov par San Barnaba l'uva bianca la s'in va, se piov matena e sera us in va neca la negra"
Se piove per San Barnaba l'uva bianca se ne va, se piove mattina e sera se ne va anche la nera. 


San Giovanni - 24 giugno

Secondo una credenza probabilmente di origine Celtica, la notte di San Giovanni è possibile vedere negli incroci delle stradine di campagna le streghe che si recano al grande Sabba annuale.
La notte che precede il 24 giugno si crede che avvengano meraviglie e prodigi ed è detta "la notte delle streghe".


San Martino - 11 novembre 

In questa giornata si concludeva l'annata agricola, si chiudevano definitivamente i contratti e aveva inizio il periodo invernale.
San Martino è però ricordato anche quale protettore dei mariti traditi (San Marten dj bech), e a Sant'Arcangelo di Romagna si celebra tuttora l'antica Fiera dei Becchi, famosa in tutta la Romagna.


Santa Bibiana - 2 dicembre

Questo giorno nella credenza popolare era ritenuto importante per le previsioni del tempo nelle successive settimane dell'inverno.
Se pioveva o nevicava, si diceva che avrebbe continuato così per settimane, e viceversa se c’era il sole.

Par Sènta Bibìena iè quarenta dè e una stmèna.


Santa Lucia - 13 dicembre 

Dimenticando la riforma Gregoriana del calendario che ha portato il solstizio invernale al 22 dicembre, in tutta la Romagna si continua a dire:

Sénta Luzìa l’è e dè piò curt ch’us sia
S. Lucia è il giorno più corto che ci sia.


Inoltre la credenza popolare riteneva che nella notte di Santa Lucia gli animali acquistassero la momentanea facoltà di parlare.


La volpe 

La volp la n'ha gnit da imparê, mo la coda la s'fa taiê
La volpe non ha nulla da imparare, ma la coda si fa tagliare.


Detto popolare a monito di chi crede di essere più furbo degli altri.


La Pasquella (Epifania) 

befanaTradizione radicata specialmente nei paesi di collina e montagna. La notte dell'Epifania e la mattina del 6 gennaio gruppi di uomini e donne travestiti da Befana (i Befanotti) passano di casa in casa cantando stornelli in rima di origine Natalizia o satirici sulla vita dei paesi. Il padrone di casa è solito offrire loro vino, ciambella e dolci.


domenica 10 febbraio 2013

I leggendari "Momix" debuttano in Romagna!


La compagnia di danzatori di Moses Pendleton ha iniziato il tour mondiale proprio dalla Romagna, ed esattamente dal Teatro Alighieri di Ravenna, tutto esaurito dal 5 fino ad oggi. Vistosi sconti per i ritardatari che sono andati a comprare il biglietto proprio all'ultimo momento, e comunque (pochi) soldi spesi davvero bene. Questa è una piccola clip ADN-Kronos con Pendleton in persona e alcune brevi fasi di "Alchemy", la sua nuova creazione. Godetevela.


mercoledì 9 gennaio 2013

Cominciamo bene...


CESENA. E’ caccia a chi ha buttato via la pasta destinata ai meno abbienti. In attesa di conoscere l’identità di chi aveva ricevuto in consegna quelle derrate alimentari, Comune ed associazioni di volontariato fanno il punto.

Il caso è quello del ritrovamento di una trentina di chili di pasta di grano duro marchiata Ue. Si tratta di alimenti destinati dall’Europa in aiuto a chi ne ha più bisogno. Scadevano nel 2015. Eppure erano stati gettati in un cassonetto dell’immondizia. Anche il Comune adesso si è messo all’opera per capire cosa sia effettivamente accaduto. Il tutto è stato trovato in un cassonetto dalla consigliera comunale di Cesena 5 stelle Natascia Guiduzzi. Ieri mattina l’assessore alle Politiche per il Benessere dei cittadini Simona Benedetti ha contattato tutte le associazioni che, nell’ambito del Tavolo Povertà, si occupano della distribuzione di alimenti alle famiglie bisognose seguite dai Servizi Sociali del Comune. Inoltre per la mattinata di oggi ha convocata una riunione urgente del Tavolo Povertà per continuare a valutare congiuntamente l’accaduto. «Siamo rimasti sconcertati da questo ritrovamento - commentano il sindaco Paolo Lucchi e l’assessore alle Politiche per il Benessere dei cittadini Simona Benedetti - e ci auguriamo che si riesca a far luce sull’accaduto, perché pur non essendo direttamente coinvolti, attribuiamo grande importanza all’attività di distribuzione degli aiuti alimentari e la seguiamo con grande attenzione. Dalle associazioni cesenati del Tavolo Povertà che distribuiscono direttamente gli aiuti alimentari, sappiamo che l’organizzazione generale è complessa: presso il Banco alimentare regionale sono accreditati una trentina di enti del nostro territorio, mentre alcuni altri ricevono derrate a scopo benefico anche dall’Agenzia dell’Unione Europea che produce la pasta ritrovata. Ci pare improbabile che le confezioni ritrovate siano state gettate da una singola famiglia. Si tratta infatti, come ha riferito la consigliera Guiduzzi, di un quantitativo di pasta consistente (circa 30 kg), tutta della medesima specie (penne) e con la medesima data di scadenza (2015), mentre le associazioni del tavolo Povertà confermano che ogni famiglia riceve al massimo 2 kg di pasta a consegna e che ogni volta si cerca di dare diverse tipologie di pasta, cercando di smaltire prima le confezioni con scadenza più vicina. Crediamo in ogni caso che il nostro sistema di distribuzione degli aiuti sia efficiente e serio e cogliamo l’occasione per ringraziare le decine di volontari che ogni giorno dedicano tempo ed energie per contrastare la povertà. Ci auguriamo che si riesca a capire in fretta cosa è accaduto veramente, ma già da ora lanciamo un appello perché ciò non scalfisca la fiducia nelle collette alimentari che tradizionalmente coinvolgono migliaia di famiglie della nostra città in una bellissima gara di solidarietà».



(dal Corriere di Romagna)

lunedì 31 dicembre 2012

Presepe di sabbia a Marina di Ravenna





Terminiamo il 2012 con la visita e il relativo filmato al Presepe di sabbia di Marina di Ravenna, nato da pochi anni ma che richiama già scultori e artisti da varie parti del mondo. Il video risale a ieri pomeriggio, complice una luminosa e tiepida giornata, che ha visto le spiagge della località rivierasca gremite di persone di tutte le età, con figli, nipoti e animali al seguito. Persino un solitario cavaliere, che apre la carrellata di immagini. A tutti i lettori ed estimatori di questo blog un sincero augurio di buon 2013. 

mercoledì 26 dicembre 2012

"LA BROJA"







Entrata a pieno titolo nelle commedie "classiche" del teatro dialettale romagnolo, "La Broja" (un tipo di erba palustre), è stata scritta negli anni '60 dal commediografo ravennate Bruno Gondoni, per celebrare l'impresa dei braccianti romagnoli che nel 1883 furono inviati a bonificare le foci del Tevere, favorendo così l'edificazione di Ostia moderna. Per altri particolari si rimanda alle didascalie all'inizio del video, la cui qualità non è ottimale, e di questo ce ne scusiamo. 

domenica 9 dicembre 2012

Benigno Zaccagnini, cent'anni dopo



A cent'anni dalla nascita di Benigno Zaccagnini, faentino, segretario della Democrazia Cristiana dal 1975 al 1980, e infine scomparso a Ravenna nel 1989, dove abitava già da ragazzo, riportiamo questa intervista con Romano Argnani, che fu suo collaboratore per cinque anni quando era dirigente centrale dell'ufficio problemi del lavoro e dal 1974 consigliere nazionale della DC.

Quando ha conosciuto Benigno Zaccagnini?

Nell'immediato dopoguerra. All'epoca abitavo nel forese e ricordo che Benigno veniva spesso a Mezzano per dialogare coi giovani. Lo chiamava il cappellano Don Pippo, che era poi suo fratello.

Cosa lo colpiva del suo carattere?

La sua bontà e il suo equilibrio. Non l'ho mai sentito parlar male di nessuno. Era nel suo intimo. E poi quella sua capacità di riuscire a smorzare i toni e mettere d'accordo le parti avverse.

Ricorda qualche episodio particolare?

Una volta eravamo a Conselice, in una non facile riunione di Partito nel corso della quale si era accesa una vivace discussione fra le correnti di destra e di sinistra. La destra ad un certo punto si mise a cantare addirittura "Giovinezza", mentre la sinistra rispondeva con "Bella ciao". Benigno, nel tentativo di mettere d'accordo tutti, intonò una canzone in dialetto romagnolo!

Che ricordi ha dei tanti viaggi compiuti insieme a lui?

Bè, quando si andava via in macchina voleva guidare lui perchè gli piaceva molto. Con noi viaggiavano spesso il suo inseparabile amico Giordano Mazzavillani (grande poeta in dialetto ravennate, ndr), e il professor Santacroce. Quando c'era Giordano il clima era molto allegro, perchè era tutto un raccontare di fatti romagnoli molto coloriti, o barzellette. Con Santacroce invece si parlava soltanto di politica.

La città sta celebrando la sua figura, in occasione del Centenario della nascita. Quali aspetti si possono sottolineare?

Spesso si diceva che Zaccagnini non s'interessava dei fatti della sua città, ma questo non è assolutamente vero. Se Ravenna ha avuto l'Anic lo si deve in gran parte a lui che interessò al problema Enrico Mattei e l'allora ministro Medici. E pensiamo al porto, per il quale Benigno si adoperò per finanziarne le infrastrutture. Anche la bretella autostradale che da Imola raggiunse la città nel 1966, togliendola in parte da un secolare isolamento, fu possibile grazie ai suoi sforzi.

Zaccagnini s'interessò anche della delicata questione dell'aeroporto militare.

Sì, in un primo momento si pensava di costruire l'aeroporto nelle vicinanze della Basilica di Classe, ma Don Mesini fece capire che il rombo degli aerei avrebbe danneggiato la Basilica. La Nato, allora, propose di costruirlo nella zona dove poi sarebbe stata edificata l'Anic, e fu allora che Zaccagnini convinse il ministro Taviani di spostare il progetto a Pisignano di Cervia, dove poi venne realizzato.

Cosa le è rimasto dell'insegnamento di Zaccagnini?

Il ricordo di un vero democratico. Lui ascoltava molto la gente e anche all'interno del Partito non imponeva mai le sue decisioni. Voleva che emergessero dalla "base", anche quando erano diverse dalle sue.

Durante i vostri viaggi, quando non parlavate di politica, di cosa parlavate?

Del più e del meno. Benigno era un uomo silenzioso, meditativo, e un uomo di grande fede che spesso chiudeva le chiacchiere invitando a recitare il Rosario.

Benigno Zaccagnini partecipò alla Resistenza in una formazione cattolica col nome di battaglia "Tommaso Moro", il vescovo scozzese famoso per aver scritto, trecento anni prima di Proudhon, che "la proprietà privata è un furto". Dopo la guerra sposò una ragazza di quel gruppo, di cui era una delle staffette.



mercoledì 28 novembre 2012

Marco Pantani, l'ultimo ribelle





Questa intervista fu realizzata da Gianni Minà a casa di Marco Pantani subito dopo la sua forzata esclusione dal Giro d'Italia nella tappa di Madonna di Campiglio il 5 giugno del 1999, per un valore leggermente alto di ematocrito, un valore la cui variazione è dovuta a mille cause. Ciò fece scoppiare il "caso Pantani": lo andarono a prendere addirittura i carabinieri, nemmeno fosse stato un mafioso pericolosissimo. Sei mesi dopo l'esame fu ritenuto nullo, e Marco ritornò a correre, ma ormai il danno era fatto. Vinse ancora due tappe di montagna al Tour de France del 2000, poi la lenta discesa verso gli inferi, la droga, e la tragica fine in quel maledetto giorno di San Valentino del 2004. Aveva appena compiuto 34 primavere. Questa vicenda è narrata nell'ultimo spettacolo del TeatrodelleAlbe di Ravenna, scritto dal regista e drammaturgo Marco Martinelli, eterna anima (che Iddio ce lo conservi a lungo) del fu Teatro dell'Arte Maranathà, poi Linea Maginot, poscia Albe di Verhaeren ed infine Teatro delle Albe inserite però nel contesto di Ravenna Teatro, ove sono presenti anche numerosi giovani attori che Marco è riuscito a formare grazie a vari corsi e laboratori tenuti nei licei della città già a partire dalla fine degli anni Ottanta. Lo spettacolo è in scena fino al 2 dicembre al Teatro Rasi di Ravenna, ma poi andrà in tournèe e, consiglio spassionato, andatelo a vedere ovunque lo vediate in un qualsiasi cartellone, di una qualsiasi città. Lo spettacolo è un atto d'accusa potentissimo contro gli intrighi inestricabili fra le lobby (o se volete, le mafie) delle case farmaceutiche e le associazioni sportive dalle più piccole alle più grandi e potenti, che tuttora sono lì, sono sempre quelle, e fanno il bello e il cattivo tempo. Tutti sanno ma tutti tacciono o fingono di non sapere, tranne poi scagliarsi contro il capro espiatorio di turno, che in questo caso fu Marco Pantani da Cesenatico. Nello spettacolo gli immarcescibili Ermanna Montanari e Luigi Dadina danno corpo e voce ai genitori di Pantani, mentre nel sottofondo appare in forma cantata e poetica la figura del nonno Sotero (che in greco significa "Salvatore"), una tipica figura di vecchio anarchico romagnolo, dai forti valori ancorati alla terra. Marco Pantani, come viene detto alla fine del lungo spettacolo (oltre tre ore, ma passate bene) non era certo un rivoluzionario, ma un ribelle sì, e i ribelli spesso sono molto forti fisicamente ma fragili interiormente. Lo hanno voluto distruggere perchè era il più forte, e in una società di mediocri e di falsi come questa, uno come lui era scomodo. Compì imprese dal sapore antico: scalate in mezzo alla tormenta, distacchi biblici rifilati agli avversari, rimonte impossibili, e tutto questo in un contesto di incidenti e infortuni che hanno dell'incredibile. Alla Milano-Torino un SUV entrò nella corsia dei corridori e lo centrò in pieno, facendolo restare fermo un anno. La causa per il risarcimento danni andò persa, perchè il Comune di Torino non volle pagare i 10 miliardi chiesti come indennizzo. Appena ripresosi fu coinvolto in una caduta provocata addirittura da un gatto grigio. Nonostante questo nel 1998 riuscì nell'accoppiata Giro d'Italia-Tour de France, cosa riuscita a pochissimi campioni. Lo spettacolo è quindi a metà fra narrazione (con magnifici inserti filmati, a volte strazianti e a volte però anche molto divertenti, perchè Marco era uno che sapeva ridere e divertirsi), inchiesta giornalistica, con sottofondi suonati dal vivo alla fisarmonica e cori greci recitati o cantati, che tratteggiano alcune fasi salienti del racconto o fanno da trait d'union alle varie parti. Teatro Rasi pieno, nonostante il nubifragio di ieri sera sulla città, insomma, una bella serata rubata a Ballarò o ad altre amenità televisive. Degli attori nulla da eccepire: li conosco da decenni e sono perfetti. La scrittura di Marco Martinelli (che conosco da oltre trent'anni) è sempre la solita, poetica quando serve e netta e chirurgica quando ci vuole. Un testo il cui scopo è quello, nemmeno nascosto, di far ripartire le indagini sulla morte di Marco Pantani, che nel 2004 furono chiuse in modo frettoloso e con modalità a dir poco sconcertanti. I genitori e la sorella di Pantani, infatti, sono ancora lì e non riescono a darsi pace fino a che non verrà scritta una parola definitiva su questa incredibile vicenda, una parola che riabiliti l'uomo e il campione, che restituisca pace a loro e al loro caro. Ma conoscendo questo Paese non c'è da farsi illusioni: da Giuseppe Pinelli in poi i misteri e le morti sospette sono destinate all'insabbiamento ed infine all'oblìo. Ci sarebbe molto altro da dire, per cui rinnovo l'invito ad accorrere a vedere questo spettacolo ovunque voi siate, e magari dopo ad incavolarvi ancora di più contro le classi dirigenti che ci stanno portando allo sfacelo, in ogni settore.