lunedì 22 luglio 2013

Raul Gardini, vent'anni dopo...


La Cassazione respinge la revisione del processo Panzavolta, ex ad della Calcestruzzi condannato per aver favorito i boss. La sentenza riporta in primo piano i rapporti tra Gardini e Cosa nostra.


Da uomo di fiducia di Raul Gardini e da alto dirigente della Calcestruzzi, Panzavolta interviene personalmente su un’impresa per “indurla a ritirarsi dalla partecipazione della gara”. Sul piatto c’è l’appalto per la strada provinciale San Mauro-Castelverde-Gangi. Di più: scende a Roma per la spartizione dei lavori della tonnara di Capo Granitola (Trapani). Tra le società presenti anche la Reale, impresa riconducibile a Totò Riina attraverso “prestanomi”.

Insomma Lorenzo Panzavolta, ravennate, classe ’22, tra gli anni Ottanta e Novanta, è uno dei protagonisti nella spartizione illecita degli appalti siciliani, mettendo “il proprio ruolo al servizio degli interessi mafiosi”. Lo scrive la Corte d’appello di Palermo nel 2008, lo ribadisce oggi (questo articolo è del 2012, ndr) la seconda sezione penale della Cassazione presieduta da Antonio Esposito che respinge così la revisione del processo chiesta dallo stesso ex dirigente della Ferruzzi.

Il documento depositato il 26 luglio scorso timbra con certificazione storica un dato acquisito già in alcune sentenze: una delle più grandi industrie italiane, la Ferruzzi di Gardini, non solo ebbe rapporti con Cosa nostra, ma soprattutto ne favorì gli interessi.
Ma per una verità acquisita, le parole dell’alta Corte riaprono una partita (siciliana ma non solo) archiviata velocemente e che per molto tempo è stata descritta come la chiave di volta per interpretare gli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel mirino il dossier “mafia-appalti” depositato (per la sua prima stesura) nel 1991 dal Ros del generale Mario Mori. Informativa esplosiva, liquidata troppo in fretta e quindi svaporata tra le carte della trattativa, soprattutto dopo che l’ufficiale dei carabinieri è stato coinvolto e indagato nell’inchiesta.

Eppure quelli (1985-1991) sono anni ruggenti. Da nord a sud. E se a Milano, prima la Duomo connection e poi Mani Pulite danno la stura agli intrecci tra mafia-impresa-politica, a Palermo Salvatore Riina traghetta la sua organizzazione “da una fase parassitaria a una fase simbiotica con la grande imprenditoria”. I giudici d’Appello fotografano così l’evoluzione voluta dal cda di Corleone.

Siamo nel 1988. Un anno prima 360 presunti mafiosi vengono condannati a complessivi 2.665 anni di carcere. E’ il primo grado del maxi-processo che mette in archivio l’epopea di una mafia ancora rudimentale. Parassitaria appunto e che entra nel mondo dell’edilizia attraverso i subappalti o il pizzo. Dalla metà degli Ottanta cambia tutto. “La mafia – scrivono i giudici di Caltanisetta – inizia a a gestire direttamente l’aggiudicazione degli appalti a imprese a lei vicine”. Non solo: “Cosa Nostra, si inserisce a tappeto nella gestione dei lavori conto terzi e nei subappalti, applicando il pizzo sul pizzo, cioè decurtando le tangenti dirette ai politici dello 0,80%”.

In quel momento la Sicilia viene invasa dai finanziamenti pubblici. C’è da spartirsi una bella torta. Ai nastri di partenza si presentano “due organizzazioni criminali”. La prima è Cosa nostra e il suo referente è Angelo Siino. La seconda è composta da un comitato d’affari che tiene dentro imprenditori e politici. In questo caso a far da tessitore e da ufficiale pagatore di tangenti è l’imprenditore Filippo Salamone e questo, scrivono i giudici d’Appello, grazie “alla sua linea diretta con il presidente della Regione Nicolosi e ai suoi legami con Calogero Mannino”. Si tratta dei due politici che, stando alla ricostruzione della corte, in quel momento contano di più. Su uno di loro, Mannino, pesa oggi la richiesta di rinvio a giudizio nell’ambito dell’indagine palermitana sulla trattativa tra Stato e mafia.

Totò Riina, però, non si accontenta. Il timore che il maxi vada a sentenza definitiva (come sarà) è alto. I dubbi sui vecchi referenti della Dc in poco tempo si trasformano in certezze. Toto u’ Curtu accelera. Primo risultato: Angelo Siino non va più bene. Si attiva Brusca. Obiettivo: trovare un nuovo referente e portare a compimento la fusione tra Cosa nostra, grande impresa e politica. Tradotto: il terzo livello. Quello che Tommaso Buscetta non volle svelare. E che Giovanni Falcone aveva in testa di raccontare proprio agganciando la partita degli appalti. L’informativa del Ros, dunque, appare decisiva. Falcone lo dice direttamente e lo fa in un incontro pubblico pochi giorni dopo il deposito della prima informativa: “Bisogna cambiare il modo di investigare”.

Se Riina fa da regista occulto, il manovratore si chiama Pino Lipari, uomo ombra del boss. Sarà sua l’idea di allargare il tavolino (definizione per indicare la spartizione dei lavori pubblici) anche alle holding del nord-Italia. Quelle che i soldi li fanno girare sul serio. Viene varato quindi un triumvirato degli appalti: c’è Salamone che prende il posto di Siino. C’è l’ingegnere Giovanni Bini della Calcestruzzi che all’epoca “faceva capo al gruppo ravennate guidato da Panzavolta”. Ma soprattutto spunta il nome di Antonino Buscemi “imprenditore mafioso della famiglia di Passo Rigano”, già in rapporti d’affari con il gruppo di Gardini. Il nome di Buscemi, anni dopo, ritornerà in un appunto di Vito Ciancimino che affianca il colletto bianco di Cosa nostra al nome di Silvio Berlusconi per aver finanziato l’affare di Milano 2.

Nei rapporti con Cosa nostra, dunque, Lorenzo Panzavolta non si sottrae e anzi con Buscemi i contatti diventano assidui. Risultato: la Calcestruzzi partecipa alla maxi-speculazione di Pizzo Sella, la magnifica montagna che sovrasta il golfo di Mondello. Uno scempio edilizio che ancora resiste e sul quale ci mise le mani la sorella di Michele Greco detto il Papa. Nel’affare entra la Calcestruzzi che, a detta dei giudici, in quell’operazione non vede una speculazione ma “un modo per favorire Cosa nostra”. Un intervento voluto dallo stesso Buscemi.

Ora alla base della richiesta di revisione del procedimento da parte di Panzavolta c’è un punto: all’epoca non era ad di Calcestruzzi ma semplice consigliere delegato. Un dato che viene definito irrilevante, visto che lo stesso Panzavolta, diventato amministratore delegato, “si era limitato a continuare l’investimento già intrapreso”.

L’uomo della Ferruzzi, condannato definitivamente a sei anni e sei mesi, sarà arrestato nel 1997. Il suo nome compare già nei verbali di Tangentopoli. Due anni prima, nel 1991, scattano le manette per Angelo Siino che inizia a collaborare. E’ la prima tranche dell’indagine mafia e appalti. Siino fa il nome di Gardini e della Ferruzzi. Due anni dopo, il 23 luglio 1993, Gardini si suicida nella sua casa milanese. Panzavolta rivelerà una telefonata ricevuta dal patron poche settimane prima. Motivo: il coinvolgimento in Mani Pulite. I giudici nisseni però non ci credono e ipotizzano che quel contatto aveva come scopo capire gli sviluppi dell’inchiesta palermitana. Ecco la lettura che nel 2000 ne diede Siino, intervistato dal Corriere della Sera. “Credo che abbia avuto paura per le pressioni sempre più insistenti del gruppo mafioso sul carro del quale era stato costretto a salire, quello dei fratelli Nino e Salvatore Buscemi, legatissimi a Totò Riina (…) Secondo me Gardini ha capito che non era più in grado di sganciarsi dall’orbita mafiosa in cui era entrato. (…) So di preciso che quando si trattò di assegnare l’appalto per la costruzione della strada San Mauro-Ganci, Nino Buscemi mi disse che il 60 per cento dei lavori doveva essere assegnato alle imprese del Gruppo Ferruzzi. E Lima mi ordinò di eseguire”.

Ma prima di Gardini, muore Salvo Lima: ucciso a Palermo nel marzo 1992. E’ il segnale: Cosa nostra cambia referenti politici. Saranno i socialisti di Bettino Craxi, ai quali lo stesso Gardini era da sempre legato. Insomma la sentenza della Cassazione su Lorenzo Panzavolta scrive l’ultima puntata del dossier su mafia e appalti. Riportando in primo piano il rapporto tra le stragi del ’92-’93 e i contatti di Cosa nostra con le grandi imprese del nord Italia.

venerdì 21 giugno 2013

La Colonna del Mare a Cervia


E' stata inaugurata il 13 maggio scorso a Cervia la "Colonna del Mare", una stele-monumento dedicata ai pescatori e alle donne della marineria cervese, ideata dal grande scrittore e poeta Carlo Nava, scomparso appena venti giorni prima a 86 anni. Promotore dell'iniziativa è stato il Circolo Ricreativo Pescatori "La Pantofla", in collaborazione col Comune di Cervia e la Coop Pescatori Luigi Penso. Immancabile all'inaugurazione il mitico skipper romagnolo Cino Ricci e, con un toccante intervento, Vittorio Nava, figlio di Carlo. Lo scrittore, che ho avuto modo di conoscere personalmente oltre vent'anni fa al suo esordio, è autore di oltre 20 opere di carattere letterario ma anche storico, molte delle quali legate all'ambiente marinaro. L'esperienza di imbarco a Cervia, da giovane, sul peschereccio di Francesco Bonaldo lo ha temprato in modo indelebile. Non casualmente una sua raccolta antologica è intitolata: "Di venti impetuosi e di leggere brezze". Carlo fu anche protagonista di alcuni incontri culturali a Cervia quali: "Storie di mare... un mare di storie" e "Tempo di (A)mare". Tra i vari riconoscimenti che lo videro primeggiare, il più gradito fu senz'altro la vittoria al Concorso Letterario indetto nel 1996 dal "Club dei Ventitrè", l'Associazione che è un punto di riferimento per tutti coloro che sono interessati a Giovannino Guareschi, l'ennesimo personaggio che elesse Cervia a sua seconda patria (e fra i tanti citiamo il premio Nobel per la letteratura Grazia Deledda e il grande comico Walter Chiari).





mercoledì 19 giugno 2013

Foto di gruppo di anarchici riminesi - 1920





by Ministero della Sommossa, Archivio di Carrara.

giovedì 6 giugno 2013

Il Vangelo (di) Secondo Casadei


Una serata elettrizzante con le musiche di Secondo Casadei (l'unico e solo, inimitabile!), eseguite da baldi giovanotti caricati a molla. Uno spettacolo assoluto!


mercoledì 29 maggio 2013

Addio al Sammarinese più famoso nel mondo



Un altro pezzo della nostra storia se n'è andato. Antonio Ciacci, in arte Little Tony, era nato a Velletri nel 1941 da genitori sammarinesi, tant'è vero che i suoi parenti abitano tuttora in frazione Acquaviva, e con la Romagna ebbe, ovviamente, un rapporto molto stretto. Ecco la testimonianza di PIO TREBBI, cantante di S. Arcangelo, che lo conobbe nei suoi anni di maggior successo.

"Era il 1970 quando partecipammo al Festival di Sanremo, io con Nevicava a Roma e lui con La spada nel cuore. E questa notizia appunto arriva come una stilettata... per fortuna ci restano le sue canzoni, che lo renderanno vivo per sempre".

Rimini lo ha applaudito in Piazzale Fellini nella notte del Capodanno 2009 trasmesso dalla RAI, senza contare i numerosissimi locali in cui si è esibito, e in particolare il MON AMOUR di Miramare, il cui patron Paolo Righetti è affranto dal dispiacere.

"Abbiamo lavorato tanti anni insieme, ed eravamo grandi amici. Nel mio locale ha cantato in diverse occasioni... era una persona umile, riservata e gentile. Tre mesi fa avevo sentito il fratello Enrico, perchè volevo organizzare la serata "Little Tony Vs Bobby Solo", dato che lui è il chitarrista di entrambi. Ma purtroppo Enrico mi disse che stava già molto male".

Fra i colleghi romagnoli ci regala il suo ricordo il cervese PIERO FOCACCIA.

"Abbiamo iniziato insieme da ragazzi. Nel 1963 eravamo al Cantagiro... non scorderò mai una bellissima notte trascorsa a chiacchierare in giro con le ragazze. Negli anni Novanta siamo entrati in finale a Una rotonda sul mare, nel 1998 sono stato da Mara Venier a Domenica In e poi sono andato nella sua sala d'incisione a Roma. Mi fa sorridere un episodio, che è stata anche l'ultima volta in cui ci siamo parlati. Ero vicino ad Ancona e stavo registrando un contributo per La vita in diretta, in pratica ero su uno scoglio e cantavo, e ad un certo punto sono scivolato in mare... bè, subito Antonio mi ha chiamato per sapere come stavo... era una persona davvero premurosa".

La sua tempra rock ha contagiato anche le nuove generazioni. Il cantante FILIPPO MALATESTA, di Verrucchio, da dieci anni ha in repertorio Cuore Matto.

"E' una versione tutta nostra, molto divertente. In realtà il testo lo scrisse Mogol (e ti pareva...) durante un viaggio in macchina. Little Tony gli aveva fornito la musica e Mogol trovò subito l'alchimia fra musica e parole. Quando fummo ingaggiati come band fissa a Roxy Bar nel 1994, lo avemmo come ospite e ci colpì tantissimo per come cantava e suonava il rock... non era Elvis, ma ci andava davvero vicino. Era un fuoriclasse assoluto".

mercoledì 22 maggio 2013

Tradizioni della mia terra (1983)


Trent'anni fa esatti Raul Casadei era in piena attività, anche se rispetto allo zio Secondo il livello era già sceso di parecchio. Raul inaugura un nuovo modo di fare liscio che, a suo dire, lo avrebbe rinnovato. Questo brano fa appunto parte di questa "linea", e, a parte la melodia molto "easy listening", il testo è pieno di luoghi comuni e buonismi a prezzo nazionalpopolare. E meno male che si era ancora nell'83, dieci anni più tardi la Lega Nord di questo brano ne avrebbe potuto fare l'inno ufficiale. E' anche da cose minime come questa che si capisce perchè oggi siamo ridotti così. Amen.


lunedì 22 aprile 2013

Edgardo Siroli, attore



Ricorre il 24 l'ottavo anniversario della scomparsa di Edgardo Siroli, attore di culto della Romagna. Un professionista autentico, che ha fatto inoltre da chioccia a numerosi personaggi che ancora oggi calpestano le tavole dei palcoscenici e che a lui devono parecchio, come, ad esempio Marco Martinelli, attuale direttore artistico di Ravenna Teatro e fondatore del Teatro delle Albe. 
Chi scrive ha potuto vederlo all'opera solo una volta, poco prima della sua scomparsa, al Cinema Teatro Moderno di Castelbolognese, mentre stava interpretando da par suo i versi immortali di Olindo Guerrini detto Stecchetti, il più grande poeta romagnolo tra la metà dell'800 e il primo Novecento. 

Ma chi era Edgardo Siroli?  Nato a Conselice nel 1940, dopo la scuola di recitazione di Bologna si trasferì a Roma dove, agli inizi degli anni '60, esordì giovanissimo nel teatro classico e sperimentale, accanto ad attori del calibro di Lea Padovani, Gian Maria Volontè, Gastone Moschin, Antonio Salinas, Carmelo Bene e moltissimi altri. Lavorò in seguito presso il Teatro Stabile di Fiume, in Austria e in Germania.


Interpretò anche vari ruoli in una decina di film fra il 1960 e il 1970, ed ebbe la fortuna di lavorare con registi come Pier Paolo Pasolini ("Accattone"), Sergio Corbucci, Carlo Lizzani ("Il Gobbo"), Vittorio De Sica, Giuliano Montaldo (L'Agnese va a morire), recitando anche con Alberto Sordi ("Il Presidente del Borgo Rosso Football club") e Totò ("I due marescialli"), anche se la sua grande passione fu e restò per tutta la sua vita il teatro.

Negli anni '70 fondò il Centro Teatrale Emilia Romagna e al ruolo di attore affiancò quello della regia, nel tentativo di portare, tra i primi, più forme d'arte sulla scena, coniugando prosa, poesia, danza, musica, pittura. Morì a Bologna il 24 aprile 2005, il giorno successivo alla prima.

Ora riposa nel cimitero di Fusignano, cittadina dove si trapiantò, e dove la famiglia ha donato alla locale ma prestigiosa Biblioteca "Piancastelli" (diretta da Giuseppe Bellosi, poeta in vernacolo nonchè grande studioso e interprete di Olindo Guerrini), ogni tipo di materiale relativo a Edgardo: copioni, recensioni, locandine cinematografiche e preziosi carteggi.