giovedì 16 ottobre 2014

Emilio Prantoni, I Tumuli di Modigliana. Da "Archeo Media".

Sicuramente i legionari romani durante la conquista e la colonizzazione di Rimini avranno avuto modo di ammirare quel panorama mozzafiato, ad esempio, salendo a Montefiore. Dalla terrazza a ridosso della rocca lo sguardo corre fino ai lidi ravennati, e il panorama dà l’idea della vastità di quella pianura ma soprattutto di una terra favorita dal sommo Giove, che “VENTUS EST ET NUBES; IMBER POSTEA. ATQUE EX IMBRE FRIGUS: VENTUS POST FIT, AER DENUO…” (...,è vento e nuvole, poi pioggia e dalla pioggia il freddo, ancora vento, di nuovo aria…), ricca di vegetazione e di acque, limitata dal mare a NE e dalla sinuosa linea delle colline appenniniche a SO da cui scendono numerosi i fiumi che con ampi meandri, fra terrapieni e zone boscose, la irrigano fino al mare.
Così dopo quella felice conquista, come l’usanza, Roma mette al sicuro quello scrigno baciato dagli dei conquistando e facendo amicizia, non con i  Galli nemici irriducibili, ma con quelle popolazioni umbre che Etruschi e Celti avevano relegato sulle montagne dell’alto corso del Savio.
La testa di queste tribù, che stazionavano nelle valli del Savio e del Marecchia, in un felice arroccamento a dominio della valle del Savio, era la città di Sarsina.
Infatti due anni dopo la conquista di ARIMINUM (268 a.C.) i Romani se ne impossessano ma soprattutto si fanno amici quel popolo, siglando un patto di federazione. La conquista della città cantata da Plinio e da Marziale: ”..rustica lactantes nec misit Sassina metas..” (...la rustica Sarsina non ha mandato i suoi formaggi a forma di cono che grondano latte), ricca di pecore, di pascoli e di latte, con associazioni e consorterie potenti e facoltose, ben evidenziato dai monumentali sepolcreti di Pian di Bezzo, comporta a Roma la celebrazione dei FASTI TRIUMPHALES (266 a.C.), elenco dei successi riportati dai magistrati in carica, nel caso i consoli Decimo Giunio Pera e Numerio Fabio Pittore.
I Celti arrivarono al di qua del Po attorno al V secolo a.C  provenienti dalla Gallia, l’odierna regione francese, dilagando nella Pianura  Padana vi si  insediano stabilmente. Erano le tribù dei Senoni, Lingoni, Boi che occupavano  aprossimativamente: i Senoni a Sud di una linea fra Brisighella e Alfonsine, i Linguoni: a Sud di una linea fra Imola e Comacchio, i Boi: a Nord di quest’ultima linea.
La scoperta di insediamenti etrusco-celtici, vicino a noi il villaggio di Monte Bibele presso Monterenzio, ha dato luogo al rinvenimento di oggetti  di cultura celtica databili al V secolo.
Dopo le ripetute sconfitte, fu rimarchevole quella del 295 a.C nel territorio del Sentino, presso l’odierno Sassoferrato, costata ai Senoni 25000 morti, che decretò il loro progressivo tramonto. La sconfitta decisiva di questo popolo, che aveva una certa egemonia sulle altre tribù galliche, si consumò presso Arezzo nel 284 a.C. A questo punto i Boi, temendo di fare la fine dei Senoni, presero le armi contro Roma ma dopo alterne vicende, con la sconfitta nel 283 presso Bomarzo e a Populonia, in Etruria, furono indotti alla pace con Roma. Dopo questi fatti, esposti molto sommariamente, seguì la conquista di Rimini e poi di  Sarsina, destinate a diventare i cardini difensivi e offensivi di quella terra che sarà l’odierna Romagna.
Forse per questioni di rancore verso i BOI, che impedivano loro di insediarsi in felici posizioni nel fondovalle e quindi per essere confinati sulle alture o per riprendersi quelle terre dalle quali erano già stati cacciati dagli Etruschi, indussero i Sarsinati a inviare Roma lamentele per continue incursioni sui loro territori da parte dei Boi, così da indurre Roma a prendere provvedimenti a favore dei preziosi alleati, senza curarsi troppo della veridicità delle accuse.
Nel 201 a.C., un anno dopo ZAMA, Cartagine doveva accettare le condizioni di resa e terminava la travagliatissima Seconda Guerra Punica, le nuove terre acquisite in Romagna salutavano il console Publio Elio  governatore, inviato da Roma, di quei territori. Ci atteniamo al racconto di Livio (StorieXXXI) da cui si può arguire la data degli avvenimenti in quanto cita indirettamente poco prima la vittoria di Zama (202a.C) e colloca i fatti che raccontiamo ”Eodem fere tempore”. Publio corre in soccorso dei federati di Sarsina inviando due legioni arruolate per l’occasione (eius causa scriptis) e aggiunge quattro coorti del suo esercito permanente, in tutto circa 10.000 uomini, dando incarico a Caio Ampio (praefectum socium) di dare una regolata ai Boi che confinavano con quei territori. Ampio,con quelle truppe un po’ “caciarone” entra nel territorio nemico attraversando l’Umbria e il territorio dei Sapini(Savio).
Dopo aver sistemato tutte le questioni con una certa facilità (prospere ac tuto), partì verso Modigliana (castrum Mutilum), luogo ritenuto acconcio per mietere il grano, quindi siamo nel mese di giugno-luglio. Ampio, forse ritenendosi al sicuro e facendo affidamento ai patti intercorsi con i Boi, non aveva provveduto a stazionare nei luoghi opportuni un congruo numero di sentinelle così i Galli sopraggiunsero all’improvviso ed assalirono con ferocia i soldati disarmati intenti alla mietitura tanto che costoro si diedero alla fuga terrorizzando anche le truppe armate nell’accampamento che furono prese alla sprovvista. Fu una vera carneficina: settemila soldati romani ci lasciarono la vita compreso il prefetto Ampio. I sopravvissuti, senza una guida, raggiunsero per strade impervie il console Publio Elio che si era mosso in loro soccorso. Il console, dopo aver stipulato un accordo con gli Ingauni Liguri e dopo aver impartito una dura lezione ai Boi nel loro territorio, ritornò a Roma, ritenendo non ci fosse altro di importante da fare in quella regione.
La ragione che ha spinto il mio interesse a questi avvenimenti è che un amico carissimo di Palazzuolo, uno di quelli che sa riconoscere un sito di interesse archeologico al fiuto come un cane da trifola, e conosce la storia locale perché la vive quotidianamente, in loco, stabilendo congetture e intuendo situazioni logistiche da sbalordire gli addetti per mestiere, mi portò a Modigliana per mostrarmi qualcosa di interessante. Da un buon punto di osservazione sulla riva del fiume Tramazzo, a monte di Modigliana, mi indicò un ripiano coltivato a erba medica, al centro, in chiara evidenza, un tumulo di qualche decina di metri di diametro. Un altro tumulo, bislungo, si intravedeva a poca distanza verso il fiume. Poi mi disse che il contadino si era ben guardato dallo spianare quel rilievo che poteva dar fastidio alla coltivazione. Infatti, quando egli era giovane aveva estirpato delle piante su quella collinetta e dal terreno rimosso erano affiorate armi antiche che si premurò di portare in Comune. Poi …il silenzio. Nessuno parla di quei tumuli, nessuno conosce quegli avvenimenti…, o fan finta di non conoscerli? Il Susini parla brevemente in “Monumenti romani in val di Marzeno” del 1957, di ritrovamenti, databili 1929/31 “di armi in ferro-punte di lance e giavellotti-, assieme ad ossa umane ed alcune monete romane, delle quali non fu conservata la descrizione, si recuperarono da due grossi tumuli del diametro di m. 50 e dell’altezza di m.8. I tumuli non vennero esplorati per intero, e permase il dubbio si trattasse di grosse sepolture, databili forse nella tarda antichità. La località si chiama tuttora-Campo dei morti”, e si arguisce si tratti della località stessa che abbiamo visitato a Pennetola.
Susini allora non ammetteva che Castrum Mutilum coincidesse con Modigliana. Fra l’altro nei pressi circola la leggenda che in un boschetto nelle immediate vicinanze siano state ritrovate armi e ossa umane e, quando qualcuno vi si reca per ”curiosare”, si alzi un vento così impetuoso da impedirvi di sostare…..
Oggi gli studiosi danno ormai per certa questa identificazione  di Castrum Mutilum con Modigliana e quindi si può legittimamente ipotizzare che quei tumuli sulle rive del Tramazzo siano costituiti dai corpi di quei soldati caduti nell’imboscata.
Questa verifica faciliterebbe anche, come Susini stesso diceva, l’identificazione anche di altri toponimi di quel periodo nelle valli contigue.
Pare che al momento siano in corso richieste agli uffici competenti per eseguire in quei luoghi scavi finalizzati alla conferma di ipotesi pregresse. Speriamo che ancora una volta” la volontà di pochi muova le montagne”!

Autore: Emilio Prantoni - emilio.prantoni1@tin.it

venerdì 10 ottobre 2014

Feste dell'800 a Modigliana, in collina tra Faenza e Forlì


Si sono svolte domenica scorsa le tradizionali celebrazioni modiglianesi, rievocanti le glorie locali, il pittore Silvestro Lega, illustre esponente della corrente dei macchiaioli, morto nel 1895, e il parroco Don Giovanni Verità, morto nel 1885, che nel 1849 aiutò Giuseppe Garibaldi nella fuga verso la Toscana durante la famosa "trafila romagnola", in cui perse la vita la sua compagna brasiliana Anita, nei pressi di Ravenna. Momenti importanti sono stati i "tableaux vivants" in cui alcune persone del posto hanno ricostruito alcuni dei più bei quadri del pittore, e l'apertura della casa di Don Verità, oggi museo garibaldino e della Resistenza. Una sala è inoltre dedicata a Pia Tassinari, altra gloria locale, famosa soprano e chiamata a duettare in alcune opere liriche con mostri sacri come Maria Callas e Toti Dal Monte. Oggi le case natali della Tassinari e di Lega, che sono confinanti, sono adornate da un marmo commemorativo. Questo video è un sunto della giornata.



Festa dedicata a Pellegrino Artusi a Forlimpopoli (Forlì)


Tra le tante feste estive in Romagna, spicca quella dedicata a Pellegrino Artusi, il noto esperto gastronomico che verso la fine dell'800 pubblicò: "La Scienza in cucina e l'arte del mangiare bene", divenuto un punto fermo per i cuochi e gli chef di tutto il mondo. Da molti anni la sua città natale, Forlimpopoli, che dista 6 km da Forlì, gli dedica una festa di tre giorni alla fine di giugno. A Forlimpopoli, fra l'altro, è nata nel 1985 la "Scuola di Musica e Canto Popolare", che tanto ha dato in questi trent'anni per la riscoperta della musica popolare contadina e ballabile proveniente da tutta Europa, e della relativa parte cantata. La Scuola ha sede nel Castello di Forlimpopoli, che fu teatro nel 1851 di una delle più famose imprese del bandito Stefano Pelloni, detto il Passatore, che in quell'occasione sequestrò gli abbienti che stavano seguendo un dramma biblico nella sala che oggi ospita il cinema e il palcoscenico per le recite, e riscosse da essi un grande bottino per la loro liberazione, dopo che la sua banda aveva imprigionato la piccola gendarmeria locale. Un paese, quindi, ricco di storia e di tradizioni, questo di Forlimpopoli. Questo filmato è una parte del concerto tenuto nell'ultima serata dell'edizione di quest'anno. Ospite d'onore Riccarda Casadei, figlia del grande secondo Casadei, in onore dei sessant'anni di "Romagna Mia", una delle canzoni italiana più famose nel mondo. Dirige l'orchestra il maestro violinista Davide Castiglia da Ravenna, tra i fondatori, nel 1981, del famoso gruppo celtico "Morrigan's Wake", sempre di Ravenna. In chiusura ascolterete la grandissima voce di Paola Sabbatani da Faenza che interpreta un brano di Rosa Balistrieri, siciliana, che fu una delle più grandi interpreti di musica popolare del nostro Paese.

venerdì 22 agosto 2014

Un altro centenario importante per la Romagna


Dopo la "Settimana Rossa", ecco in arrivo un altro centenario importante soprattutto per la storia letteraria della Romagna. Bertinoro ricorda il grande poeta dialettale Aldo Spallicci, scomparso nel 1973,  con una grande festa in occasione dei cent'anni del primo "Trebbo" della nascente nuova poesia in vernacolo romagnolo. Chi volesse partecipare troverà in rete tutti i riferimenti necessari.


martedì 24 giugno 2014

Siamo sempre più in pericolo...

 

Una notizia che avrebbe dovuto avere un grande rilievo è passata sotto silenzio; solo “Il Fatto” on line regionale l’ha riportata, poi ripresa e diffusa dal sito di PeaceLink da cui riprendiamo passi dell’articolo. Stampa locale, silenzio totale.


“Un carico di granoturco ucraino contaminato da diossina, sostanza altamente tossica e cancerogena di oltre ventimila tonnellate di mais sono arrivate a marzo al porto di Ravenna destinate ai mangimifici e agli allevamenti italiani”. È la denuncia che arriva dal sito d’informazione PeaceLink, e che trova conferma in ambienti sanitari e al ministero della Salute. Secondo quanto appreso dal fattoquotidiano.it, l’11 giungo, infatti, l’Ausl della Romagna ha attivato il sistema di allerta rapido, denominato rasff, per una partita di grano con un livello di sostanze dannose pari a circa quattro volte i limiti di legge. Una procedura che comporta l’immediato blocco delle merci e degli alimenti, uova, carne e latte, provenienti da animali a rischio. Così da ridurre al minimo il pericolo per i consumatori.
Ricostruendo il percorso del grano intossicato, si scopre che la nave, denominata Tarik-3, parte a inizio marzo da Illychevsk, uno dei principali snodi portuali di quella che spesso viene soprannominata “il granaio d’Europa”, ossia l’Ucraina.



Sulla nave Tarik-3 ci sono poco più che 26 mila tonnellate (di cui 20 mila commercializzabili) di grano a uso zootecnico.  Passa la frontiera e arriva a Ravenna, dove il 5 marzo cominciano le operazioni di sbarco, che termineranno 6 giorni dopo.  A giugno poi il carico, esportato da una società svizzera e comprato da una srl di Ravenna, viene smistato in due magazzini, mettendo in moto 900 camion.
Ma a quel punto i monitoraggi del servizio sanitario locale sono già partiti. Il 15 maggio infatti viene prelevato un campione e finisce nei laboratori della sede bolognese dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna.
Lì vengono avviate le analisi. E i risultati evidenziano un livello di intossicazione parecchio superiore ai valori minimi consentiti. Entrando nello specifico, si tratta di 2,92 nanogrammi di diossine e furani per chilogrammo, contro un limite fissato a 0,75.
Da qui l’attivazione del sistema di allerta comunitario (Rapid alert system for food and feed), che consente di notificare in tempo reale i rischi per la salute pubblica legati ad alimenti, mangimi e materie prime, e permette di informare tutti gli stati membri. Nel caso del granoturco ucraino il grado di rischio è elevato: viene classificato come “allerta,” che è il livello massimo. Detto in altre parole, significa che il prodotto comporta un grosso pericolo per la salute del consumatore, perché è già in commercio e già nel circuito degli allevamenti.
“È un fatto molto grave, perché bastano poche settimane per contaminare un animale” è il commento di Alessandro Marescotti, presidente di PaeceLink, che il 19 giungo ha mandato un appello al governo per fare chiarezza sulla vicenda e sulla reale dimensione del rischio.
Per questo ora il carico, rintracciato e bloccato, non può essere diffuso, né venduto. E non è escluso che, nei prossimi giorni, le analisi sul mais ucraino realizzate dall’Ausl arrivino anche sul tavolo della Procura.
“Servono controlli obbligatori e verifiche più stringenti” spiega ancora Marescotti. “Noi da tempo parliamo della necessità di creare un marchio Dioxin free, proprio come quello Ogm free. Darebbe la possibilità alle aziende di certificare i propri prodotti come liberi da diossina, che è una sostanza cancerogena, trasmissibile da madre a figli, e che entra nel nostro corpo quasi esclusivamente con l’alimentazione”.
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Certo che se i controlli al porto di Ravenna vengono effettuati dopo che i prodotti sono già stati scaricati e portati a destinazione, diventa difficile il blocco, in caso di irregolarità…

Per saperne di più vedi anche : http://www.peacelink.it/ecologia/a/40285.html

lunedì 23 giugno 2014

Il calcio Ribelle











Sicuramente molti sanno della promozione in serie A del Cesena, dopo gli spareggi playoff col Modena e con il Latina, ma pochi sanno di un autentico miracolo, avvenuto a cavallo fra le province di Ravenna e Forlì. Castiglione di Ravenna è infatti una frazione del Comune di Ravenna che conta circa 950 residenti, bagnata dal fiume Savio che scende da Cesena e che la divide con la cittadina gemella di Castiglione di Cervia. Ebbene, la locale squadra di calcio, inclusa nel girone dilettanti di Eccellenza, ha terminato la stagione regolare a pari punti con la Sammaurese di San Mauro Pascoli, a circa venti chilometri di distanza. Da notare che nello stesso girone militavano squadre di città quali Ravenna e Faenza. Lo spareggio si è disputato quindi a Forlì, e a sorpresa la vittoria (1-0) è andata proprio alla squadra ravennate, che il prossimo anno sarà l'unica squadra dell'intera provincia a disputare un campionato semiprofessionistico. Sì, perché da quest'anno, causa la crisi, la FIGC ha deciso di ritornare all'antico, eliminando la serie C2. In pratica vi saranno serie A, serie B, serie C, serie D, eccetera. Per una frazione di nemmeno mille persone è quindi un grande onore militare in quarta serie, e doversi misurare con squadre nobili decadute, come l'Imolese o il Rimini, e dover anche affrontare trasferte fuori regione per la prima volta nella sua storia. Grande entusiasmo quindi per questa squadra, la Ribelle, ritratta in questa foto dopo lo spareggio di Forlì.
Anche Forlì comunque gode. Dopo trentatré anni ritorna in terza serie, vincendo lo spareggio col Porto Tolle, che farà quindi la serie D dopo un solo anno di C2. Gode anche il San Marino, che avrebbe dovuto retrocedere dalla C1, ma che rimane in terza serie, col fatto che quest'anno dalla C1 non c'erano retrocessioni. La Romagna si presenterà quindi col Cesena in A, il Forlì, il Santarcangelo e il San Marino in serie C, Ribelle, Bellaria, e Romagna Centro di Martorano (frazione di Cesena, stesso discorso che vale per la Ribelle), in serie D. Delusione per il Ravenna che dato per favorito in Eccellenza, si piazza solo al terzo posto, dietro alla Sammaurese. Delusione anche per quest'ultima che, nello spareggio dei playoff, perde in casa 0-1 col Rieti dopo aver pareggiato 1-1 in Centro Italia. Retrocede in D il Bellaria e il Rimini, e in Eccellenza il Riccione, mentre sale per la prima volta in Eccellenza il Conselice, che il prossimo anno si batterà in un derby infuocato coi vicini del Massalombarda, e il Vallesavio di Borello. Nelle serie inferiori salgono in Promozione Cotignola e Savarna, mentre sprofonda definitivamente il glorioso Baracca Lugo, travolto da una serie annosa  di crisi societario-finanziarie. Last but not least, il calcio femminile. Esiste anche quello, anche se nessuno ne parla mai, figuriamoci in un momento come questo. Bene, anche qui un piccolo grande miracolo. Un'altra frazione di Ravenna, San Zaccaria, circa mille abitanti anch'essa e, guarda caso, a pochissima distanza da Castiglione di Ravenna, ha visto salire la propria squadra, quella femminile, addirittura nientepopodimeno che in serie A! Ebbene sì, la pulce San Zaccaria il prossimo anno sfiderà squadre di città metropolitane come, ad esempio, il Milan. Butta via.

sabato 7 giugno 2014

I Romagnoli e la Rivoluzione


Si ricorda in questi giorni il centenario della "Settimana Rossa", segnatamente ad Ancona, da dove partì tutto, e in Romagna, dove si ebbero gli sviluppi ideologicamente più interessanti. Il tutto fermentò in un contesto economico di grande povertà e politico di grande agitazione. C'erano guerre e guerricciole che stavano preparando il terreno per l'esplosione finale della Grande Guerra. L'Italia aveva invaso la Libia tre anni prima, e il 30 ottobre di quell'anno un giovane coscritto anarchico imolese, Augusto Masetti, sparò al Colonnello Stroppa in una caserma di Bologna, ferendolo ad una spalla. Masetti fu immediatamente internato presso il manicomio criminale della sua città, divenendo l'icona di tutti gli antimilitaristi dell'epoca. In quegli anni la polizia sparava a raffica sui dimostranti che reclamavano pane e lavoro, e gli eccidi non si contavano. Si giunge così al 9 maggio 1914, quando ad Ancona gli antimilitaristi propongono per la domenica 7 giugno una manifestazione "Pro Masetti", organizzata da repubblicani, socialisti e anarchici. Uno degli oratori è il 24enne Pietro Nenni da Faenza, all'epoca repubblicano, ma destinato ad un futuro di primo piano nel PSI del secondo dopoguerra. Dopo il comizio un certo numero di partecipanti si dirige verso una vicina caserma, difesa da ingenti forze di polizia. In pochi minuti tutto divampa: al lancio di pietre da parte dei dimostranti, la polizia spara ad alzo zero, e la gente scappa verso il porto. Per terra rimangono in tre: due repubblicani, Budini e Casaccia, che muoiono all'Ospedale, e un anarchico, Giambrignani, ucciso sul colpo, tutti di età compresa fra i 17 e i 24 anni.


La notizia provoca l'immediato sciopero generale da parte dei vari sindacati, e l'esplosione di scontri, fra la gente esasperata e l'esercito, un po' ovunque. Particolarmente cruenti a Napoli, con cinque morti, ma ci furono morti anche a Torino, Firenze e Bari, e numerosissimi feriti a Roma, Milano, Genova e altre zone ancora. Vengono presi d'assalto commissariati, stazioni ferroviarie, sedi di banche anche a Bologna, Rimini, Piacenza, Palermo, Trieste, Imola, Faenza, Castelbolognese, eccetera. Ma è nella zona est della Romagna che la faccenda prende una piega molto più interessante. L'epicentro è in una zona compresa fra Ravenna e Fusignano, con particolari effetti ad Alfonsine, Mezzano e Villanova di Bagnacavallo. Mercoledì 10 oltre 10000 persone affollano la piazza principale di Ravenna, ora Piazza del Popolo. Si tenta l'assalto alla prefettura. Nei tafferugli una bottiglia colpisce alla testa il commissario di polizia Giuseppe Miniagio, che morirà due giorni dopo senza aver ripreso conoscenza. Sarà l'unica vittima in Romagna. La vicina Chiesa del Suffragio viene assalita e saccheggiata. Si erigono barricate in tutto il centro, vengono tagliati i pali del telegrafo e quelli del telefono: Ravenna è isolata dal mondo. Le voci corrono incontrollate: la Rivoluzione, culto agognato da decenni dai Romagnoli, in massima parte repubblicani e anarchici è scoppiata in tutto il Paese. Il Re e la Regina sono fuggiti e Filippo Turati, leader socialista, è ora il primo Presidente della Storia Repubblicana d'Italia! Anche un romagnolo che in quel momento si trova a Milano soffia sul fuoco: si chiama Benito Mussolini, è socialista e Direttore de "L'Avanti!", ma mal gliene incoglie. Infatti, viene bastonato a sangue dalla polizia che irrompe nella sede del giornale. 

In Romagna la rivolta dilaga, e assume connotati anticlericali. Si incendiano le chiese a Mezzano, Alfonsine, Villanova di Bagnacavallo, e anche a Faenza e Forlì. Ad Alfonsine viene incendiato il Municipio, (foto sotto), che pure era retto da Camillo Garavini, socialista, e il Circolo dei Monarchici.


Vennero immediatamente creati comitati rivoluzionari e governi provvisori. A Fusignano e in altre località vennero eretti i pittoreschi "Alberi della Libertà", di chiara ispirazione rivoluzionaria-francese del 1789. 


Poi, come tutto era iniziato in fretta, tutto terminò in fretta. Il governo Salandra, di centro-destra, comincia a mostrare i muscoli, e invia la Cavalleria Regia in Romagna. E i dirigenti nazionali, da Nenni a Mussolini, capiscono di aver spinto un po' troppo in là il gioco, e dichiarano più o meno questo: "Cari compagni e fratelli, ci siamo sbagliati. Il momento non è ancora propizio. Meglio ritornare ai propri focolari domestici". Il 12 giugno una colonna di 200 cavalieri entra a Ravenna proveniente da Savio, al comando del Generale Agliardi, senza incontrare resistenza. Tempo tre giorni e cominciano i processi per direttissima. Molti esponenti del moto rivoluzionario fuggono in Svizzera o a San Marino, (foto sotto), ma vengono ugualmente presi e condannati.


Camillo Garavini viene rieletto il successivo 26 luglio, ma non se ne farà nulla, poichè Alfonsine viene commissariata dal Governo. Le pene furono tutto sommato miti, e inoltre, con la nascita della figlia del Re Vittorio Emanuele Terzo verso la fine del 1914, fu proclamata l'amnistia e tutti tornarono a casa. La Rivoluzione insomma, poteva aspettare. Non aspetta però la Grande Guerra, che scoppia quello stesso mese, il 28, e a cui l'Italia partecipa dal 24 maggio 1915. E se le pene, come abbiamo detto, in un primo tempo furono miti, poi la guerra alzò di molto il prezzo. I Romagnoli, considerati -non a torto- teste calde e insubordinati, furono mandati quasi sempre in trincea, e obbligati a uscire per primi quando era ora di assalire gli Austriaci, andando incontro a morte sicura. Pochi anni fa un certo Dal Pozzo, ravennate, ora deceduto, mi raccontò di essere l'unico del suo gruppo (facente parte della Brigata Sassari), ad essersi salvato, perché uscendo dalla trincea inciampò in una pietra, e cadendo per terra battè il capo e rimase svenuto, mentre tutti i suoi compagni venivano falciati dalle mitragliatrici nemiche.

L'Italia vinse la Grande Guerra ad un prezzo esorbitante: 682.000 morti, 1 milione di feriti tra i quali 300.000 invalidi, distruzioni, miserie, fame e sporcizia. Pochi mesi dopo l'influenza detta "Spagnola", aggravata anche dalle condizioni di estrema sporcizia, ucciderà quasi 300.000 italiani, oltre ad altre 21 milioni di persone in tutto il Mondo. Ulteriori conseguenze di questa Guerra furono disoccupazione, miseria, e quindi la nascita del Fascismo e in Germania del Nazismo. Forse sarebbe stato meglio, chissà, se la Rivoluzione avesse vinto davvero.