Flavio Stilicone non era ancora cinquantenne quando il 22 agosto del 408 proprio qui a Ravenna venne fatto uccidere per ordine dell'Imperatore Onorio. Di padre vandalo e madre romana, Stilicone si era sempre considerato cittadino romano ed aveva scalato pian piano tutti i gradi della carriera militare. L'imperatore Teodosio, morto nel 396, gli aveva affidato la tutela dei figli Arcadio e Onorio, preposti alle due parti dell'impero romano unito soltanto di nome. Infatti ci furono subito contrasti riguardo all'Illiria (l'odierna Dalmazia), il cui dominio era rivendicato da Stilicone contro le pretese della corte di Bisanzio. Inoltre Alarico, astuto re dei Visigoti, benchè sconfitto ripetutamente da Stilicone, continuava a minacciare l'Italia. Forse per eccesso di prudenza, o perchè non c'erano più forze sufficienti, Stilicone convocò il Senato, consigliando di venire a patti con Alarico. Il Senato invece rifiutò la proposta, memore del'antica gloria romana, con la frase famosa: "Non est ista pax, sed pactio servitutis" (credo non serva tradurre). Da qui il generale mezzosangue cominciò a perdere credito: fu accusato di mirare al trono e di molto altro ancora. A tali accuse prestò fede anche Onorio, che a Pavia fece trucidare molti ufficiali di Stilicone. Il quale, invece di mettersi alla testa delle truppe rimastegli fedeli, riparò a Ravenna rifugiandosi in una chiesa. Uscito dal tempio dopo che gli era stata promessa incolumità, fu invece circondato a tradimento. Vistosi perduto, offrì egli stesso il collo al carnefice che gli tagliò la testa. Tutto questo fu invano, perchè due anni dopo Alarico scese a Roma e la mise a sacco. Di Stilicone rimane un dittico in bassorilievo conservato a Monza.
sabato 17 ottobre 2009
mercoledì 30 settembre 2009
Caro Sindaco di Ravenna...
E poi dicono della crisi della sinistra! Per capirne di più basta analizzare il comportamento di certi primi cittadini targati PD e che, forti di un consenso che ora sta perdendo appeal, governano per grazia ricevuta grosse città romagnole. E' il caso di Fabrizio Matteucci, 52 anni, sindaco di Ravenna. Traggo da una sua recente intervista che è intenzione del Comune "aprire una discoteca nella zona di Via Faentina" per far sì che i "giovani ravennati non escano più dalla città durante le nebbiose serate d'inverno per andare a divertirsi fuori, rischiando la vita". Intento nobile, per carità. Peccato che: a Ravenna sono esistite negli ultimi 25 anni due discoteche e due night-club, che hanno avuto una vita media stimabile fra i 5 e gli 8 anni. L'ultimo night-club andava così bene che il proprietario gli diede fuoco per incassare i soldi dell'assicurazione, tentativo fallito. Insomma, i giovani ravennati pare preferiscano emigrare a Bologna, Rimini e oltre ancora, ma questo non da oggi. Il Sindaco però questo non lo sa, anzi, insiste e afferma che oggi "Ravenna ha una movida notturna paragonabile a quella di Madrid". I casi sono due a questo punto: o a Madrid da qualche mese fanno il coprifuoco dopo le 23, oppure il Sindaco Matteucci fuma di brutto, perchè salvando la stagione estiva (e ci mancherebbe) dove ti viene proposto davvero di tutto, per i restanti otto-nove mesi la noia e il tedio sono assicurati. Poi non si capisce questa discoteca da chi dovrebbe essere gestita, dato che si parla di iniziativa comunale. Chi farebbe il DJ, per esempio, lui? Naturalmente tutto questo a discapito dei problemi veri. Con i miei stessi occhi ho assistito recentemente a questa scena: ero nell'ufficio dei Vigili Urbani per ottenere un permesso di scarico temporaneo in pieno centro. Dopo di me entra un signore visibilmente alterato, qualificandosi come dipendente della Bartolini Autotrasporti. In pratica gli orari per lo scarico merci in centro terminano alle 19,30 per il mattino e alle 16,30 per il pomeriggio. Peccato che gli autotrasportatori riescano ad avere il carico solo alle 9,45 avendo così a disposizione poco più di mezz'ora al mattino. Il signore lamentava di avere già preso due multe dai solerti addetti al traffico locale e che di queste era responsabile lui stesso (in pratica la propria paga di una settimana gli andava via così), e che avrebbe di ciò informato quotidiani e mass media locali. Il povero vigile addetto allo sportello non ha saputo far altro che dire che di tutto questo lui non era chiaramente responsabile, e che al massimo poteva inviare un esposto al Sindaco per tentare di far modificare l'ordinanza comunale in merito agli orari. Giustificazione condivisibile, se non fosse che il Sindaco pare sia impegnato in altri progetti, come si è già detto. Ed è con questo tipo di politici che la sinistra pensa ad una riscossa alle prossime elezioni?
venerdì 18 settembre 2009
GEORGE BYRON A RAVENNA
Questo è il titolo della commedia dello scrittore forlivese Giovanni Spagnoli andata in scena recentemente al Teatro Rasi di Ravenna, e che ha finalmente reso giustizia a questa grande figura del romanticismo inglese, vissuto dal 1788 al 1824. Reso giustizia, intendo, in senso localistico, in quanto la figura di Byron è a tutt'oggi ben nota e universalmente ammirata ovunque. Ravenna, però, detiene la "sventura" di essere stata l'ultimo rifugio di Dante Alighieri, e per cui agli "intellettuali" locali pare cosa buona e giusta disfare i corbelli parlando sempre & soltanto del Sommo Poeta, trascurando bellamente tutto quello che a Ravenna è successo dopo il 1321. George Gordon Byron era uno spirito libero e inquieto e, benchè già famoso a soli vent'anni come poeta e drammaturgo, e pur godendo di una grande posizione politica (era un Lord con simpatie laburiste), dovette abbandonare la Gran Bretagna nel 1816 per uno scandalo a sfondo sessuale. Fu infatti accusato di incesto verso una sorellastra e omosessualità, benchè sposato a una intellettuale londinese da cui ebbe una figlia che in seguito diverrà una grande matematica, i cui calcoli hanno portato alla nascita dell'intelligenza artificiale e dei computer nel secolo scorso. Si spostò in Europa per almeno due anni insieme ad un altro grande poeta, Percy Bissey Shelley, dalla cui sorellastra (ancora!) ebbe una figlia nel 1817 a cui fu imposto il nome di Allegra, e che scomparve a soli cinque anni in un convento di suore a Bagnacavallo, venti chilometri a ovest di Ravenna. Finì per stabilirsi a Mira, presso Venezia, e da qui parte la nostra storia. Nella primavera del 1819, presso il salotto della Contessa Benzoni a Venezia, conobbe Teresa Gamba, giovane rampolla di una famiglia patrizia della città romagnola. Teresa aveva 19 anni ed era stata data in moglie a un Conte della sua città, Alessandro Guiccioli, di oltre quarant'anni più vecchio. La nobiltà ravennate non aveva mai fatto mistero delle sue simpatìe giacobine e, durante il Regno Napoleonico, si era arricchita enormemente acquistando a prezzi stracciati le proprietà del clero che Napoleone aveva confiscato. Tra Byron e Teresa nasce una forte attrazione sia fisica che spirituale e, il 9 giugno di quell'anno il Poeta sbarca per la prima volta a Ravenna, prendendo alloggio presso l'albergo "Imperiale", che in realtà era poco più di una stamberga, e che sorgeva dove oggi c'è la moderna Biblioteca "Alfredo Oriani" (grande scrittore romagnolo morto nel 1911, patito della bicicletta). In pratica a cento metri dalla Tomba di Dante. A Ravenna ritorna in pianta stabile nell'inverno successivo e, a un veglione carnevalesco in casa del Conte Cavalli (che qualche anno dopo ospiterà anche Giacomo Leopardi, di cui era grande amico), si presenta come "cavalier servente" della Contessina Teresa, in pratica l'amante ufficiale. La figura del "cavalier servente" era in auge già da secoli e accettata in pratica da tutti, marito compreso (cornuto e contento, come si dice oggi). Difatti è lo stesso Conte Guiccioli ad affittare a Byron il primo piano del suo palazzo nell'odierna centralissima via Cavour. Byron vi entra accompagnato da ben sette domestici e da un vero e proprio zoo ambulante: nove cavalli, un bulldog, un mastino, due gatti, tre pavoni e un'oca che gli era stata regalata per il pranzo di Natale, ma che il poeta aveva risparmiato. Dopo poco lo raggiunge l'amico e sodale Shelley, che riguardo alla città ebbe a scrivere alla moglie, la grande scrittrice Mary Wollstonecraft: "E' una città miserabile... gli abitanti sono barbari e selvaggi, e la loro parlata è il più infernale dialetto che si possa immaginare". Opinione che avrà qualche decennio più tardi un altro grande di passaggio, Oscar Wilde. A Ravenna George Byron impiega il suo tempo scrivendo, cavalcando un pò i suoi nove cavalli e un pò la sua Teresa, ma sopratutto trescando con suo fratello Pietro per un motivo che gli aveva acceso la fantasìa: la nascente setta dei CARBONARI. Byron era un eccellente pistolero e di fatto diventa il maestro d'armi dei "Cacciatori Americani", il gruppo carbonaro fondato da Pietro e che si radunava a far prove di tiro in pineta. Si avvicina infatti il 1821, anno in cui i Carbonari pensavano di sollevare la Penisola e scacciare i vari signori e potenti, con in testa il Papa. Ma i moti saranno un fallimento. Byron aveva fatto della cantina di palazzo Guiccioli un arsenale e questo non piacque al vecchio Conte, che pensò bene di denunciare alle autorità l'ormai ingombrante ospite in cambio di un sostanzioso colpo di spugna sulle gravose tasse che l'erario papalino pretendeva in alternativa alla restituzione delle sue vecchie terre ai tempi di Napoleone. Byron, Teresa e Pietro fuggono nel novembre del 1821, riparando prima a Pisa e poi a Livorno. In due anni di permanenza a Ravenna Byron partorì quattro grandi capolavori drammaturgici: "CAINO", "MARIN FALIERO", "SARDANAPALO" e "I DUE FOSCARI", più alcuni brani del "DON GIOVANNI", la "PROFEZIA DI DANTE" e il "LAMENTO DEL TASSO", scritto quest'ultimo dopo un viaggio presso la cella del Tasso nella vicina Ferrara. George Byron soggiornò presso i coniugi Shelley a LaSpezia, ma la morte della figlia e di lì a poco degli stessi Shelley lo prostrarono profondamente. Riprese quindi a trescare con Pietro Gamba per una nuova eccitante avventura: la guerra dei Greci contro i dominatori Turchi. Dopo un commovente addio all'amata Teresa (che morirà nel 1873), giunse a Patrasso nella primavera del 1824. Ma la fine per lui non fu quella gloriosa che aveva immaginato. Morì infatti per un attacco di meningite causato da febbri reumatiche, a Missolungi. La spedizione militare si rivelò, anche qui, un fallimento. Le sue spoglie furono riportate in Inghilterra dove riposano accanto a quelle della prima figlia, Ada. Di lui scriverà Giuseppe Mazzini molti anni dopo: "L'ETERNO SPIRITO DELL'INTELLETTUALE LIBERO DA CATENE NON EBBE MAI PIU' SPLENDIDA APPARIZIONE FRA DI NOI". Di Byron rimangono dipinti e statue un pò ovunque, come questa che è presso Villa Borghese a Roma. Lode quindi al PICCOLO TEATRO CITTA' DI RAVENNA che ha messo in scena un lavoro così serio e impegnativo, con oltre 40 tra attori e comparse e con un complesso di scenografìe e costumi d'epoca degno di una compagnia professionistica, anche se la recitazione in vari punti è apparsa un pò troppo accademica.
lunedì 24 agosto 2009
C'era una volta Bertinoro
Reportage triste da una serata domenicale di fine agosto nel balcone di Romagna. Bertinoro è un paesino medioevale, sito su due collinette, di cui una utilizzata in gran parte da un ripetitore TV già dagli anni 60, alte circa 300 metri e a metà strada fra Cesena e Forlì. Un paesino in gran parte medioevale, con in piazza l'antica colonna "dell'ospite", munita di anelli a cui i viandanti legavano i finimenti dei cavalli. Un paesino cantato dal grande poeta romagnolo Aldo Spallicci, scomparso da alcuni decenni, e che reca una curiosità simpatica: il Club dei Brutti, che ogni anno promuove la gara per stabilire il più brutto d'Italia. Una località un tempo di gran moda e dove si mangiava molto bene. Ma il degrado e la recessione non hanno risparmiato questo ex angolo felice. Metà paese è in vendita: case private e attività di ogni tipo. Gli affitti sono alti, considerato che poi ti devi spostare in pianura per tutto: dai 500 in su, e le case sono tutte piccole e quasi tutte da ristrutturare. I ristoranti, come la mitica Cà de Bè, che è anche piccolo museo della civiltà vinicola locale, sono sporchi, offrono un servizio appena passabile e risparmiano su tutto. Alla Cà de Bè si mangia all'esterno sulla terrazza con tavoli presi dall'OBI -plastica verde da giardino- con posate leggerissime da discount. L'ordine ti arriva dopo più di mezz'ora e la piadina servita è senza infamia nè lode: Il Ristorante Belvedere che una volta serviva crostini da sogno ha cambiato gestione, e ora propone menù per tasche ben fornite dai 40 in sù per un pasto completo. Quanto buono non si sa. Non che alla Cà de Bè si sia speso poco: in due per una bottiglia d'acqua, un crescione e una piadina al formaggio 12,70 euro. E ti alzi che hai ancora fame. Non è andata meglio in una crostinoteca alla fine del paese verso ovest. Venti euro per "crostini" fatti su pane da pancarrè di evidente provenienza Conad a essere generosi (addirittura pezzi di margherita che non c'entrano nulla) con mini bottiglia d'acqua e bicchiere di vino rosso. Il gestore, se non altro, compensa con un dolce e un caffè offerti alla fine, ma il disagio nostro e suo è palpabile. Addirittura quando gli rievoco i tempi dei crostini del "Belvedere", si allarga: "E i nostri come sono?". Roba da piangere. Non a caso, a parte la Cà de Bè, i locali sono tutti semivuoti e tristi, con luci pubbliche a dir poco spettrali. In piazza c'è un tizio che suona canzoni alla chitarra di un pò tutti gli autori possibili, ma senza nemmeno uno straccio di amplificazione, davanti a quattro gatti tristi come bisce. Pochissime coppie a braccetto in quello che un tempo era il paese degli innamorati per antonomasia. Il castello, vestigia di tempi assai più gloriosi, sembra guardare impotente dalla sommità del colle tutto questo degrado moderno. Un pò la crisi, un pò le mode che passano, ma non è più la Bertinoro dei miei anni verdi. E con lei anche la Romagna, in palese crisi d'identità ormai da un pezzo. Rievocare la "vecchia" Romagna mi sembra quasi di riesumare il vecchio West con Toro Seduto e il generale Custer. Che tristezza, davvero.
venerdì 31 luglio 2009
La Romagna si "allarga"
La Romagna si "allarga" a sud-est. La Val Marecchia, zona incantevole che conta località molto suggestive come Pennabilli, dove risiede il poeta e sceneggiatore Tonino Guerra, ormai novantenne, e San Leo, nel cui castello morì nel 1791 il famoso Conte di Cagliostro, si unisce da oggi alla Romagna. Sono passati quasi cinque anni dalle prime iniziative locali, con raccolta di firme prima e referendum poi, ma ora il pià sembra fatto. La Val Marecchia era compresa amministrative nella doppia provincia di Pesaro e Urbino, ma di fatto era un lembo di Romagna a tutti gli effetti e gravitava da sempre sulla città posta allo sbocco del Marecchia, cioè Rimini. Troppo distante Pesaro, per non parlare di Urbino, per adempimenti burocratici e altro ancora. Ovviamente ci sono anche in ballo forti interessi economici, visto che l'inclusione nell'Emilia-Romagna porterà a questi sette comuni contributi regionali di ben altra portata. E quindi tra un anno al massimo gli alunni delle scuole troveranno l'atlante politico italiano con una variazione, piccola ma importante. Un'autentica "secessione", insomma, fatta però in modo pacifico. Ciò potrebbe costituire un importante precedente per altre situazioni di questo tipo, una delle quali proprio ai confini sud-ovest romagnoli: Marradi e Palazzuolo sul Senio, ora in provincia di Firenze, avrebbero una gran voglia di confluire nella provincia di Ravenna, dato che Faenza dista solo quaranta chilometri dalle due località, risultando quindi molto più comoda per tutta una serie di snellimenti burocratici e amministrativi.
lunedì 27 luglio 2009
Aurelio Lolli, una vita per l'Anarchia
Il 30 maggio 1999 moriva il compagno Aurelio Lolli. Gli mancavano poche settimane per compiere il secolo di vita, essendo nato a Castel Bolognese – la città in cui è poi sempre vissuto – il 10 agosto 1899. Era l'ultimo rappresentante superstite della terza generazione di anarchici castellani, composta da militanti nati tutti a cavallo dell'anno 1900 e che avevano iniziato a svolgere attività politica all'epoca della Prima guerra mondiale. Proprio la Grande guerra aveva rappresentato, per Aurelio come per tanti altri suoi coetanei, l'esperienza determinante della vita, quella che maggiormente lo aveva segnato.Divenuto anarchico giovanissimo, frequentando i libertari particolarmente numerosi all'epoca nella cittadina romagnola, si era schierato contro gli interventisti in nome dei suoi ideali umanitari, antimilitaristi e pacifisti. Dopo essere stato coinvolto nella chiamata alla leva dei "ragazzi del '99" era intenzionato a disertare, ma venne dissuaso dai familiari, consapevoli dei pericoli a cui sarebbe andato incontro. Rientrato in ritardo – dopo alcuni giorni di latitanza – in caserma ad Alessandria, dovette scontare alcuni mesi di carcere e venne poi inviato in Albania, dove rischiò la vita per avere contratto la malaria e poi la spagnola.Nel primo dopoguerra diede il suo contributo alla lotta contro il montante fascismo, prima della definitiva presa del potere da parte di Mussolini. Nel 1945, terminata la seconda guerra mondiale, contribuì alla ricostituzione del Gruppo anarchico di Castel Bolognese. Nel 1973 fu (con Nello Garavini, Giuseppe Santandrea e altri della sua generazione, già coinvolti come lui nella costituzione di una prima esperienza con lo stesso nome, nata nel 1916 e sviluppatasi per pochi anni nel primo dopoguerra), tra i fondatori della Biblioteca Libertaria di Castel Bolognese, che trovò una sede in locali di sua proprietà. Rimasto solo e senza eredi diretti dopo che erano decedute le due sorelle, Aurelio decise di destinare alla Biblioteca gli immobili di sua proprietà, e per rendere realizzabile questa sua volontà nel 1985 venne costituita la Cooperativa Biblioteca Libertaria "Armando Borghi", di cui fu Presidente fino alla sua morte. Senza la generosa donazione di Aurelio Lolli la Biblioteca Libertaria di Castel Bolognese – che oggi costituisce una realtà viva e attiva sul piano culturale e politico, coinvolgendo persone di varie generazioni – probabilmente da tempo non esisterebbe più. Anche in nome di questa consapevolezza, i soci della Cooperativa Biblioteca Libertaria "Armando Borghi" desiderano in questo decimo anniversario della morte commemorare il loro primo Presidente, ricordandolo – con immutati sentimenti di affetto e di gratitudine – come un esempio di generosità, di coerenza e di fedeltà agli ideali libertari.
Aurelio nel ricordo di Tommaso Marabini, "Marabbo"
Ho conosciuto un giovane di Castel Bolognese che, come obiettore di coscienza, aveva fatto l'assistente domiciliare ad Aurelio Lolli, l'ultimo degli anarchici castellani nati a cavallo tra il XIX e il XX secolo a lasciarci. Mi raccontò che l'anziano compagno lo invitava a non passare la giornata in casa sua, di andare a godersela all'aperto. Già: Aurelio, nato il 10 agosto 1899 e scomparso il 30 maggio sfiorando il secolo di vita, amava le giornate di sole.E' ancora ragazzo quando esce dall'osteria, ritrovo degli anarchici castellani, col passo di chi ha scelto un ideale e lo sa portare per tutta la vita. Quel perpetuato atto d'amore tra sé e l'umanità, esercitato puntigliosamente, si scontra con i drammi del "secolo breve": prima guerra mondiale, fascismo, seconda guerra mondiale, guerra fredda… Il primo confitto vede Aurelio disertore, poi militare, in cucina però e dopo essersi fatto alcuni mesi di carcere (nei suoi racconti sapeva rendere il militarismo buffo e crudele al contempo). Poi la malaria, la spagnola, un fratello morto in guerra, il biennio rivoluzionario, la Resistenza: "L'abbiamo cominciata noi anarchici, nel 1920-21".Nel 1945 è tra i compagni che ricostituiscono il gruppo anarchico di Castel Bolognese e pochi mesi prima di morire dichiara a un settimanale faentino: "Anarchico è il pensiero, verso l'anarchia va la storia. Io lo dico ancora". La sua scomparsa avviene quando, insieme ai compagni locali, ci si era proposti di organizzare un piccolo ritrovo per i suoi cento anni, lasciandomi attonito e un po' smarrito al suo funerale. Ricordo le bandiere, i canti anarchici, l'assenza del prete.
giovedì 16 luglio 2009
Morto il grande oncologo ravennate SILVIO BUZZI
E' morto nella notte a 79 anni per una malattia incurabile Silvio Buzzi, neurologo e oncologo ravennate noto per le sue ricerche antitumorali in via di sperimentazione in Giappone dopo il via libera un paio di anni fa dell'organizzazione governativa nipponica Pharmaceutical medical devices agency (Pmda). Il nome di Buzzi era legato al Crm197, un derivato della tossina difterica in grado, secondo le sue analisi, di bloccare l'avanzata di determinati tipi di tumore, e in alcuni casi di farli scomparire. Le ricerche del ravennate, iniziate oltre trent'anni fa lontano dai tradizionali circuiti accademici, erano state pubblicate su riviste scientifiche internazionali come 'The Lancet', 'Cancer Research', 'Cancer Immunology Immunotherapy e Therapy', 'American Association for Cancer Research'. Il medico aveva fissato la sua attivita' in un libro autobiografico dal titolo 'Il talco sotto la lampada' (Ares edizioni). Il caso era stato piu' volte ripreso dalla stampa nazionale. A breve Buzzi avrebbe ricevuto dalla Camera di Commercio ravennate il 'Premio Teodorico' per il settore 'ricerca'. I funerali sono stati fissati per domani mattina a Ravenna. Appresa la notizia, il sindaco della citta' romagnola Fabrizio Matteucci, attraverso una nota, ha espresso a nome della citta' le condoglianze alla famiglia dello scomparso.
Era un gentiluomo d'altri tempi, il Dott. Buzzi. La sua scoperta risale al 1970, e prima di diventare una celebrità italiana, sulla scia però delle scoperte del Prof. DiBella, lo era dovuto diventare all'estero, come in Giappone, dove lo veneravano. Molta gente è riuscita a guarire grazie alla sua scoperta e questo anche in Italia, fino a che improvvisamente qualcuno ha stoppato i test. Lui non aveva minimamente battuto ciglio, rifiutandosi persino di brevettare la molecola che aveva scoperto, rinunciando a una montagna di soldi, anche se certamente non era povero. Lascia la moglie e tre figli, di cui Anna Maria, la maggiore, è neurologa all'ospedale di Lugo di Romagna, uno dei primi in Italia per qualità dell'assistenza e delle cure (io ne sono un esempio vivente di ciò). Insieme al padre stava lavorando su effetti collaterali del CRM197: cura delle placche arteriose, con effetti benefici su infarti, ictus e aterosclerosi. Il tumore, quasi fosse un'organismo intelligente, ha colpito proprio uno dei suoi più acerrimi nemici. Quando lo hanno scoperto, un mese fa, era già troppo tardi.
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