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domenica 11 dicembre 2011

Il mistero dei versetti satanici di Roberto Piantala

e i suoi mitici Dirigibily di PioNbo.

di Pralina Tuttifrutti e Phederpher (Rehpredehp)




Era il lontano 1978 e Roberto Piantala, allora studente ripetente all'Istituto Confessionale Nautico di Cesenatico, mise insieme una rock band con Gimmi Pagina, Geremia Becchi e Giovanni Buono, i "Dirigibily di PioNbo", in omaggio ad un gruppo d'Oltremanica di quei tempi.
I quattro, a dispetto del prete proprietario del locale, si trovavano nella sua cantina di Forlimpopoli per provare i loro pezzi, ma erano talmente ignoranti che non riuscivano veramente ad accordarsi fra di loro. C'era da dire che tuttavia facevano faville con le ragazze, anche se l'alito alcoolico di Geremia Becchi non lasciava scampo.
Roberta Piantala era allora un fetido capellone, detto “la fonte del pus”. Si narra che si cambiasse le mutande soltanto per rimetterle all'arrovescio; in quanto a Giovanni era veramente un poco di Buono (mi scuso per il gioco di parole, veramente infimo). Pare che riuscisse a suonare soltanto dopo essersi scolato due litri di sangiovese di quello fatto con le bustine (fornito dalla Cantina Sociale Zanzi di Faenza).
Narra sempre la leggenda, che Gimmi Pagina fosse in realtà completamente sordo per un cotton fioc infilato nell'orecchio e mai più ritrovato, e quindi incapace di accordare la chitarra, ma nel gran bordello generale, con Buono alla grancassa e Becchi ai campanacci, era praticamente impossibile accorgersene.
Non si sa come, i quattro riuscirono a farsi fare un contratto dalla Casa Discografica “Il dioscoride di Piazza Saffi” di Forlì, dove incisero “Un disco nel culo” che divenne prestissimo un disco di cul(t)o in tutte le radio libere, che stavano nascendo proprio in quegli anni. Da allora furono contesi da tutti, tranne che dalla Circonferenza dei Vescovi Romagnoli per i quali il rock era un “fenomeno satanico” e in particolare quello dei “Dirigibily di PioNbo”. La diceria fu anche alimentata dalle presunte correlazioni tra il pizzetto di Becchi e quello di Belzebù. In seguito vi fu la storia di una strana “Stella a cinque punte” (in realtà un volantino delle Brigate Rozze che i nostri non avevano neanche letto), la quale, inserita nella locandina di un loro concerto all'arrovescio, venne interpretata per un simbolo satanico. La cosa finì in pasto ai media: il giornalino parrocchiale “La crosta di Cristo”, della Parrocchia di San Crispino, affermò che “esiste un profondo turbamento nell'ascoltare questo tipo di musica, per noi che eravamo ormai assuefatti all'Orchestra Ruspa di Massalombarda”. Nonostante ciò, furono chiamati a suonare alla Festa della Birra di Cotignola, alla Convention delle Sessatrici di Castelbolognese, e infine alla Sagra del Cinghiale tartufato di Zattaglia.
Dopo questi importanti appuntamenti, che li consacrarono al grande pubblico della bassa romagnola, furono chiamati anche a Frogstock, tuttora raduno agostano di rock-metal a Riolo Terme, e fu a quel punto che Roberto Piantala capì l'enorme potenziale della sua band. Infatti, sul palco di Riolo, messo in risalto il suo bel fisico con una mise di simil-pelle nera, una giacchetta aperta sull'ampio petto villoso, e una parrucca viola da metallaro, esordì grattandosi il pacco e gridando come un ossesso “Muovete quel culoooo, stronziii!!!”, e da quel momento diventò per tutti il Re del Rock e del Galateo. Le donne svenivano ai suoi piedi, specialmente quando si toglieva le scarpe, e ogni sera occupavano un albergo diverso. Si narra per esempio, che a Zadina avevano prenotato ben tre piani della Pensione “Stella Maris” con le loro ragazze, due baldraccone di terz'ordine pagate con gli spiccioli rubati da un cassettino delle elemosine, e per tre giorni e tre notti fecero una grande festa, interrotta solo per qualche tenera telefonata alla mamma.
Racconta Gimmi Pagina che scrivevano le loro canzoni buttando lì delle parole a caso ritagliate da “Famiglia Crostiana”, e questa sarebbe stata la ricetta del loro grande successo e anche della loro “maledizione”! Pare che veramente, se lette all'arrovescio, tutte quelle boiate dicessero cose quasi intelligenti.
La band si sciolse alla fine degli anni '80 per esaurimento della vena creatin... pardon, artistica. Ormai avevano venduto 467 copie dei loro dischi, quasi tutte curiosamente a Boncellino e dintorni, e si ritenevano quindi soddisfatti.
Ora, però, i "fab four" della Bassa Romagna sono uomini maturi e in carriera. Pagina fa il correttore di bozze al “Resto del Cretino”, Piantala ha un vivajo di ranuncoli a Valverde di Cesenatico, Becchi ha una catena di macellerie equine e Buono dirige un'agenzia di gorilla che proteggono alcuni dei più bei nomi della politica internazionale. E per concludere in "bellezza", mentre sopra avete potuto ammirare una delle photo più recenti del vero Robert Plant, sotto, nel filmato, potrete ascoltare una delle creazioni più originali di Roberto Piantala, dal titolo "Salita in Appennino" (a seguire un frontalino, di quelli pesanti).


sabato 3 dicembre 2011

Il finto placcato oro



Un mio racconto di qualche anno fa, agosto 2007

E' vero che in Romagna c'è tutto. In questi giorni me ne sono accorta. Terra del sole si dice, in realtà la luna la fa da padrona. Ha piovuto, è stato nuvolo, ma non importa. Il mare è bellissimo anche quando tira vento e sembra che stia per tornare l'autunno da un momento all'altro. Attraversare la Romagna, dal confine con la provincia di Pesaro con le sue dolci colline e valli attraversate da torrenti, a Faenza la città delle ceramiche, è sempre una sorpresa anche per una romagnola. Tutto cambia con una velocità incredibile, negli ultimi tempi sono arrivati tantissimi senegalesi, che hanno preso l'abitudine locale di spostarsi in bicicletta. Sono fiorite feste e sagre ovunque, il kiwi è diventato un frutto locale, a Santarcangelo si fa teatro d'avanguardia e fino a notte fonda si può ballare con la musica marocchina, e la birra ha quasi soppiantato il Sangiovese.
Sono spariti dalla spiagge, soppiantati dai venditori di Rolex fasulli... gli immancabili goliardi di ferragosto, i "boni boni lecca lecca" degli spiedini di frutta candita che facevano coppia fissa con i "cocco bbbello" e i fotografi che viaggiavano con la giraffa di pelouche, le collane di fiori hawaiane, i pappagalli veri e le palme di plastica.
Ma ci sono le colonne portanti che continuano a caratterizzare la Romagna.
Una delle colonne portanti è il chiosco di piadine. Il chiosco di piadine è un piccolo tempio dove la 'rzdora o il baffo detta la sua legge... ne sono sorti centinaia, da Cervia a Castrocaro, di chioschi di piadine. La piadina è un cibo del neolitico. Ma i chioschi sono storia più recente. Trent'anni orsono (tanti sono gli anni che mi separano dal mio primo chiosco di piadine della memoria) i pionieri della farina con lo strutto che agitavano i loro manicotti bianchi sui ripiani roventi, facevano solo piadina e prosciutto crudo, oppure un calzone di piadina ripieno di quest'erba comune tanto facile a crescere nelle nebbie e piogge romagnole da beccarsi il titolo di "crescione".
Poi il menù dei chioschi di piadine ha incluso lo squacquerone (formaggio fresco locale usato per farcire i cappelletti), lo stracchino e la rucola, il pomodoro e la mozzarella, il prosciutto cotto e i funghi, e progressivamente siamo arrivati all'aberrante connubio di nutella e banane (per la gioia dei diabetici).
Un'altra colonna portante è il liscio. Molti credono che il liscio non abbia radici, in realtà è un'elaborazione del saltarello, della mazurka e di altri balli popolari che si facevano nelle aie. Poi è arrivato Secondo Casadei che ha inventato Romagna mia.
L'abbigliamento dei musicisti di liscio è una cosa degna di nota: ciuffo rockabilly, cravatta papillon, giacca coi brillantini fuxia, scarpe leopardate. Mentre le cantanti dal ricciolo permanentato o liscio melange stile cavia peruviana indossano minigonne mozzafiato simil domopack di alluminio. Ad ogni modo, ai romagnoli piace ballare. A dire la verità, piace mangiare, ballare e fare l'amore.
Entrare in una discoteca romagnola è una full immersion nel kitsch dove può capitare di trovare un baldo settantenne vestito come un adolescente con tanto di jeans fasciatissimi e di parrucchino biondo a caschetto (sembrava il nonno di Benny Hill) che si da da fare con due ragazze, oppure (com'è capitato a me) trovarmi un uomo che si siede accanto e si presenta "Piacere, sono giornalista" "In quale giornale lavori?" "Negli annunci economici".
Terza colonna portante i vitelloni. Esistono ancora, ragazze. Non li ha inventati Fellini. Verso sera, quando il sole tramonta dall'altra parte (non ho mai capito perché si ostinano a fare le cartoline con sopra scritto tramonto sull'Adriatico) se ne stanno seduti al tavolo di un bar sulla spiaggia con la schiena tirata tutta indietro e ci fanno la radiografia. Sguardo obliquo e vagamente interessato. Stakanovisti del sesso, almeno a parole, parlano solo ed esclusivamente di quello.
L'uomo romagnolo che fisicamente è riassunto nell'immagine di Piero Focaccia assomiglia al meridionale con in più il fatto che di certi argomenti parlano a voce alta, anzi ti urlano quasi nell'orecchio. Tutti i romagnoli e le romagnole parlano (e ridono) con un tono di voce più alta del consueto. Sui pulmann di linea dovrebbero mettere il cartello "vietato parlare al conducente, perché se no il conducente ti fa un comizio di risposta". E così, in poco tempo, apprendi un sacco di particolari della loro vita intima, compresa una corrispondenza con una brasiliana e una ucraina, che sono il "non plus ultrax" e li fanno fare "Ooooooscia" con un risucchio di respiro che pare quello di una cannuccia al termine della bibita.
Il vitellone romagnolo oggi è avvantaggiato dalla chat e dai sms, ma fondamentalmente non è cambiato: è esterofilo, ha la stessa automobile con la prima marcia ingranata e il gomito fuori dal finestrino per seguire le ragazze passo passo, la stessa camicia hawaiana sbottonata, la stessa catenina in finto placcato oro, gli stessi capelli portati un po' lunghi dietro, gli stessi rayban, gli stessi baffi spioventi da Asterix, la stessa abbronzatura che inizia con la lampada in aprile e termina con la crociera di ottobre, le stesse frasi da rimorchio. E siccome il modo di parlare le lingue straniere per un romagnolo è terrificante, sentirli parlare "in straniero" è quanto di più divertente si possa immaginare.
Una volta tanto per cavarmi uno sfizio, mi finsi tedesca (cosa facilissima per me) con uno di questi. Non so perché, ma mi venne naturale. Mia madre era abituata a difendersi dagli assalti dei venditori ambulanti al mercato che le proponevano occhiali da sole urlando "Luki luki, fròilen" "Cosa luki, non sono mica tedesca!".
Il tipo fermò la macchina dove stavo io, e cominciò a dirmi "Fròilen... ensciuldighenzibitter". Alché restai al gioco. Il suo tedesco annaspava, ma tentò lo stesso (il romagnolo è coraggioso, tenta sempre e comunque, ha l'istinto riproduttivo come i salmoni controcorrente) e iniziò a chiamarmi "Cameraden" e poi si scusò "il mio tedesco è quel che è" e subito dopo mi propose di "Vulevù spazziren con me sul lungomaren si bitter, una bella promenade, solo questo" e poi aggiunse "a Cesenatico" e mi ripetè scandendolo "a Ce-se-na-ti-co" perché quel nome profumato di arselle e di vongole mi arrivasse fin sotto le ascelle mongole. Ero piegata in due dal ridere, ma impassibile.
Credo che il finto placcato oro entrerà a pieno titolo nei miei neologismi. La prossima volta che entro nell'oreficeria di quel giocatore d'azzardo, che ha delle cose veramente carine a un prezzo contenuto, gli dico "Scusi, vorrei la catenina finto placcato oro, devo fare la patacca".

Pralina Tuttifrutti