lunedì 23 aprile 2012

Il cestino delle mele



Una testimonianza dalla vicina Bologna in vista del 25 aprile. Alcuni vecchi partigiani raccontano la Resistenza in città, e in particolare alla "Bolognina", quartiere popolare immediatamente a nord della stazione ferroviaria.


sabato 21 aprile 2012

Hordur Torfason a Ravenna



Attore e cantautore 66enne islandese, Hordur Torfason è da sempre attivo nei movimenti per i diritti civili. Gay dichiarato fino dagli anni 60, quando in Islanda dichiararsi gay era pericolosissimo, subì un pesante ostracismo (e persino un attentato) che gli precluse ogni possibilità di lavoro nel mondo dello spettacolo in Islanda, mentre era al massimo della popolarità. Emigrò a Copenaghen, dove rimase una decina d'anni. Rientrato in Patria, risalì faticosamente la china e fondò la prima associazione nel suo Paese per il riconoscimento dei diritti civili agli omosessuali, che avverrà a metà anni 90. Il Paese ha subìto un pesante tracollo finanziario nel 2008, e Hordur ha ripreso a lottare per far sì che la popolazione non subisse le conseguenze degli errori dei banchieri e la corruzione dei politici. Dopo settimane di proteste non violente, il governo (di centrodestra) è caduto ed è stato indetto un referendum popolare, in cui si chiedeva agli islandesi se erano disposti a sopportare 1200 euro di tasse a testa per 15 anni di fila, per ripagare le banche inglesi e olandesi, detentrici del debito. Ebbene, il 93 per 100 della popolazione (320000 abitanti) ha detto no. In seguito sono state selezionate 25 persone fuori assolutamente da ogni Partito allo scopo di riscrivere la Costituzione, dato che quella in vigore era quella danese (l'Islanda ne è stata una colonia fino al 1944) e risaliva al 1873. Ora queste persone stanno mettendo giù piano piano i vari articoli costituzionali, e tutta la popolazione via internet è chiamata a collaborare e a modificarne gli eventuali errori di forma o di contenuto. Un esempio di democrazia diretta che sta facendo scuola. Torfason ha fatto tappa a Ravenna, in una serata organizzata dal Movimento 5 Stelle, e questa è una piccola parte (purtroppo) del suo intervento, durato circa un'ora e mezzo.




domenica 15 aprile 2012

La battaglia di Ravenna - Pasqua 1512, 11 aprile



Sorse l'alba dell'11 aprile 1512. Il sole era rosso fuoco, ma molto più rosso sarà il campo di battaglia verso sera. Lo scontro iniziò verso le otto e terminò dopo le 16. Le armi usate erano: picche, lance, frecce, mazze, spade, e armi da fuoco quali serpentine, falconetti, falconi, colubrine, archibugi, scoppietti e infine artiglierie leggere e pesanti. Davanti alla trincea gli spagnoli avevano piazzato le cinquanta carrette armate che verranno messe fuori combattimento ben presto dall'artiglieria ferrarese. Il copione delle battaglie dell'epoca prevedeva una lunga fase di schieramento, che ricorda un pò gli apprestamenti del gioco del "Risiko", e poi si cominciava con tiri di artiglieria per saggiare la consistenza della controparte. Andò così anche a Ravenna. Terminato il lungo posizionamento, i contendenti si trovarono faccia a faccia ad una distanza di circa 3-400 metri, con il fosso e l'argine di terra in mezzo. Non essendo ancora state inventate le divise, unico segno di riconoscimento era una croce bianca per i francesi e una rossa per quelli della Lega. L'artiglieria spagnola, numericamente inferiore, cominciò a tirare ad alzo zero, creando i primi vuoti tra i francesi. Aveva però il difetto di essere fissa sul posto, lenta come cadenza di tiri, e con i colpi che cadevano quindi nello stesso punto. Nel contempo l'artiglieria franco-ferrarese doveva necessariamente alzare il tiro per superare l'argine, e sorvolava quindi i fanti che erano rannicchiati, andando a colpire dietro, e cioè la cavalleria leggera. Passarono così le prime due ore. Per capirci di più, una colubrina da 15 libbre, con tiro a parabola arrivava a un chilometro circa, un falconetto da 1 libbra a circa 300 metri, un archibugio era letale fino a 100 metri, mentre gli arcieri arrivavano a 100 metri con un tiro teso e a 250 con un tiro a parabola. Le balestre, più potenti, arrivavano a 400 metri, ma avevano una potenza di fuoco chiaramente inferiore. C'è poi da dire che il tiro del cannone a palla piena (usato per lo più per demolire le mura) creava sì dei danni alla fanteria, ma mai come il tiro a mitraglia, che spargeva pezzi ad ampio raggio, anche se con una gittata di quasi della metà. Dopo due ore, si diceva, per poter controbattere meglio il fuoco spagnolo, Ivo D'Allegri suggerì a Gaston De Foix di spostare un cannone e una colubrina verso il varco della trincea, nelle vicinanze dell'argine del Ronco, dirigendo i tiri sull'avanguardia della cavalleria di Fabrizio Colonna. In questo modo trecento cavalieri furono uccisi, addirittura trentatrè in un colpo solo. La situazione si aggravò con la decisione del Duca Alfonso che fece ritirare dalla prima linea alcune bocche da fuoco facendole portare sul fianco destro della Lega e cominciando a colpire i carriaggi a protezione della truppa e poi la truppa stessa. Gli spagnoli si trovarono quindi a essere colpiti da due lati, ma il comandante Cardona non fece uscire le truppe, fiducioso nel suo "piano", come invece consigliava Colonna, fino a che, senza informare quest'ultimo, diede alla retroguardia il segnale d'attacco. Questa era composta dagli squadroni, già duramente provati, del Carvajal, dell'Avalos e del Marchese della Palude, ma l'impeto della cavalleria francese fu tale che vennero sbaragliati in breve tempo. A questo punto Fabrizio Colonna ordinò il via libera alla cavalleria pesante, passando per il famoso varco, di attaccare la cavalleria ferrarese, ma anche questo tentativo fallì. Colonna stesso fu fatto prigioniero da Alfonso d'Este. Gli assalti sul fianco destro della fanteria e della cavalleria francese, seguiti dall'apparizione alle spalle dalla cavalleria leggera di De Foix, provocarono lo scompiglio fra gli spagnoli. Al comandante, il vicerè Ramon de Cardona, fu abbattuto il cavallo, e lui, preso dalla paura, scappò codardamente a piedi verso sud, fermandosi addirittura solo a Rimini. A questo punto Pedro Navarro fu obbligato a dar via libera alla fanteria, ormai l'ultima carta da giocare. Un grido terrificante si alzò dalle schiere italo-spagnole, che saltarono il fosso e si avventarono contro i mercenari lanzichenecchi con una ferocia belluina. L'impatto fu talmente violento che le picche si incastrarono fra di loro, e allora gli astuti spagnoli scivolarono sotto ai tedeschi pugnalandogli il basso ventre e squarciandogli lo stomaco. Morirono così il comandante tedesco Kaspar Empser e suo fratello Jacob. La spinta spagnola arrivò fino all'argine del Ronco dove venne a contatto coi Guasconi, che ressero l'urto fino a chè venne a dar loro man forte Ivo D'Allegri con il suo corpo a cavallo, che riequilibrò lo scontro. Senonchè l'entrata in campo dei rinforzi capitanati da Juan Samenego mise in fuga i Guasconi. Gli italiani, però, stanchi e decimati, ripiegarono, venendo di nuovo a contatto coi tedeschi. Il germe della paura cominciò a serpeggiare nelle file della Lega, il cui schieramento cominciò a ondeggiare, mentre la cavalleria leggera francese cominciò una morsa a tenaglia sul campo, aiutata da quella pesante e dalla fanterìa. Molti comandanti coi loro drappelli pensarono così di darsi alla fuga, nel frattempo l'urto finale della cavalleria francese ebbe finalmente ragione delle ormai sfinite schiere avversarie. Circa tremila spagnoli, stanchi, privi di cavalleria, provati e premuti da tre lati, serrarono i ranghi e ripiegarono ordinatamente lungo la golena del Ronco, ultima via libera per loro, in direzione di Forlì. Non potendo permettere che la truppa spagnola potesse ritirarsi indisturbata, Gaston De Foix, benchè sconsigliato dai suoi, gli corse dietro insieme ad alcuni altri, ma alla fine fu accerchiato, sbalzato da cavallo e finito a colpi di lance, pietre e bastoni, come un cane, finendo poi, già morto, buttato nel fiume. Recuperato in seguito il suo cadavere, gli venne asportato il cuore, che fu messo in una cassettina e rimandato in Francia, mentre il giovedì 15 furono tenute esequie solenni presso San Petronio in Bologna. Le notizie, di qui in poi, sono frammentarie. L'armata italo-spagnola si disperse in un arco che va da Forlì a Cervia, a Cesena, e fino a Rimini. Alcuni arrivarono addirittura ad Ancona, camminando giorno e notte, coi cavalli che morivano di fame, e col pericolo delle bande di briganti che li assalivano in cerca di bottino. Le "vivandiere", circa 1500, scapparono in massa a Bologna, facendo perdere poi ogni traccia. In quanto a Ramon de Cardona, la sua fuga proseguì fino a Pesaro, dove si mise sotto la protezione di Giovanni Sforza. Quante furono le vittime? Guicciardini parla di 10000 morti, altri storici vanno da una valutazione di 5-8000 fino a 20000. Quello che è certo è che fu un numero spaventoso per l'epoca, in pratica un risultato da bomba atomica moderno, ove si consideri che Ravenna all'epoca ne contava 28000, e che a causa della battaglia ne vedrà morire di suo oltre (e altri)  3000. Ma andiamo per gradi. La sera stessa le artiglierie franco-ferraresi ripresero a battere le mura nei punti già colpiti due giorni prima. Il bombardamento durò una notte. Verso le due quattro inviati dal Senato ravennate andarono al quartier generale francese a trattare la resa della città. Le trattative furono condotte, però, all'insaputa di Marcantonio Colonna (che era parente del Papa, avendo sposato Lucrezia Della Rovere), e prevedevano la resa e la salvaguardia della città in cambio della fornitura di vettovaglie agli affamati vincitori, la conferma dei privilegi accordati alla città da Giulio II, e la conditio sine qua non che in città entrassero solo ferraresi e mantovani. Fu un'ingenuità che costò molto cara. Colonna, fiutando la tempesta, si ritirò nella cittadella fortificata, la Rocca Brancaleone, costruita dai veneziani 60 anni prima e, purtroppo per lui, danneggiata nell'assedio del 1509 che riportò Ravenna in mano Papalina. Durante la notte  ci furono le prime avvisaglie: bande di guasconi e lanzichenecchi attaccarono la Basilica e il convento di Classe, uccidendo il Priore e alcuni monaci, e derubando la Chiesa e il convento. La mattina dopo, invece, entrarono nella città attraverso la breccia. Alcuni parroci, ignari dell'accordo, fecero suonare le campane a distesa, chiamando alle armi i ravennati che dapprima riuscirono a respingere gli invasori. Infine, però, duemila tra francesi e ferraresi, spinti dalla fame, ebbero la meglio ed entrarono nel centro città, iniziando un atroce e cruento saccheggio che si protrasse per ore. Gli invasori violarono le case, le chiese, i conventi, uccisero senza pietà donne, vecchi, bambini, preti, frati, suore. Diedero alle fiamme molte case e anche alcune Chiese, prendendo in ostaggio anche parecchie persone allo scopo di avere un riscatto in moneta,  e usando spesso la tortura per farsi rivelare dove avevano nascosto il denaro. Solo dopo alcune ore i comandanti tentarono di porre un freno. La Palisse diede ordine di passare a fil di spada i saccheggiatori dei monasteri. Purtroppo ai ladri forestieri si aggiunsero anche i ladri locali, che chiaramente approfittarono della situazione. Nel frattempo le artiglierie avevano ripreso a sparare contro la cittadella. Marcantonio Colonna si arrese il 15 aprile, anche lui affamato e stanco. Lo stesso giorno l'esercito dei collegati alla Francia, lasciarono la città, ripiegando verso la base di partenza. Con i restauri del 1822 alla casa di Guidarello Guidarelli, poi demolita nel 1934, fu cancellata l'ultima testimonianza tangibile del sacco. Sulla sua facciata, infatti, erano ancora visibili i segni delle archibugiate dei francesi. Nella circostanza si comportò molto bene il Duca D'Este, che raccolse presso il suo padiglione molte donne e bambini, e pure una pisside contenente ostie consacrate, che il parroco di S. Giovanni Battista riuscì a farsi ridare da un giovane lanzichenecco, che non osò, per sua fortuna, reagire. Al sacco seguì poi una terribile pestilenza, derivata anche dalle migliaia di cadaveri fuori dalla città che nessuno era riuscito a seppellire in tempo. Il poeta Ludovico Ariosto, testimone oculare al seguito del Duca Alfonso, dice che il campo era talmente pieno di caduti (senza contare anche i poveri cavalli), che per vari chilometri non c'era modo di camminare in uno spazio anche piccolissimo. La città non si risolleverà. Il Duca Alfonso si pentì di aver fatto guerra a Giulio II e uscì dall'Alleanza. Contro i Francesi vennero mossi dal Pontefice anche Svizzeri e Veneziani. Ricacciati dal Veneto, risalirono verso Pavia e da lì se ne ritornarono in gran fretta in Patria. Vinta una battaglia, persa una guerra, è il caso di dire. In quanto al Papa, l'anno dopo fu colpito da dissenteria e morì, a settant'anni d'età. Nei dieci passati da Pontefice aveva passato forse più tempo a muovere guerre che a recitare Messe, causando la morte di decine e decine di migliaia di persone. Il Papa che lo seguì accordò alla città l'esenzione fiscale per 15 anni, da tanto ch'era rovinata, e si parla complessivamente di 15000 scudi d'oro, una cifra enorme per l'epoca. Anche i contadini, che nel Medioevo in pratica mantenevano i mercenari, ebbero un'esenzione, ma solo per tre anni. E nel raggio di venticinque, tutti i protagonisti e i comprimari dell'evento morirono, e quasi tutti di morte violenta. Nel 1557 Pietro Donato Cesi, Legato Pontificio per l'Emilia, fece erigere sull'argine del Ronco, nel punto esatto dove Gaston De Foix fu colpito, una colonna di marmo d'Istria a ricordo del terribile evento, monumento tutt'ora esistente e recentemente restaurato in occasione del 500esimo della battaglia. Ancora oggi la zona adiacente la colonna, verso Sud, è aperta campagna, e ancora oggi il metal detector segnala resti metallici ad una certa profondità. Questo è, appunto, il territorio chiamato la "Tomba dei Galli" e, sebbene sembri a tutta prima una qualsiasi zona di campagna, possiede in effetti un fascino sinistro. La battaglia di Ravenna divenne un "must" del Medioevo, grazie anche alla presenza del Bojardo, il cosiddetto "Cavaliere senza macchia e senza paura". Lo studioso Giancarlo Schizzerotto ritrovò negli anni 70 del secolo scorso ben otto poemetti in volgare in Italia e uno in Francia. Particolare fortuna ebbe il poema in versi epici di tale Giannotto, milite romano sotto le insegne di Troylo Savelli, romano pure lui. L'invenzione della stampa a caratteri mobili, risalente a pochi decenni prima, ne amplificò la portata, anzi, questo evento fece sì che si ideassero i primi tascabili a poco prezzo per tutti. In pratica attori e oratori catalizzavano l'attenzione del popolo nelle piazze leggendo da foglietti volanti le gesta della battaglia, dopodichè i foglietti venivano ceduti a prezzi popolari. Insomma, concludendo, la battaglia di Ravenna segna la fine di un mondo e l'inizio di un altro, nel bene e nel male, ma su di una cosa si è certi di non sbagliare: la guerra è sempre una cosa odiosa e incivile, e a farne le spese sono sempre i comuni cittadini.

Nella foto sopra la Colonna dei Francesi, mentre nell'altra una delle zone interessate dalla battaglia.

lunedì 9 aprile 2012

Pasqua 1512, la battaglia di Ravenna, contesto storico e antefatti



Una delle battaglie più sanguinose di tutti i tempi. Anche questo fu un effetto della "globalizzazione", sia pure in modo indiretto, in quanto la conquista dell'America stava ridisegnando nuovi equilibri e nuove potenze all'interno dell'Europa. Anche allora la potenza del soldo, e dei commerci, era esiziale nel contesto umano e sociale. Nel 1503 muore Alessandro VI, il Papa della famiglia Borgia, e dopo un solo mese muore anche il successore Pio III. Viene quindi elevato al Soglio Pontificio Giulio II, della potentissima famiglia romana Della Rovere (sarà quello che inizierà l'edificazione della odierna basilica di San Pietro), che riprende subito i programmi bellici del Borgia. Nel 1506 iniziò il recupero dei territori romagnoli caduti in mano veneziana, di Bologna, ritornata ai Bentivoglio, di Pesaro, ritornata agli Sforza, e di Perugia, di nuovo in mano ai Baglioni. Grazie all'alleanza col Re "cattolicissimo" di Francia Luigi XII, prese senza combattere Perugia, e poi cinse d'assedio Bologna, che cadrà l'11 novembre 1506. Nel 1508 Giulio II strinse ulteriori alleanze per ridurre ulteriormente la potenza di Venezia. Il tutto si concretizzò il 10 dicembre 1508 a Cambrai, in Francia, dove oltre al padrone di casa aderirono l'Imperatore Massimiliano d'Asburgo, il Re di Napoli Ferdinando II e il Duca di Ferrara Alfonso d'Este. Il 14 maggio del 1509 le truppe alleate travolsero i Veneziani ad Agnadello, tra Brescia e Verona, e la Serenissima dovette abbandonare Lombardia, Romagna e i suoi possedimenti in Puglia. Il 22 dicembre di quell'anno, inoltre, una flotta di barconi veneziani che cercava di risalire il Po, venne intercettata a Polesella di Rovigo dalle batterie ferraresi e colata a picco quasi per intero. Venezia, allora, cercò una via d'uscita attraverso la diplomazia. Cedendo i territori romagnoli e pugliesi, disgregò l'alleanza, e indusse Giulio II a revocare la scomunica data a Venezia, in quanto resosi conto della sempre più ingombrante presenza dei Francesi. Nel frattempo si aprì un contenzioso fra la "Santa" Sede e il Duca di Ferrara, partendo dal fatto che il Duca voleva riaprire le saline di Comacchio che poi avrebbero fatto concorrenza a quelle di Cervia. In realtà la posta in gioco era ben più alta: lo stato di Ferrara si delimitava a forma di mezzaluna fra Emilia e Toscana, partendo dall'Adriatico e terminando sulle coste della Versilia, passando attraverso le ricche città di Modena e Reggio Emilia, intercettando così (e tassando) i commerci fra Nord e Centro Italia. Nell'agosto 1510 il Duca di Ferrara viene scomunicato e dichiarato decaduto da tutti i suoi feudi avuti in vicariato dalla Chiesa. Ciò provoca l'immediata reazione della Francia, che si schiera con Ferrara. Le truppe del Papa entrano nella Romandiola (la Romagna Estense) ed espugnano il castello di Lugo all'alba del 20 agosto 1510, quindi avanzano verso l'attuale confine fra le province di Ravenna e Ferrara, raggiungendo la Bastìa del Zaniolo, presso Lavezzola, punto strategico sul Po di Primaro (l'attuale Reno), che verrà conquistata al terzo assalto. Ma il Duca Alfonso riprenderà tutto entro il maggio successivo.

La partita viene giocata anche sul piano politico. Nel tentativo di screditare Luigi XII, Giulio II radunerà a Tours un sinodo di vescovi francesi che decideranno l'apertura di un Concilio scismatico a Pisa, in settembre, poi spostato a Milano, e infine a Lione, dove verrà sciolto nel giugno 1512. Lo sviluppo della guerra, che non favoriva le forze pontificie, indusse il Papa a costituire una nuova alleanza, la cosidetta Lega "Santa", l'8 ottobre 1511 a Roma, e comprendente la Repubblica di Venezia, la Spagna, la Svizzera e l'Inghilterra. Dall'altra parte la Francia, i Ducati di Ferrara e di Mantova, la Repubblica di Firenze e Bologna. Il Re Luigi XII invia una forte armata guidata dal nipote, il ventitreenne Duca di Nemours, Gaston de Foix, soprannominato il "fulmine d'Italia", che troverà la morte a Ravenna insieme al fior fiore dell'aristocrazia europea. Il 23 maggio 1511 Gian Giacomo Trivulzio, comandante delle truppe francesi, entrò in Bologna, grazie all'azione sostenuta da elementi filobentivoglieschi. Il legato pontificio Francesco Alidosi fuggì a Ravenna, dove venne accusato di viltà e tradimento. Il Cardinale non seppe far altro che incolpare Francesco Della Rovere, ventenne Duca d'Urbino e nipote del Papa, il quale, venutolo a sapere, lo pugnalò in strada, uccidendolo. Il nipote del Papa, del resto, non entrò in lizza adducendo la precarietà del suo Dominio e l'impreparazione delle sue truppe. Certo è che tra i suoi militi e quelli della Lega "Santa" non correva buon sangue, tanto che a Cesena ne ammazzarono una ventina nel gennaio successivo. L'esercito del Papa è quindi costretto a lasciare i dintorni di Bologna. Nel gennaio 1512 l'esercito spagnolo entra nella Romandiola e punta verso Bologna, che però resiste. In soccorso, arriva da Milano il grosso dell'esercito francese, comandato da Gaston de Foix, che prima espugna Mirandola e poi sblocca la situazione a Bologna. Nel frattempo Brescia si ribella e chiede l'aiuto veneziano, ma Gaston De Foix in pochi giorni con 12000 uomini si porta a Brescia a riprendere la città ribelle. De Foix riunisce quindi l'esercito nelle campagne fra Reggio, Modena e Bologna. Gli estensi, dal canto loro, muovono verso Conselice, Massalombarda, Lugo e Bagnacavallo, stringendo in una morsa gli spagnoli, che sono costretti a ripiegare lungo la Via Emilia verso Imola, Castelbolognese e Faenza. Il comandante spagnolo, il vicerè di Napoli Ramon de Cardona, intuito il piano avversario e messo a conoscenza della possibile resa di Ravenna ai francesi, invia il condottiero Marcantonio Colonna verso la città con una forte truppa al seguito. A Ravenna già stavano 1000 fanti spagnoli e 100 cavalli, pertanto Colonna lascia 400 fanti a presidio del castello di Russi, importante nodo stradale fra Ravenna, Faenza e Bagnacavallo. Nel frattempo, mentre il Cardona attende un rinforzo di mercenari svizzeri, giunge notizia della defezione dell'Imperatore d'Austria dall'alleanza con la Francia. Per tale motivo De Foix riceve l'ordine di dare subito battaglia e ritornare poi a Milano per far fronte ad eventuali minacce dalla Svizzera. Si porta quindi verso Ravenna, ultima speranza per trovare sostentamento a un'armata di circa 25000 uomini, e per dare finalmente battaglia. L'esercito francese si riunisce tutto a Bagnacavallo e porta la sua prima onda d'urto contro il castello di Russi, che cade dopo due giorni di inutile resistenza: i Francesi non faranno prigionieri. L'esercito della Lega "Santa", nel frattempo è acquartierato presso Forlì. Il 7 aprile l'esercito francese si disloca nella piana fra Godo e San Marco, sulla riva sinistra del fiume Montone. Il giorno dopo i francesi si avvicinano alla città, dopo aver passato il fiume, nella zona di Porta Adriana. A Porta Adriana avviene un episodio che condizionerà gli eventi del dopo battaglia. Facendo credere che i ravennati volessero arrendersi, il Colonna fa aprire la porta, da cui entrano trecento fanti francesi. Richiusa la porta alle loro spalle, gli spagnoli li assalgono e li massacrano ferocemente, anche per vendicare i loro 400 caduti di Russi. Il 9 aprile le artiglierie ferraresi cominciano a colpire le mura della città fra Porta Gaza e Porta San Mamante, nella zona sud. Il punto viene scelto per via della mancanza di acque in mezzo e per la bassa altezza delle antiche mura romane, già degradate all'epoca. Dopo aver fatto crollare circa venti metri di mura, avviene l'assalto all'arma bianca. I francesi però non fanno i conti con l'abilità bellica del Colonna, che fa installare una colubrina sopra porta Gaza che prende d'infilata gli attaccanti. Dopo tre tentativi i francesi ripegano, lasciando sul campo circa duecento morti. Riguardo ai pezzi in campo, lo storico Guicciardini ci riporta la presenza di 30 bocche da fuoco del Duca d'Este. Gaston De Foix, per evitare ulteriori perdite rimanda l'assalto finale all'11 aprile. Nel frattempo l'armata spagnola si mette in marcia da Forlì, dopo aver udito da lontano il rombo delle artiglierie nemiche all'opera e punta verso Ravenna, ponendo base, nel pomeriggio del 10, presso San Bartolo, a 8 km a sud di Ravenna e nella zona destra del fiume Ronco, che qualche chilometro più a nord si congiunge col Montone. Senza più vie d'uscita, il De Foix manda un'ambasciata al Cardona dicendogli che intende dare battaglia in campo aperto il giorno dopo, giorno di Pasqua, a patto di poter varcare il Ronco senza disturbi. Cardona accetta. Una piccola nota: un esercito di tali proporzioni richiede forti rifornimenti alimentari giornalieri, e all'epoca veniva supportato da centinaia di civili addetti alla bisogna, tra i quali centinaia di donne, impiegate come cuoche, vivandiere e, chiaramente, molto  "altro" ancora. Poi c'erano maniscalchi, genieri, furieri, armieri, medici, addetti al montaggio e smontaggio delle tende, eccetera. Quindi, trovandosi in terre straniere e ostili, il saccheggio e la confisca era prassi comune, a cui seguiva spesso ogni tipo di morbo, in quanto le norme igieniche erano le ultime cose di cui a quei tempi (ma anche oggi!) ci si potesse preoccupare. La situazione logistica è, in questo caso, a netto favore della Lega "Santa", ma il Cardona non ne approfitta. E, anzi, quando si avvede dell'enorme sproporzione di forze che varcano il Ronco, soprattutto a livello di artiglierie, si pente della concessione fatta, e del non aver dato ascolto a Fabrizio Colonna (nipote di Marcantonio), che gli implora di attaccare i nemici proprio in quel momento, in cui sono più vulnerabili. Alfonso d'Este transita per ultimo, con le sue artiglierie, che decideranno le sorti della battaglia. In retroguardia vengono lasciati 400 fanti sotto le mura comandati da Ivo D'Allegri e presso il Montone altri 1000 comandanti da Paris Scotto. Avviene così il dispiegamento, con gli Spagnoli che, durante la notte, operano uno scavo profondo oltre un metro per poi ripararsi dietro la terra di scavo, con un varco da cui poter far uscire la cavalleria. Dietro l'argine le truppe della Lega sistemano le artiglierie grosse, mentre le piccole bocche da fuoco sono alloggiate in cinquanta carrette falcate davanti al "trincerone". Questo gruppo di carrette fa parte di uno stratagemma ideato da Piietro Navarro, al cui uso addestra 5000 fanti. Già nella battaglia di Cerignola gli spagnola avevano sperimentato con successo una simile tattica. Chiaramente cinquecento anni di tempo hanno cancellato ogni tipo di traccia residuale di tale fortificazione, che doveva essere lunga all'incirca un chilometro, anche se la zona ancora oggi è chiamata sinistramente "Tomba dei Galli". In questo ristretto spazio di circa un chilometro e mezzo quadro, l'11 aprile 1512 si decide la sorte di oltre trentamila vite umane. Sono presenti vari personaggi destinati alla Storia, tra i quali il comandante La Palisse, famoso forse più per i suoi motteggi che per le virtù militari, o il capitano di ventura Ettore Fieramosca, che vinse nel 1503 la famosa disfida di Barletta contro i Francesi insieme ad altri dodici cavalieri italiani, due dei quali sono con lui a Ravenna. Un segno infausto apre la giornata: "Le soleil se levait très rouge" (J. MICHELET, Histoire de France, pag. 267). I potenti dell'epoca governavano per grazia di Dio, e con il consulto degli astrologi. Tutta la vita di corte era condizionata dai sogni, dalle premonizioni e dai segni, non esistendo allora, e fino al 700, distinzione alcuna fra astronomia e astrologia. Il tempo dello scontro finale si stava quindi definitivamente compiendo.

mercoledì 21 marzo 2012

Oggi se n'è andato l'Omero della Romagna, uno degli ultimi grandi cantori, Tonino Guerra


a Tonino Guerra...


Nel tuo respiro in nuvole psichedeliche 

si palesavano alberi,

ed erano concreti, 

con fiorellini teneri di bianco panna,

forse un po’ azzurri, però di un azzurro 

appena accennato,

oppure di un rosa evanescente 

come pastelli di bambini.

Come si può esprimere la tenerezza di un fiore, credo

portandolo con delicatezza alle labbra, 

o donandolo a un amore.

E poi la primavera partoriva l’estate, 

e dai fiori ai frutti,

e la terra profumava in maniera indecente, 

di lunghi amplessi.

Tonino, camminavi nei campi parlando 

di frutti dimenticati,

come i poeti abbandonati, che nessuno legge, 

o porta a casa.

E da quel tuo sapere visionario, 

dalle fontane disegnate,

dalle lucertole, dai fossi delle strade, 

un po’ ammaccate, assetate

quando il bagliore dell’estate 

accompagna la mente al mare,

veniva a noi un sapere antico, 

la forza semplice del mondo.

***




dal sito de "La Repubblica" Bologna http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/03/21/news/e_morto_tonino_guerra_la_romagna_perde_il_suo_poeta-31905757/


E' morto Tonino Guerra


la Romagna perde il suo poeta

Lo sceneggiatore è spirato questa mattina. Pochi giorni fa, già costretto a letto, aveva festeggiato il suo novantaduesimo compleanno. Sabato i funerali in piazza a Santarcangelo

di ANNA TONELLI


Addio a Tonino Guerra il poeta della Romagna e di Fellini

E' riuscito a festeggiare i suoi 92 anni ascoltando dalla sua camera da letto i bambini che cantavano "Romagna mia" in piazza. Anche Ermanno Olmi gli ha fatto la sorpresa per il compleanno. Una festa che già prevedeva sarebbe stata l'ultima. A quattro giorni da quel traguardo, Tonino Guerra ha lasciato la terra che tanto amava, raccontata nei film, nelle poesie, nei manifesti, nelle fontane e nelle piccole grandi invenzioni disseminate in piazze e borghi.
Lucidissimo fino alla fine, il poeta ha voluto morire a Santarcangelo, dove era nato il 16 marzo 1920, con il terrazzino che si affaccia sul centro del paese. Lì, sabato scorso, la moglie Lora e il figlio compositore Andrea si sono affacciati per salutare gli amici accorsi per salutare il poeta costretto a letto.
Guerra ha sempre rivendicato le sue origini, anche quando è diventato famoso. Mentre scriveva sceneggiature per i grandi del cinema come Fellini, Antonioni, Rosi, Monicelli, Anghelopulos, i Taviani, Guerra progettava manifesti per richiamare i sindaci a preservare le bellezze del territorio, disegnava fontane, dipingeva acquerelli, ideava orti e musei. Il suo orto dei frutti dimenticati a Pennabilli lo sono venuti a vedere da tutto il mondo, compreso il Dalai Lama. Un esempio fra i tanti, perché ovunque si vada, lungo la via Emilia e le Marche, Tonino Guerra ha lasciato una traccia. Targhe poetiche, tappeti di ceramica, stufe, fontane, mobili e madie antiche colorate con i pastelli. Sono questi "gioielli" poetici a legare la Romagna a Tonino Guerra.
E' stato lui a lanciare il dialetto sulla ribalta nazionale, attirandosi gli elogi di Carlo Bo, Elsa Morante e Gianfranco Contini. Le sue raccolte di poesie, a partire da "I scarabocc" e "I bu" hanno ottenuto premi e riconoscimenti dalle giurie più titolate. Poi e' arrivato il cinema a portare Guerra sull'Olimpo dei grandi. Quando negli anni '50 parte da Santarcangelo alla volta di Roma in pochi credono, che possa sfondare. Ma già nel '56, quando firma la sceneggiatura di "Uomini e lupi" con Giuseppe De Santis, si capisce che il talento premia. E da quel momento Guerra lavora con i più autorevoli maestri, a cominciare ovviamente da Fellini.
Hanno caratteri difficili i due romagnoli, ma quando devono discutere di un film non litigano mai. Dal loro estro è nato "Amarcord" al quale Tonino ha regalato la poesia sui mattoni e l'idea del pavone, e poi ancora "Ginger e Fred", "E la nave va", "Prova d'orchestra", "Casanova". Prima e dopo Fellini, ci sono Elio Petri, Vittorio De Sica, Monicelli, Lattuada, Bellocchio, Wenders, Tarkovskij. Con Anghelopulos Guerra era anche grande amico, salutato appena pochi giorni prima della tragica scomparsa in un incidente. A lui Tonino ha dedicato il suo ultimo libro.
A comporre poesie Tonino Guerra si è impegnato fino agli ultimi giorni, contando sull'aiuto dei tanti collaboratori. A Santarcangelo sono nati gli ultimi versi. A Santarcangelo l'ultimo viaggio.
La camera ardente sarà allestita in consiglio comunale. I funerali saranno celebrati nella piazza del paese, quasi certamente sabato mattina. A tenere l'orazione funebre sarà Sergio Zavoli

(21 marzo 2012)

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QUI IL LINK DI UNO STRAORDINARIO ARTICOLO SU TONINO GUERRA SCRITTO IL 19 MARZO 2012 SUL BLOG DI OSCAR BUONAMANO http://culturemetropolitane.ilcannocchiale.it/post/2731036.html

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E QUI IL LINK DELL'ARCHIVIO DEL "CORRIERE DELLA SERA", ALTRO ARTICOLO MERAVIGLIOSO SUL POETA
http://archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/22/addio_Tonino_Guerra_artista_dalla_co_9_120322030.shtml

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CIAO TONINO!





TONINO GUERRA l'ho incontrato un sacco di volte presso la Galleria La Bottega di Ravenna, del nostro grande amico comune Giuseppe Maestri da cui apprese l'arte dell'incisione, che praticava con modestia e in silenzio. La Galleria oggi è stata riaperta nel gennaio 2011 ad opera del pittore Carlo Amaldi, proprio con una mostra di suoi lavori. Pochi fortunati possono dire di avere in casa uno dei suoi deliziosi quadretti, che riportano in tutto e per tutto alle atmosfere dei disegni di Fellini. Fellini e Guerra erano un binomio praticamente perfetto, tanto nel cinema quanto nella vita comune, dove erano amicissimi. Nel giugno del 1990 ebbi modo di intervistarlo per la defunta "Gazzetta di Ravenna". Qualche anno dopo mi recai a Pennabilli per vedere il "Giardino dei Frutti Dimenticati": Giunto in paese, non sapevo dove andare e risolsi di chiedere informazioni alla prima persona che avessi incontrato. Bè, il caso volle che la prima persona in assoluto fosse proprio lui. Era nella piazza dove a pochi metri c'era il "suo" giardino, ed era in compagnia di un altro signore anziano. Fu in pratica l'ultima volta che lo vidi di persona. Gli ultimi anni per lui sono stati un calvario: nel 93 la morte di Fellini, poi un tumore al cervello, poi il suicidio della figlia nel 2006, ed infine la scomparsa di Michelangelo Antonioni l'anno dopo, un altro regista, suo conterraneo, con cui aveva lavorato e a cui era molto legato. Con lui se ne va proprio la Romagna, quella più vera, più schietta, più autentica. Dopo Tonino Guerra ci sono ancora poeti e studiosi che in qualche modo rappresentano ancora molto egregiamente lo spirito romagnolo, come il Prof. Giuseppe Bellosi o il poeta Nevio Spadoni, o il poeta Giovanni Fucci, ma sono tutte persone non più giovanissime e senza nemmeno eredi personali. Parafrasando una battuta di una vecchia commedia romagnola "Muort Verdi un gnè piò gnint" (Morto Giuseppe Verdi non c'è più nulla), lo stesso potrà dirsi un domani di Tonino Guerra, se un qualche autore di commedie romagnole vorrà ricordarlo in un contesto degno di lui. Ma, anche qui, a parte Nevio Spadoni da Ravenna (noto anche in America grazie al Teatro delle Albe), c'è il vuoto assoluto. Nella foto sotto, il tappeto mosaicato sospeso, a Cervia, col sale, tipico prodotto locale dal tempo degli Etruschi. Un'altra delle sue eredità che siamo chiamati a conservare.
                                                                                                                                                  ANDREA




                                                                                                                                                             
Cuntent  a  sò  ste  tanti  vuolt
mo  mai  coma  quela
c'aj  ho  vest
una  parpaja  vulè
senza  sintì  la  voja
ad  magnela


Contento  fui  tante  volte
mai  però  come  quella
quando  vidi  volare  una  farfalla
senza  provare  la  voglia
di  mangiarmela


(scritta nel '46 dopo anni da prigioniero in un campo nazista)

lunedì 19 marzo 2012

Dalle campagne di Faenza il dolce di uova sode



Un dolce tipico delle campagne faentine. Semifreddo alle uova sode.

Sconsigliato a chi ha il diabete e il colesterolo alto, però ottima fonte di energia per tutta la giornata può essere un'ottima colazione per chi si alza molto presto la mattina e fa lavori faticosi, o per gli studenti sotto esame. Ma anche per i bambini e i golosi di ogni età. Del resto la pasticceria romagnola abbonda di uova, dalla "zuppa inglese" alle finte peschine bagnate nell'alchermes, dalla crema pasticcera (che mia nonna preparava ogni sabato con l'aggiunta di una gustosa fettina di limone) fino alla celebre "ciambella" da inzuppare nel Sangiovese! Mi vogliano perdonare i vegani, non è per fare polemica o per ribadire la "giustezza" di uno stile di vita, ma per parlare di una tradizione che nelle campagne era l'unico momento di relax in una giornata durissima che iniziava all'alba per concludersi oltre il tramonto del sole.
Il "dolce di uova sode", secondo una ricetta da me imparata nella frazione di Santa Lucia di Faenza, andrebbe preparato così:
a seconda della quantità desiderata, dalle quattro alle otto o dieci uova sode raffreddate da alcune ore, ma utilizzabili soltanto per il "rosso" (il bianco si può utilizzare da farcire con tonno e maionese);
si mettano i rossi delle uova in un recipiente con lo zucchero bianco semolato (quanto basta) e un panetto di burro ammorbidito a temperatura ambiente e si amalgami il tutto lavorandolo con una forchetta, molto a lungo e con energia perché l'impasto venga omogeneo, a piacere si può aggiungere un bicchierino di maraschino o di rhum;
una volta preparato l'impasto, si mettano a bagno i biscotti (preferibili quelli secchi e quadrati ai savojardi) nel caffè e lì si lascino per alcuni minuti;
si appoggino i biscotti bagnati nel caffè nel fondo di un recipiente rettangolare, poi si spalmino con un po' di impasto, a seguire si ricopra con un'altro strato di biscotti e così via, fino a formare vari strati, poi si metta il tutto in frigo nei ripiani più freddi e lì si lasci per parecchie ore, una volta raffreddato si taglierà ancora bene con il coltello per la presenza del burro e delle uova... ideale sarebbe farlo la sera dopo cena per avere al risveglio una colazione così gustosa insieme al latte!


la mitica zuppa inglese

la ciambella romagnola nella versione classica senza granella

giovedì 15 marzo 2012

Addio al grande poeta Elio Pagliarani



E' recentemente scomparso a Roma, in una clinica ove era ricoverato da qualche tempo, una delle voci più singolari dell'ultimo Novecento, Elio Pagliarani. Nato a Viserba, una frazione di Rimini, il 25 maggio del 1927, aderì al "Gruppo '63" ed era tra i fondatori della Cooperativa di scrittori. Del mitico "Gruppo '63" hanno fatto parte scrittori e poeti come Aldo Palazzeschi, Edoardo Sanguineti, Umberto Eco, Nanni Balestrini, Giorgio Manganelli, per citarne solo alcuni. Il Gruppo prende il nome dalla data della loro prima riunione, avvenuta dal 3 all'8 ottobre del 1963, presso l'Hotel Zagarella a Solunto, a pochi chilometri da Palermo. Quando Pagliarani vi aderì, aveva già pubblicato un poemetto sperimentale intitolato "La ragazza Carla", definito dalla critica la sua opera più significativa, apparso dapprima su una rivista letteraria nel 1960, e successivamente pubblicato in volume nel 1962. Il poeta, laureatosi in Scienze politiche a Padova, ha collaborato alle più importanti riviste del secondo Novecento, tra le quali Officina, Quindici, Il Verrì, Nuovi argomenti, Il Menabo. Dopo avere vissuto dagli anni '40 a Milano, ed essere stato redattore dell'Avantì negli anni '50, si è trasferito nella capitale negli anni '60 e, a partire dal 1968, ha lavorato come critico teatrale a Paese Sera. Nel 1971 ha fondato la rivista Periodo Ipotetico diventandone il direttore, facendo parte anche della redazione di Nuova Corrente. Negli anni Ottanta ha fondato e diretto con Alessandra Briganti la rivista di Letterature Ritmica.

Nelle sue raccolte degli anni '50, "Cronache e altre poesie" e "Inventario privato", Pagliarani affronta temi realistici come quello del lavoro, dell'economia e della vita delle classi subalterne. Protagonisti dei suoi versi sono gli operai, i camionisti, le commesse, i manovali e le dattilografe della Milano dell'epoca. La sua continua ricerca, dopo "La ragazza Carla", tenta le vie sperimentali con "Lezioni di Fisica", del 1964. Inizia in questo periodo la stesura de "La ballata di Rudi", il suo secondo romanzo in versi, di cui una parte verrà pubblicata nel 1977, mentre l'edizione definitiva e completa si avrà solamente nel 1995. Presente con i suoi scritti nell'antologia I Novissimi, a Pagliarani è andato il Premio Viareggio Poesia del 1995. Tra le sue ultime opere, gli "Esercizi platonici" (1985), "Epigrammi ferraresi" (1987) e "La bella addormentata nel bosco" (1988).