E' passato un anno e un mese da questa bellissima presentazione presso la Bottega Bertaccini di Faenza con la presenza dell'attrice Maria Pia Timo. "Sotto le coperte non c'è miseria" a cura di Beppe Sangiorgi, un saggio tutto romagnolo che può stare benissimo sotto l'albero di Natale, una strenna coi controfiocchi!
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martedì 10 dicembre 2019
martedì 28 agosto 2012
Un ricordo dei miei nonni faentini, Francesco e Adalgisa
Francesco è stato vigile del fuoco e grafico cartellonista, le sue mani erano abili e veloci a disegnare loghi, pitturare insegne. Era un uomo molto colto, il suo scrittore preferito era Victor Hugo, il suo compositore prediletto Giacomo Puccini. Era autoritario e burbero, ma generosissimo. Ha combattuto la resistenza come staffetta dei partigiani, fino alla Liberazione di Faenza. La musica lirica, la bicicletta, i francobolli, le competizioni sportive in tv e il Partito Repubblicano Italiano erano le sue passioni. Quando portava le figlie al cinema a vedere i cartoni animati, il più rapito era senz'altro lui.
Gisa lavorava come sarta, cuciva gli abiti di tutta la famiglia e spesso ne venivano fuori dei veri capolavori, prima di dormire ci raccontava le storie di Brandè, un brigante romagnolo.
A sessant'anni dopo tanto lavoro e tanti sacrifici hanno deciso di girare insieme per l'Europa, perché Francesco non poteva vivere senza zaino sulle spalle e senza macchina fotografica per mostrare agli amici i bei posti visitati.
Questa bellissima foto del 1980 in occasione del loro cinquantesimo anniversario di matrimonio, nel Parco di Faenza, "ritoccata" da lui che era un dannato perfezionista (le fronde degli alberi non sono abbastanza verdi, devo rifarle) e forse un po' macchiata anche la sua testa, è una testimonianza di quella magnifica spontaneità un po' visionaria che li contraddistingueva.
Due persone semplici, autentiche, bellissime, che sono state insieme tutta la vita, anche nelle avversità e nelle tragedie (un figlio morto durante la guerra per difterite).
Due persone non famose, ma non per questo insignificanti.
Due romagnoli DOC, dei quali vado tanto fiera, li ricordo con immensa tenerezza.
giovedì 8 marzo 2012
Le donne romagnole
Io lo so come sono le donne romagnole.
Sono forti come la roccia e sono morbide come il burro, delle gran lavoratrici, che si sacrificano per la famiglia e per i figli, e quando i figli sono grandi fanno volontariato per gli anziani e per il terzo mondo. Sono quelle che vanno a letto sempre dopo e che si alzano sempre prima. Quelle che vanno in discoteca con le amiche, e il giorno dopo al cimitero a trovare i loro morti. Sono delle grandi rompicoglioni le donne romagnole, non sono mica di marzapane, hanno sempre la battuta pronta e sembrano velenose e con le amiche e con i figli non sono mai troppo tenere. Fanno i complimenti solo quando conviene, pochi ai loro figli e molti agli estranei.
Sono solari e gioviali, sì, ma sono anche lunari, e saturnali, e tristi, e malinconiche, e non di rado depresse (ma la tristezza non impedisce mai di fare tutto ciò che si deve). E quando si ritrovano fra di loro, parlano spesso di amori finiti, e di morti, e di disgrazie, e di problemi in famiglia, e delle cose che potrebbero aggravarsi. Non sono brave a consolare con le parole, tanto ruvida la lingua che sembra cartavetrata, ma sono bravissime a dare una mano concreta a chi soffre.
Sono quelle che ha disegnato Fellini nei suoi film e che Tonino Guerra canta nelle sue poesie, sono immense come la Gradisca e la Tabaccaia, con grandi tette e culi belli pieni e rotondi come quelli delle afrocubane. Oppure magre e sottili e con piccoli seni come la Volpina, ma assolutamente sexy e piene di energia erotica. Le donne romagnole viaggiano con una carrozzeria compatta, non superano quasi mai il metro e settanta, la statura media della donna romagnola è uno e sessanta, e pur viaggiando in 500 sono più potenti di un bolide di Formula Uno. Sono more quasi sempre, e sono belle, ma di una bellezza un po’ selvaggia, non raffinata, con il trucco nemmeno fatto troppo bene, e il vestire non molto ricercato e i capelli esagerati; sono belle quando ridono e la loro risata spacca il silenzio e rimbalza sulla luna.
Vanno in bicicletta le donne romagnole, la bicicletta è il cavallo di queste valkirie, la abbandonano solo per essere portate con il carro funebre. Le donne romagnole sono profondamente religiose anche se possono fare tutto senza Dio. Quando non sanno più come imprecare, si mettono a pregare la Madonna, ma di nascosto, la mattina presto, oppure mentre versano una lacrima sulla sfoglia fatta in casa.
Ne hanno da passare di guai, le donne romagnole, per reggere la baracca, col marito oppure no, con tutti i conti da far quadrare, e le bollette, e i bilanci delle aziende familiari, si dice arzdora che significa “reggitrice”, la donna romagnola è questo: una colonna che regge tutto.
Io le amo, e lo sono anch’io, lo è una parte importante di me.
Patrizia "Pralina" Diamante (E' permessa la riproduzione gratuita di questo scritto, a patto che si citi il nome e cognome dell'autrice e non si apportino cambiamenti al testo)

Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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