sabato 24 dicembre 2011

La corte del capofreddo, Sparagnì e altre storie di Alberta Tedioli

Diamo volentieri la notizia della recente presentazione del libro "Le corte del capofreddo" avvenuta a Faenza




Faenza. “Le corte del capofreddo” (Giraldi editore) è il titolo del libro di Alberta Tedioli presentato, con la presenza dell'autrice, sabato 29 ottobre 2011, ore 17.30, alla Bottega Bertaccini (corso Garibaldi 4). Introduzione di Loretta Scarazzati (in collaborazione con l’associazione ParoleCorolle).
Non so se esista un Campionato mondiale del Racconto. Sicuramente nel Guinness dei primati è entrata una micro-storia dello scrittore guatemalteco Augusto Monterroso. La sua fama è dovuta al più breve racconto della letteratura universale: “Il dinosauro”. “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì”.
Questo testo (amato da Italo Calvino tanto da citarlo nelle sue “Lezioni Americane”) ha dato una notorietà internazionale al suo autore. Ciò non lo inorgogliva, semplicemente ne rideva, come di tutte le cose della vita, anche quelle tragiche.
Anche Alberta Tedioli ride, in queste microstorie che compongono il suo nuovo libro “Le corte del capofreddo”. Ride delle cose contraddittorie, paradossali e tragiche della vita. A volte ci regala un sorriso amaro, o semplicemente ci fa pensare e riflettere. Ne parla, ne scrive, in figure anche brevissime, tre righe, sette righe, a volte anche una sola riga basta per descrivere o tratteggiare le nostre piccolezze o le piccole crudeltà del vivere quotidiano, sempre più assurdo e incomprensibile. Sono racconti di fantasia, certo, ma talmente realistici da sembrare veri.
Se mai ci sarà un Campionato mondiale del Racconto speriamo che Alberta vi voglia partecipare.




Un altro gustoso libro dell'autrice modiglianese, uscito nel 2009

Comicità e mistero in un romanzo avvincente, dedicato ai contadini di collina "dimenticati dalla storia" - con un glossario di parole tipicamente modiglianesi

Spendere e comprare? Un delitto, secondo Sparagnì, il modiglianese avaro fino alla comicità che imperversa nelle pagine di questo libro: una sorta di Arpagone romagnolo, che vive con la moglie Clarina al podere Gramigna, senza concedersi (e concederle) nulla di superfluo. Nemmeno la nascita di Cesarino scalfisce il suo stile di vita grottesco e spartano, il suo attaccamento morboso agli oggetti, che va a raccattare anche nei cassonetti per poi riporli ordinatamente in cantina.
Non c’è amore in Sparagnì: solo cinismo, avarizia e il lucido progetto di accumulare soldi... per non spenderli. Ma quando il piccolo Cesarino, alla vigilia del primo giorno di scuola, si perde nel bosco, la storia si tinge improvvisamente di mistero...




ven 15 ottobre 2010

"SPARAGNI', " L'AVARO DI ROMAGNA" L'OPERA PRIMA DI ALBERTA TEDIOLI -

Recensione di Claudio Alessandri

Non è facile che qualche avvenimento giunga a meravigliarci, avvezzi come siamo a scoprire in ogni luogo ed in ogni individuo la “scintilla” talentuosa di un inaspettato ed insospettabile scrittore.
Eppure ciò è avvenuto nel corso di una delle nostre soventi visite a Imola dove vive e lavora da qualche anno una mia figlia che mi ha fatto dono di un dolcissimo nipote. Quella cittadina in provincia di Bologna, ma con un disperato desiderio d’appartenere alla Romagna, ospita nei mesi invernali e primaverili uno dei classici mercatini dove si vendono dalle cianfrusaglie a mobili più o meno antichi, dai busti bronzei di malinconici Mussolini a colbacchi (autentici?) della fu armata rossa e non è raro trovare qualche bella ceramica peraltro carissima.
Quello che mi ha sempre attirato di questi mercatini è il banco dei libri usati gestito da una signora dall’aspetto mite e dal colloquiare gentile e pacato. Ci conosciamo da qualche anno e, appresa la mia passione per i libri, non dico rari, ma certamente non comuni, in più riprese mi ha scovato qualche “chicca” letteraria, fra le tante un'edizione economica della Storia delle Crociate scritta da Michaud ed illustrata da cento splendide incisioni del Dorè.
La sorpresa ci è giunta proprio da quella gentile ed ancora piacente romagnola. Non si tratta di una rarità antica, ma di una sorpresa nuovissima, un romanzo scritto e pubblicato da Alberta Tedioli, una “venditrice di sogni” del paesino di Modigliana (FO).
L'ho acquistato, vinto da grande curiosità, ed ho iniziato a leggerlo immediatamente. Ho smesso solamente quando sono giunto al termine e per qualche tempo sono rimasto con quel libro in mano fissando il vuoto, riflettendo sul contenuto di quel romanzo che si intitola: “Sparagnì – L’avaro di Romagna” – (il gomito nel cuore), edito dalla casa editrice Tempo al libro Faenza (Ra).
Nel leggere questo romanzo dalla narrazione piana, scorrevole, scritto in un italiano piacevolmente corretto, interrotto, alle volte, da alcune espressioni dialettali romagnole ad impreziosire un racconto che “profuma” di campagna, risentiamo la nostalgia dei luoghi rimasti nel nostro ricordo, magari resi ancor più reali nei racconti di nostra madre, romagnola verace.
Nonostante Alberta Tedioli narri di una vita legata ancora, pur con l’intervento del progresso, a tradizioni di una civiltà antica che reca in se i germi del “nuovo” reclusi nel “vecchio”, si è portati, se non a giustificare, almeno a comprendere degli atteggiamenti altrimenti deprecabili. Quello che ci viene descritto è un mondo in bilico tra un dominio patriarcale ed il desiderio femminile di affrancarsi da una condizione di schiavitù, che adesso mal sopporta, scorgendo, anche se da lontano, i bagliori delle grandi città piene di negozi eleganti e di una umanità diversa, differente dal loro parlare, vestirsi e addirittura camminare. Se poi consideriamo che la Clarina ha sposato Cencino, come lo chiama affettuosamente la moglie, un contadino tanto tirchio da essere chiamato “Sparagnì”, il quadro è bello che dipinto. Sparagnì non è solamente tirchio in modo feroce nello spendere i suoi soldi, ma financo a far dire al suo prossimo: “va nel cuore con il gomito”. Non si tratta più di vil denaro, ma di sentimenti. Quell’uomo non è avaro solo nel “mettere la mano in tasca”, ma lo è anche nel cuore, cioè è privo di sentimenti, per meglio dire, rifiuta persino di concedere il suo affetto anche alle persone a lui più vicine: la moglie e il figlio, Cesarino.
Un figlio concepito da Sparagnì quasi inconsapevolmente e mal sopportato, perché “crescere un figlio costa”. Figurarsi, dunque, quando Clarina gli annuncia di attendere un altro figlio. Sparagnì accoglie quella notizia alla stregua di una spaventosa disgrazia, al punto da suggerire alla consorte l’aborto, che Clarina respinge con sdegno.
Da quel momento Sparagnì, contadino abilissimo, ma privo della più elementare umanità, dà il via ad una guerra personale contro sua moglie, un'ostilità crudele che non conosce ragionevolezza. Per Clarina la tragedia si trasforma in buia disperazione, non trovando comprensione, né da sua madre (“vedrai passerà”), né dal prete della sua parrocchia, che minimizza, teorizza, fa minuta filosofia, digiuno com'è delle più elementari conoscenze di vita coniugale, ma, in compenso, ferratissimo sugli intangibili principi religiosi. Per Clarina si apre un baratro incolmabile di dolorosa tristezza, nel constatare di non essere compresa. Da nessuno le giungerà soccorso.
Probabilmente, Alberta Tedioli, ad un certo punto del racconto, cede alla tentazione della “lotta di classe”, inserendo un personaggio femminile: una “gran signora” che abita a Milano, ma che è nata a Modigliana. Questa, prima insidia il marito, poi, subdolamente, lo coinvolge in un'avventura commerciale che, per l’ignaro ed illuso Sparagnì, segnerà la fine dei suoi sogni di amorosa conquista. Quello che significherà per lui la “disperazione”, però, sarà la perdita di tutti i soldi ragranellati con estrema avarizia, unica ragione ed amore della sua vita.
La fine di tutto sarà segnata dalla catarsi, una conclusione nella quale la tragedia avrà il sopravvento su ogni ragionevole speranza di riscatto. Raggiunto il limite oltre il quale il dolore non può giungere, compresa la morte, all’inizio misteriosa, dell’adorato Cesarino, per assurdo, nella vita di Clarina ritorna la pace, una tranquillità che segna la nascita a nuova vita, straordinaria, inconscia filosofia contadina, nella quale anche il dolore più atroce fa parte del naturale alternarsi delle stagioni. Non ottusa indifferenza, ma sublimazione del vero valore della vita, nell’alternarsi altalenante che conduce, alla fine, ad un equilibrio perfetto: il dolore e la felicità si pareggiano, si compensano.
Intendiamoci, forse il racconto si prolunga un po’ troppo, ma, in quanto “opera prima”, merita tutta l’attenzione in attesa di conferme che verranno, speriamo, in un prossimo futuro.




Alberta Tedioli è nata il 12 dicembre del 1950 a Modigliana, dove vive tuttora. Ha fatto l’operaia, l’impiegata statale, la mamma di tre figli e tante altre cose. Si è diplomata mentre faceva anche l’operaia, nei lontani anni Settanta. Il suo lavoro preferito, quello che avrebbe voluto fare per tutta la vita, l’ha scoperto dopo i 50 anni: vendere libri usati o antichi ai mercatini. Ha pubblicato vari articoli su periodici locali e ogni anno scrive per l’almanacco di Modigliana il ritratto di un personaggio originale scomparso. Ha curato il libro di detti romagnoli intitolato Amo ció; ha inoltre pubblicato un articolo di satira su M, l’allegato all’Unità diretto da Staino. Questo è il suo primo romanzo, che ha come protagonisti i contadini di collina, gli ultimi, i dimenticati dalla storia.

Happy hour, patàca e vu cumprà

dal nostro archivio, un'altra interessante recensione scritta nel 2008 sui cambiamenti della Romagna.

Happy Hour, Patàca & Vu Cumprà

Che cos'è oggi la Romagna? Esiste ancora? E dove sta andando? Una possibile risposta viene tentata da questa prima prova narrativa di Nello Agusani, ravennate, insegnante con all'attivo vari testi scolastici con la Mondadori. Nella sua scheda biografica leggiamo che coltiva vari interessi culturali e ha partecipato ad alcuni concorsi letterari. L'editore Giraldi di Bologna, editore giovane ma già molto attivo e presente alle Fiere del Libro in Italia ed all'estero, ha quindi raccolto questi dodici racconti in un libro a cui ha "preteso" vi fosse incluso nel titolo la parola "patàca", che in romagnolo definisce uno sbruffone inconcludente e vanesìo. In effetti questi racconti solo casualmente sono ambientati a Ravenna e dintorni, perchè le situazioni ivi narrate, come il fatto vero di cronaca di un rapinatore bosniaco inseguito e ferito dai carabinieri che preferisce suicidarsi pur di non farsi catturare, potevano essere accadute in qualsiasi altro posto. Il libro descrive un'angolo di terra finora troppo idealizzato, elevato ad un rango di emblema ormai scolorito, uno stereotipo che fatica moltissimo il fatto di non essere più capitale di un'impero, e non più luogo di transito e di soggiorno di personaggi quali Dante Alighieri, Niccolò Machiavelli, Leonardo Da Vinci, George Byron, Giuseppe Garibaldi, Oscar Wilde, Giacomo Leopardi, e così via. La terra degli "uomini rossi" di beltramelliana memoria era stata in grado di produrre grandi passioni politiche e parimenti grandi personalità. Qui sono nate le prime cooperative bracciantili ed edili d'Italia, ad opera di operai socialisti, repubblicani e anarchici. Il primo deputato socialista del Regno d'Italia fu un'imolese, Andrea Costa nel 1882, di provenienza anarchica. Grandi anche le personalità espresse dal mondo libertario: Leo Longanesi, Amilcare Borghi, Pio Turroni; dal sindacalismo, che oltre ad un gigante come il già nominato Borghi espresse anche un socialista come Nullo Baldini; dal mondo repubblicano, con Saffi e Valzanìa; dal mondo cattolico, con Benigno Zaccagnini. Un capitolo a parte è Benito Mussolini, che da socialista rivoluzionario fondò poi il fascismo, copiando anche il colore "sociale", il nero, dagli anarchici, di cui fu sempre un segreto estimatore. E mi scuso per i tanti nomi che per ragioni di memoria e di spazio non riesco a citare. Insomma per vari decenni la Romagna è stato uno dei laboratori più fecondi a livello internazionale di idee politiche, di esperimenti a vari livelli, di confronti, di scontri e di incontri. Sì, ma oggi? Purtroppo il popolo che fa capolino da questi racconti appare stranito, abbacinato dalle luci del divertimentificio che hanno sostituito del tutto le lampade votive dei vari ideali. Ora i bar o i pub si chiamano "Hemingway", "Bukowski", "Progresso", "Doveri e Diritti", "Scintilla", senza che nessuno si ponga la minima domanda da dove scaturiscano questi nomi. Le passioni si sono spente ormai del tutto. E' un quadro desolante quello che ci propone Agusani, ma molto più efficace e immediato di quello che ci possono fornire miriadi di dotte quanto noiose conferenze. I valori che vi troviamo sono omogeneizzati all'intero Occidente. Lo scenario è quello di famiglie che si disgregano, di piaceri effimeri ricercati ossessivamente, di amori confusi col sesso, di schiere di giovani annoiati senza progetti. Un quadro che già il grande Michelangelo Antonioni, ferrarese, delineò in uno dei suoi film più emblematici: "Deserto Rosso", del 1964, girato proprio a Ravenna città e nella sua zona industriale. E che anche un grande poeta ravennate, Eugenio Vitali, descrisse in modo lirico in una raccolta del 1981: "Ravenna, la durata di un trapasso", che però raccoglieva poesie a partire dai primi anni sessanta. L'autore, comunque, usa una scrittura scevra dalla retorica e dalla nostalgìa: descrive e basta. Molto belle e luminose le descrizioni dei panorami marini e delle valli di Comacchio, un pò didascalici invece alcuni dialoghi che ho trovato quà e là nei vari racconti, difetto peraltro comprensibile visto il mestiere con cui l'autore deve fare i conti giorno dopo giorno. Complessivamente una "prima" molto più che dignitosa, impreziosita anche dai disegni di Faustino Fori (la copertina è opera sua), con un passato trentennale come poeta ed ora approdato felicemente alla pittura.

phederpher

lunedì 19 dicembre 2011

Attilio Sassi detto il bestione

Nel 2009 per Zero in Condotta usciva una interessante biografia di un anarchico romagnolo.


Esce per i tipi di Zero in Condotta l’autobiografia di Attilio Sassi, militante anarchico e sindacalista dell'USI (Unione Sindacale Italiana), il sindacato anarchico italiano. Interessantissima questa biografia, vuoi per il personaggio, vuoi per il contesto storico e sociale in cui agì. Segue una parte della prefazione di uno dei tre curatori, Giorgio Sacchetti.

Era il novembre 2005 quando ebbi modo di compulsare, per la prima volta, il testo di questa autobiografia, voce inaspettata dal “nostro” Novecento, testimonianza a futura memoria affidata in gelosa custodia perché fosse poi lasciata “nelle mani di compagni sicuri”. La copia fotostatica del documento, ora a disposizione del pubblico presso il Centro Studi Libertari / Archivio G. Pinelli di Milano, mi era stata consegnata direttamente dalla detentrice originaria Giovanna Gervasio Carbonaro, figlia dell’indimenticato organizzatore Gaetano Gervasio (sodale di Sassi). In tutto questo c’era stata la complicità di Paolo Finzi, compagno e amico, che mi aveva individuato come il destinatario “naturale” di quelle carte. Ed è stata per me una vera emozione leggere quelle pagine scritte in una grafia che ormai avevo imparato a riconoscere.

È una narrazione autobiografica dai toni fieri, ma anche leggeri ed ironici, che si dipana fra Emilia Romagna, Brasile e Valdarno. Nel racconto di quelle vicende sociali collettive davvero “epiche”, intrecciate con altre a dimensione “microstorica”, hanno in un certo qual modo cortocircuitato le mie identità. È certamente un fatto in sé risibile, ma fra i cinquemila minatori valdarnesi che con Sassi avevano conquistato temporaneamente, nel 1919, la giornata di sei ore e mezza “a bocca di galleria”, c’erano degli appartenenti alla mia comunità familiare, e molti loro amici che, ovviamente, non ho mai conosciuto, ma di cui sentivo parlare da bambino. Ho potuto così ritrovare un’altra traccia importante di quelle storie che, ossessivamente, non ho mai cessato di inseguire, anche nella mia attività di ricercatore.

Inoltre, incontrando Giovanna, ho potuto finalmente conoscere di persona, non solo la redattrice di quel foglio battagliero, “Gioventù Anarchica”, che fu la voce bella ed effimera di una generazione di coraggiosi negli anni del dopoguerra, ma anche la pedagogista libertaria attiva e oggi stimata nella “sua” Firenze. Nella casa in collina di Bagno a Ripoli i ricordi risalgono a prima dell’alluvione del ’66. Un pacchettino con alcuni volumi mi viene offerto in dono prima di congedarci. Sono “libri di Antonio”, il suo compagno di vita scomparso da alcuni anni, docente universitario e sociologo dalla vasta produzione scientifica, anche lui con un background anarchico.

Attilio Sassi



Che film la vita! E quante strade e quante storie, distanti, sconosciute oppure solo immaginate, finiscono poi per incontrarsi ed alimentare il presente!

Il volume che qui abbiamo messo insieme è frutto di un intenso lavoro collettivo, dove Bob (Zani) e Tom (Marabini) hanno avuto un ruolo centrale, sotto tutti i punti di vista. Ma è anche la risultante di una intensa attività di ricerca in progress che viene da molto lontano. Credo che queste pagine (cui si aggiunge un ricco CD), per la loro articolazione complessiva plurale e per la connessione dei generi, possano validamente costituire sul piano metodologico – modestia a parte – anche un possibile modello euristico, utile magari per la didattica. Lo so, i manuali di storiografia ci invitano ad un uso prudente e integrato di questo tipo di fonti. Ed è quello che abbiamo fatto, affiancando all’autobiografia i saggi storici in forma tradizionale e le fonti di letteratura insieme ad altri strumenti di conoscenza: fonti orali, interviste, verbali di riunione, carte di famiglia e documenti da varie tipologie di archivi pubblici e privati.

Come tutte le visioni autobiografiche neppure questa è solo rivolta al passato. Scritta a Roma, presumibilmente alla fine degli anni Quaranta, essa, manifestando in modo intrinseco una dimensione progettuale dell’avvenire, pare piuttosto evocare il cambiamento. Così la narrazione della propria vita è essa stessa laboratorio di creazione per l’attribuzione di senso e di significati. La memoria soggettiva intrecciata con quella collettiva funziona da vaglio degli eventi selezionati, producendo, da una parte oblio, dall’altra trasformazione dei ricordi, influenzati questi anche dalle storie di vita altrui. La sfera emozionale, dove i ricordi possono essere, inconsciamente, anche “riadattati” all’economia del racconto, assume sempre una valenza primaria. La rivisitazione eventualmente “creativa” dell’agito individuale niente potrebbe però togliere a quella attendibilità che la forma autobiografica possiede in sé quale strumento cognitivo della psicologia del narrante. Già in sé l’atto del raccontare crea e ricerca legami, insieme alle connessioni perdute. Il soggetto si trova immerso in un flusso diacronico, con il continuo scorrere tra passato, presente e futuro, dimensioni che caratterizzano le fasi esistenziali di ogni individuo. È una sorta di gioco dialettico / conflittuale che ogni soggetto sperimenta con l’attraversamento sincronico di tempi eterogenei e molteplici. L’oralità vive di suggestioni, suscita emozioni. La memoria si dipana attraverso una trama che si racconta fin nelle intenzioni recondite delle azioni dei protagonisti, nei significati sequenziali delle storie. Il modello narrativo presenta valenze metaforiche, mitiche e simboliche. Il metodo autobiografico promuove desideri di conoscenza e trame di storie capaci di educare e stupire al tempo stesso.

L’uso in storiografia, sempre meno occasionale, di questo tipo di fonti, un tempo aborrite e successivamente ammesse con riserva, ci induce a ritenere forse superata la lunga fase di “paura della storia contemporanea” che ha caratterizzato gli ultimi decenni.

“È l'interpretazione – scriveva Marcello Flores – cioè la scelta selettiva del passato e delle domande da porgli, il necessario intreccio tra la loro selezione e spiegazione, a essere resa difficile nella storia del Novecento”.



Attilio Sassi (a sinistra)


A margine di questa bella presentazione, aggiungo che dopo la visione della fiction "Pane e libertà", andata in onda recentemente e basata sulla vita del grande sindacalista comunista Giuseppe Di Vittorio, occorre dire appunto che Attlio Sassi era un suo grande amico, e che Di Vittorio pianse a lungo sulla sua bara nel 1957, a Roma. Sassi era nato nel 1876, lo stesso anno del mio nonno paterno, a Castelguelfo, presso Imola. Romagnolo purosangue, amava il ballo, il vino e le belle donne. Era anche un discreto poeta in dialetto romagnolo di Imola. Nel bel volume, curato oltre che da Sacchetti anche dai cari amici e compagni libertari Bob e Marabbo, ne sono riportate alcune, fra le quali ho scelto questa dal titolo "Bèla, t'la durum" (Bella, che dormi).

Bèla, t'la durum in te tu nanè

at mand i mi sturnel a basa vos

chi vè ad arpusè in te tu cusè

E dop il dirà tanti bèli cuos

cal vè fura de cuor un può cunfusi

fra mez ad un mocc ed fiur e un mazz ad ruos

Ansò putrà mai dì, me sulament

tot quent e bèn ch'at voj e cum l'è fatt

parchè tra tanta gioia uj'è un turmènt...



Bella, che dormi nel tuo letto

ti mando i miei stornelli a bassa voce

che vengono a posarsi sul tuo cuscino

E dopo ti diranno tante belle cose

che vengono fuor dal cuore, un pò confuse

in mezzo ad un mucchio di fiori e un mazzo di rose

Nessun potrà dir, io soltanto

tutto il bene che ti voglio, e com'è fatto

perchè tra tanta gioia c'è un tormento...

martedì 13 dicembre 2011

Leggete e "indignatevi" (da "Repubblica")


La Lauretana sta a Cusercoli, venti chilometri in collina sopra Forlì. E' nel ramo dal dopoguerra, quando erano le donne di qui ad arrotondare facendo rosari in casa. Ma oggi, con la crisi e la delocalizzazione, produce anche in Cina, Albania, Ecuador, Romania. E non sempre è facile controllare gli intermediari...

Imparate il tedesk

con l'Associazione Albergatori di Cervia. Prima e secondo me anche ultima lessione.


- Ich bin Sabine. Wie heiss du?

- Ich... sunt... Cabine... la via... haiss... oss-cia, quanto tempo mi das?


- Sprechen Sie Deutch?

- No, la doccia non la spreco. Un bagno caldo, oppure un doccino veloce, ma senza esagerare con l'acqua, perché costa!


- Wo wonst du?

- Vo... vooooooo... voooooooooo... cos'è, l'autodromo di Misano?


- Wieviel Uhr ist es?

- Quanti fili = vi fil, urca, ist es è come ite messa est... quanti fili, circa, da qui alla messa è finita?


- Wie alt bist Du?

- Ah, io mi fermo sempre all'ALT!


- Wo ist die Apotheke?

- E' messa male, glielo dico in confidenza, quando ci sono le ipoteche è un guaio, poi vengono i pignoramenti e via.


- Wo ist den Bahnof?

- Ah, questa è facile. Il banof è sempre dritto e poi a destra in fondo, la destra è dove scrive... non si può sbagliare!


- Gerade aus?

- No, il Ghetoreid non l'abbiamo. Mi dispiace. Posso darle un Bitte.


- ...und rechts?

- il cane Rex, sì l'ho visto. Lo vedo sempre. E' un pastore tedesco, come Ratzinger.


- Keine gegende aus den Fenster werfen.

- I werfen sono quei fantastici biscotti ricoperti di una glassa al cioccolato, ma non si possono dare ai cani... ai keine, insomma... cani, keinen. Questo è l'assiòmoro tedesco.


- Nicht hinauslehnen.

- Conoscevo un proverbio, chi va piano, va leenen va lonténen.


- Ich bin, du bist, er ist, wir sind, ihr seid, sie sind.

- Sind come Sinderlist, Bin come Bin Laden, e del resto in Krukkilandia o iè na masa ed marucchèn.


- Restaurant. Bitte, Rotwein.

- No, i rottwein non li abbiamo. Posso darle un pittbull fresco fresco.


- Kartoffeln, bitte!

- Le scartoffie, no! Prenda del salame, è di mio cugino che fa il porco.


- Bitte?

- No, si chiama Werther. Werther Zaccherini.


- Brot...

- Prima di fare i rutti, si guardi prima allo specchio!


- Mit Speck?

- Sì, allo specchio.


- Oder mit Kase?

- I casi sono due, o lo mangia così, o lo mangia col formaggio!


- Fur meine Kinder...

- Con la sorpresina!


- Guten Appetit!

- Gutemberg, oss-cia, ie queli c'la inventé i zùrnel. Comunque, appetito.


- Gute Nacht!

- Non scaracchi, le do uno sciroppo contro il rozghìno.


Abbiamo trasmesso Sind come Sinderlist. Imparate il tedesk con l'Associazione Albergatori di Cervia. Prima e secondo me anche ultima lessione.


domenica 11 dicembre 2011

Il mistero dei versetti satanici di Roberto Piantala

e i suoi mitici Dirigibily di PioNbo.

di Pralina Tuttifrutti e Phederpher (Rehpredehp)




Era il lontano 1978 e Roberto Piantala, allora studente ripetente all'Istituto Confessionale Nautico di Cesenatico, mise insieme una rock band con Gimmi Pagina, Geremia Becchi e Giovanni Buono, i "Dirigibily di PioNbo", in omaggio ad un gruppo d'Oltremanica di quei tempi.
I quattro, a dispetto del prete proprietario del locale, si trovavano nella sua cantina di Forlimpopoli per provare i loro pezzi, ma erano talmente ignoranti che non riuscivano veramente ad accordarsi fra di loro. C'era da dire che tuttavia facevano faville con le ragazze, anche se l'alito alcoolico di Geremia Becchi non lasciava scampo.
Roberta Piantala era allora un fetido capellone, detto “la fonte del pus”. Si narra che si cambiasse le mutande soltanto per rimetterle all'arrovescio; in quanto a Giovanni era veramente un poco di Buono (mi scuso per il gioco di parole, veramente infimo). Pare che riuscisse a suonare soltanto dopo essersi scolato due litri di sangiovese di quello fatto con le bustine (fornito dalla Cantina Sociale Zanzi di Faenza).
Narra sempre la leggenda, che Gimmi Pagina fosse in realtà completamente sordo per un cotton fioc infilato nell'orecchio e mai più ritrovato, e quindi incapace di accordare la chitarra, ma nel gran bordello generale, con Buono alla grancassa e Becchi ai campanacci, era praticamente impossibile accorgersene.
Non si sa come, i quattro riuscirono a farsi fare un contratto dalla Casa Discografica “Il dioscoride di Piazza Saffi” di Forlì, dove incisero “Un disco nel culo” che divenne prestissimo un disco di cul(t)o in tutte le radio libere, che stavano nascendo proprio in quegli anni. Da allora furono contesi da tutti, tranne che dalla Circonferenza dei Vescovi Romagnoli per i quali il rock era un “fenomeno satanico” e in particolare quello dei “Dirigibily di PioNbo”. La diceria fu anche alimentata dalle presunte correlazioni tra il pizzetto di Becchi e quello di Belzebù. In seguito vi fu la storia di una strana “Stella a cinque punte” (in realtà un volantino delle Brigate Rozze che i nostri non avevano neanche letto), la quale, inserita nella locandina di un loro concerto all'arrovescio, venne interpretata per un simbolo satanico. La cosa finì in pasto ai media: il giornalino parrocchiale “La crosta di Cristo”, della Parrocchia di San Crispino, affermò che “esiste un profondo turbamento nell'ascoltare questo tipo di musica, per noi che eravamo ormai assuefatti all'Orchestra Ruspa di Massalombarda”. Nonostante ciò, furono chiamati a suonare alla Festa della Birra di Cotignola, alla Convention delle Sessatrici di Castelbolognese, e infine alla Sagra del Cinghiale tartufato di Zattaglia.
Dopo questi importanti appuntamenti, che li consacrarono al grande pubblico della bassa romagnola, furono chiamati anche a Frogstock, tuttora raduno agostano di rock-metal a Riolo Terme, e fu a quel punto che Roberto Piantala capì l'enorme potenziale della sua band. Infatti, sul palco di Riolo, messo in risalto il suo bel fisico con una mise di simil-pelle nera, una giacchetta aperta sull'ampio petto villoso, e una parrucca viola da metallaro, esordì grattandosi il pacco e gridando come un ossesso “Muovete quel culoooo, stronziii!!!”, e da quel momento diventò per tutti il Re del Rock e del Galateo. Le donne svenivano ai suoi piedi, specialmente quando si toglieva le scarpe, e ogni sera occupavano un albergo diverso. Si narra per esempio, che a Zadina avevano prenotato ben tre piani della Pensione “Stella Maris” con le loro ragazze, due baldraccone di terz'ordine pagate con gli spiccioli rubati da un cassettino delle elemosine, e per tre giorni e tre notti fecero una grande festa, interrotta solo per qualche tenera telefonata alla mamma.
Racconta Gimmi Pagina che scrivevano le loro canzoni buttando lì delle parole a caso ritagliate da “Famiglia Crostiana”, e questa sarebbe stata la ricetta del loro grande successo e anche della loro “maledizione”! Pare che veramente, se lette all'arrovescio, tutte quelle boiate dicessero cose quasi intelligenti.
La band si sciolse alla fine degli anni '80 per esaurimento della vena creatin... pardon, artistica. Ormai avevano venduto 467 copie dei loro dischi, quasi tutte curiosamente a Boncellino e dintorni, e si ritenevano quindi soddisfatti.
Ora, però, i "fab four" della Bassa Romagna sono uomini maturi e in carriera. Pagina fa il correttore di bozze al “Resto del Cretino”, Piantala ha un vivajo di ranuncoli a Valverde di Cesenatico, Becchi ha una catena di macellerie equine e Buono dirige un'agenzia di gorilla che proteggono alcuni dei più bei nomi della politica internazionale. E per concludere in "bellezza", mentre sopra avete potuto ammirare una delle photo più recenti del vero Robert Plant, sotto, nel filmato, potrete ascoltare una delle creazioni più originali di Roberto Piantala, dal titolo "Salita in Appennino" (a seguire un frontalino, di quelli pesanti).


Un anno fa a Bologna

lunedì, 06 dicembre 2010


Ridi, Bologna!



Una due giorni piuttosto intensa quella appena archiviata, e molto soddisfacente sul piano artistico. E con in più la ciliegina di questo libro, presentato ieri sera da Eraldo Turra (il meno magro del famoso duo Gemelli Ruggeri), che ha fatto da intrattenitore durante la serata dedicata alla gara di poesia orale svoltasi al Circolo Bertold Brecht, promossa dall'Associazione Culturale Via de' Poeti. Bologna, benchè non rappresenti nè per me nè per la mia attuale compagna una felice tappa della nostra vita, sia pure in tempi diversi, è comunque una delle capitali riconosciute della comicità italiana. Bene, questo libro, firmato anche da Eraldo Turra, ripercorre gli ultimi decenni di storia del cabaret e della comicità all'ombra delle Due Torri. Si parte con la mitica Carla Astolfi, attrice in dialetto bolognese, e giunta quest'anno al 75esimo anno di palcoscenico (con in più comparsate in film e spot pubblicitari) per proseguire con Lucio Dalla e Gianni Cavina (famoso per essere l'Ispettore Sarti). Lucio Dalla iniziò come cabarettista, alzi la mano chi lo sapeva! Bè, l'elenco è veramente sconfinato, se contiamo anche chi è solo passato professionalmente da Bologna, come Walter Chiari (che ci risiedette due anni, e finì poi per comprarsi una casa a Cervia, dove tutte le estati fanno, nella piazza centrale, una rassegna in suo onore, il "Sarchiapone"). A Bologna nacque appunto il gruppo del Gran Pavese: Susy Blady, Lupo Solitario, i Gemelli Ruggeri, Vito (che attualmente fa coppia artistica con una mia carissima amica di Faenza, Maria Pia Timo, in arte Wanda la carrellista). A Bologna è nato il rock demenziale degli Skiantos, guidati da Roberto "Freak" Antoni, sono nate rassegne che hanno lanciato artisti tuttora in auge, come la Zanzara d'Oro. Qui sono emersi personaggi come Ennio Marchetto, Paolo Hendel, Antonio Albanese, Paolo Cevoli, Giorgio Comaschi, Enzo Robutti, Fabio De Luigi, Veronica e Malandrino (in arte Marcolino e Padre Buozzi), Maurizio Ferrini, Alessandro Bergonzoni, Natalino Balasso, Eros Drusiani, Daniele Fabbri (in arte Luttazzi, in omaggio a Lelio), Maurizio Pagliari (in arte Duilio Pizzocchi), Gigi e Andrea, i fratelli Mario e Pippo Santonastaso, il Trio Reno, Bruno Nataloni, la Metallurgica Viganò, Gene Gnocchi, e poi il mitico "poeta sborone" Andrea Sasdelli (in arte Giuseppe Giacobazzi), e prima ancora Dino Sarti, Francesco Guccini e Andrea Mingardi, anche loro partiti come intrattenitori. Non tutti, come sapete, sono bolognesi doc, anzi, ma è un fatto che proprio a Bologna hanno trovato l'humus adatto per la loro crescita. E sicuramente sto dimenticando qualcuno! A Bologna per vari anni c'è stata la redazione del mitico settimanale satirico "Cuore", a cui ha contribuito anche la mia Pralina con due sue fantastiche vignette. E senza trascurare che proprio a Bologna, dopo Firenze e Milano, ha attecchito la Lega Italiana per l'Improvvisazione Teatrale, diffusasi poi nella vicina Romagna al punto che il Campionato d'Improvvisazione di quest'anno lo ha vinto la squadra di Ravenna. Qui cito due nomi sconosciuti ai più: Paolo Busi e Federico Palombarini, due autentiche macchine da risate. Poi ci sono anche grandi artisti non professionisti. Le compagnie dialettali di Bologna sono da sempre sinonimo di qualità, oltre che di divertimento: famosi anche in tutta la Regione erano i gruppi di Bruno Lanzarini, Arrigo Lucchini e Bruno Dellos. Purtroppo, con l'attuale crisi, le compagnie dialettali fanno ormai molta fatica a sostenere trasferte anche di poche decine di chilometri! Mi permetto a questo punto di citare un amico scomparso: Franco Frabboni, che aveva costituito una compagnia chiamata "Bulagna in dialett". Lo vidi recitare a Molinella due anni prima della morte, e ne aveva quasi ottanta. Bè, in palcoscenico sembrava al massimo un sessantenne, con un fisico asciutto e una vitalità incredibile. E con una verve comica ancora freschissima. E ancora un'ultima menzione per il gruppo "Ponte della Bionda", capitanati dal grande Fausto Carpani, coetaneo di Mingardi, comico, attore, cantautore e riesumatore del passato rinascimentale della città con spettacoli indimenticabili. E, ripeto, sto dimenticando ancora tanta gente. Qual'è il segreto, direte voi? Indubbiamente un'animaccia anarchica e dissacrante. E poi anche il fatto di trovarsi in posizione strategica, in modo da catalizzare anche tutti gli artisti nel raggio di almeno cento chilometri. E, last but not least, la messe enorme di locali e localini, cresciuti sopratutto come "indotto" dell'Alma Mater, la più vecchia università d'Europa. Giovani = voglia di divertirsi, anche se adesso, con l'invecchiamento della popolazione e lo spopolamento del centro storico, i problemi non mancano. Ora, per esempio, manca il sindaco, e la situazione economica è pesante. E anche lo sport sta soffrendo. Il Bologna lotta per non retrocedere, e le due squadre di pallacanestro (sport che a Bologna è più di una fede) sono da tempo relegate in campionati minori, causa fallimenti economici vari. Insomma... chi vivrà vedrà.

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Sempre restando a Bologna e in tema di comicità e riso, riproponiamo un vecchio divertente post di Alcide Brunazzi dal blog Versi e Versetti (ormai ex dato che hanno chiuso la piattaforma di Splinder)

venerdì, 29 agosto 2008


Scherzi d'altri tempi

Un personaggio a tutto tondo, di quelli di una volta tipicamente bolognesi, è un signore che si chiama Luigi Lepri (Gigèn d'Livra, in dialetto felsineo). Studioso del dialetto e attore in vernacolo, tiene da molti anni una piccola rubrica sulla pagina locale del RESTO DEL CARLINO dal titolo "Di ban sò, fantèsma!" (Raccontaci un pò, fantasma!), in cui racconta aneddoti, scherzi, frizzi e lazzi dei tempi che furono. Questo in particolare è davvero gustoso, e risale a una cinquantina d'anni fa. Uno studente dell'Alma Mater, particolarmente adepto del Dio Bacco, ad ogni sbronza veniva assalito dal rimorso e, per purificarsi, pregava gli amici di portarlo dove c'era molta acqua. Un bel mattino, dopo l'ennesima notte di eccessi alcoolici, si svegliò sulle rive di un fiume larghissimo, e concluse che gli amici lo avevano portato in macchina fino al Po, in pratica poco più di un'ora di viaggio da Bologna. Risalì barcollando l'argine e al primo passante che trovò gli si rivolse in dialetto bolognese, chiedendogli dove fosse il paese più vicino. L'uomo lo guardò sorpreso e, in perfetto francese, gli rispose che era a pochi chilometri da Parigi! In pratica quella volta lo scherzo fu pesante (e costoso!), visto che viaggiarono tutta la notte e oltre per scaricare l'amico lungo la Senna. Il nostro eroe, senza documenti e senza soldi, dovette faticare non poco per rientrare a Bologna. Finì poi per ritrovarsi coi soliti amici e, decidendo di stare al gioco, gli disse questo: "Ragàz, cal vèn al fà di miràcuel, a fòrza ad bevvar am sa truvè al Mulèn Rouge" (Ragazzi, quel vino fà miracoli, a forza di bere mi sono ritrovato al Moulin Rouge). Il tutto quindi si concluse in una solenne risata ed in una ancor più solenne bevuta, che il beone festeggiò col detto: "L'è mej al vèn fèss che l'acua cèra" (E' meglio il vino schietto che l'acqua pura). E Alcide questo lo sa molto bene e lo mette in pratica quasi ogni giorno...