lunedì 27 febbraio 2012

Non solo vino...



E’ datata 1861 una breve relazione (quindici paginette più altre otto contenenti illustrazioni) che, sotto forma d’estratto del numero 32 de "L'Incoraggiamento – Giornale di agricoltura, industria e commercio” stampato in quel di Bologna, fu pubblicata con il titolo “Del luppolo coltivato da Gaetano Pasqui di Forlì”. Non vien detto chi ne sia l’autore, ma non è certo questo il dato più sorprendente dell’opuscolo, quanto piuttosto la vicenda agraria e protoindustriale, potremmo dire, che quelle poche pagine consentono, sia pur sommariamente, di delineare. Intanto, a quale uso è principalmente deputato – e lo era anche a metà ‘800 – il luppolo, rampicante dioico (in cui, cioè, i fiori maschili e quelli femminili si sviluppano su piante diverse) che predilige climi temperati freschi, ed è dunque ampiamente coltivato nei paesi anche dell’estremo nord dell’Europa (cresce addirittura spontaneo in Siberia e nel Caucaso, oltre che nelle regioni settentrionali d’America)? Il fiore del luppolo, quello femminile in special modo, è l’ingrediente che conferisce il caratteristico aroma nonché il gusto amaro alla birra.

E proprio come “fabbricatore di birra” ci viene presentato il predetto Gaetano Pasqui, al quale, avendone bisogno per la propria attività ma risultandogli difficile, anche per l’alto costo, il procurarselo sul mercato, “nacque il pensiero di tentarne fra noi la coltivazione, affinché gli fosse dato un giorno poterne diminuire il prezzo, ed insieme quello della bevanda sì salutare e tanto generalizzata della birra. Nel 1847, pertanto, in un suo fondo poco distante dalla città,  prese a coltivare una trentina di piante che rinvenne dietro minute ricerche, non trascurando d’uniformarsi ai precetti degli scrittori su tale argomento, né lasciando intentata eziandio niuna prova, né risparmiando veruna spesa; finalmente nel 1850 alcune piante fra tutte le coltivate gli diedero un prodotto (…) da animarlo a speranza”. Il fatto dunque singolare dell’opuscolo in questione è che ci mette al corrente dell’esistenza, nella prima metà del XIX secolo, di una fabbrica di birra con annessa coltivazione di luppolo a Forlì.

Datano a quest’epoca, in effetti, le prime produzioni nazionali della bevanda, tutte concentrate nel nord del paese (tra quelle ancora in vita si ricordano, a titolo d’esempio, la Wuhrer di Brescia, del 1829; la Peroni di Vigevano, poi trasferita a Roma, del 1846; la Moretti di Udine, del 1859); ma non si aveva notizia di una simile iniziativa in terra di Romagna, e proprio a Forlì. Poche del resto sono anche le informazioni riguardanti il promotore della medesima, nonché quelle concernenti gli sviluppi della sua intrapresa dopo il 1866, anno cui risale una prima “Monografia Statistica, Economica, Amministrativa della Provincia di Forlì” che al riguardo dichiara: “Il Sig. Gaetano Pasqui ha introdotto la fabbricazione della birra ed ha iniziato la coltivazione del luppolo. L’attività si svolge essenzialmente per sei mesi all’anno ed occupa ordinariamente due operai. Nel 1863 sono state smerciate 35.000 bottiglie, anche fuori della Provincia”. Si sa che Gaetano, nato nel 1807 presumibilmente a Forlì, vi moriva nel giugno del 1879; dei suoi quattro figli, tre erano femmine e rimasero nubili, mentre il maschio Tito (nato nel 1846), ingegnere, docente universitario ed agronomo anch’egli, diventerà un personaggio assai rilevante, e politicamente impegnato, a livello non solo locale. Ma sulla produzione di birra con annessa piantagione di luppolo, dopo gli anni che si sono detti cala il più assoluto silenzio. Probabile fosse ubicata appena fuori Forlì, negli annessi di una villotta rurale (ceduta dalla famiglia dopo la Seconda guerra mondiale e di recente demolita), posta sulla confluenza dei fiumi Rabbi e Montone (l’acqua in abbondanza serve infatti per la fabbricazione della birra), sulla sponda opposta rispetto a quella dove ora sorge l’ospedale “Pierantoni-Morgagni”. Doveva però essere di buona qualità, la “Birra Pasqui”, poiché valse al suo produttore un paio di riconoscimenti in esposizioni provinciali (nel 1852 e 1856), la medaglia d’oro in quella di Firenze del 1861, nonché una menzione d’onore, l’anno seguente, addirittura nell’analoga manifestazione di Londra. In una delle motivazioni ufficiali, Gaetano vien definito “Commissionario di macchine e strumenti rurali, premiato per invenzioni di strumenti rurali e per costruzioni di modelli ad uso delle scuole di agronomia”. Il caso vuole che di tali modelli ne sopravvivano ben diciotto: si tratta di aratri in scala 1:5, risalgono forse al 1870 e fanno tuttora bella mostra di sé in alcune teche dell’Istituto Tecnico Statale per Geometri “Camillo Rondani” di Parma.



lunedì 6 febbraio 2012

Una settimana di libertà


Nel giugno del 1914 i cittadini di Alfonsine, cittadina a 16 km. da Ravenna, avevano preso il controllo totale del Paese. Furono sequestrare derrate alimentari e armi ai latifondisti. Interrotte le comunicazioni, furono date alle fiamme il Circolo Monarchico e la Chiesa, che fu prima saccheggiata e devastata. La scritta "W MASETTI" e "ABBASSO L'ESERCITO" erano un pò ovunque. Masetti, com'è noto, era un giovane anarchico imolese che nel 1911 sparò al proprio ufficiale di plotone, mentre prestava servizio militare a Bologna, diventando così un simbolo per tutti i refrattari alla guerra e all'ordine costituto. Ma cos'era successo? Dall'8 al 14 giugno tutta l'Italia fu attraversata da un forte vento rivoluzionario. Casus belli fu l'uccisione di tre proletari, due repubblicani e un anarchico, avvenuto ad Ancona per mano di un manipolo di carabinieri durante un comizio del giovane socialista faentino Pietro Nenni. Socialisti, repubblicani e anarchici, dopo anni di infauste divisioni intestine, furono uniti stavolta negli intenti. Scoppiarono tumulti in ogni parte d'Italia con decine e decine di morti, anche fra le forze dell'ordine. E proprio in Romagna si raggiunse l'acme della rivolta. Gli alfonsinesi, in particolare, furono i più radicali, come abbiamo già detto. Dopo aver di fatto isolato la cittadina, che all'epoca contava circa 5000 anime, gli abitanti festeggiarono per una settimana intera, improvvisando una specie di "Carnevale" fuori stagione. Nonostante questo, comunque, non ci fu neppure un morto e, anzi, anche a chi fu sequestrata la proprietà o i propri oggetti, fu garantita la piena libertà di movimento. Naturalmente, come nella migliore tradizione di "sinistra" in Italia, i massimi dirigenti socialisti dell'epoca (fra i quali Mussolini!) dopo una settimana fecero marcia indietro, argomentando che ancora per la rivoluzione non si era pronti, insomma, che si era fatta solo un pò di ricreazione e che per il momento bastava così. Il 14 un reparto di Cavalleria entrò in paese, e molti, sopratutto anarchici, furono processati e condannati. Alcuni fuggirono in Svizzera o a San Marino, altri furono reclusi, anche se durò poco, dato che sei mesi dopo ci fu un'amnistia per la nascita di una bambina in Casa Savoja. Il 26 luglio di quell'anno si tennero le elezioni per il Comune, e la vittoria della lista socialista fu quasi plebiscitaria, anche se la nuova amministrazione, condotta da Camillo Garavini, fu presto commissariata. Con lo scoppio di lì a poco della Grande Guerra, quasi tutti i militi alfonsinesi vennero vigliaccamente mandati in prima linea davanti agli austroungarici come "vendetta", e pochi, infatti, furono quelli che fecero ritorno alle loro case. Alfonsine, poi, subirà un pesantissimo bombardamento alleato durante la Seconda Guerra, in occasione della famigerata "Battaglia del Senio", il fiume che l'attraversa, subendo la distruzione del 95 per cento del centro abitato, Chiesa compresa.

giovedì 2 febbraio 2012

La neve anche nel suo aspetto giocoso...

...

http://www.flickr.com/photos/ravennanotizie/6806248377/

per gentile concessione di Ravennanotizie, invitando a visitare il loro magnifico album foto della nevicata


Dal blog NEWSRIMINI una testimonianza sui fatti drammatici di ieri, il treno bloccato come metafora dell'Italia che non funziona


C'era anche la riminese Manuela Fabbri, responsabile della comunicazione per il consorzio Down Town di Rimini, ieri sul treno intercity Bologna-Taranto, fermo per sette ore nelle campagne di Forlimpopoli. "Un treno - scrive oggi Manuela - metafora dell'Italia". RIMINI





02 febbraio 2012
13:46

Di seguito il suo racconto:

"Ieri ero sull'intercity per Taranto: una metafora dell'Italia, la conferma che i cittadini italiani (tranne qualche raro esempio) sono migliori di chi dovrebbe sapersene assumere le responsabilità, perché delegato (e pagato) a farlo. L'assenza totale dell'azienda Trenitalia e dello Stato (il Prefetto) e la protezione civile, lo scaricabarile tra "decisori": 1000 persone (e forse più) con bambini, donne incinte e anziani, mollate come fossero nelle lande sperdute siberiane, a 1km, forse 2 da Forlimpopoli, l'evoluta Romagna.
Senza nessuna assistenza, allarme, avvertimento, annuncio in tempo reale su siti e altro... dopo ore di attesa il mattino alla stazione di Bologna di treni che non partivano sebene di lì avrebbero docuto nascere (come il Bologna-Rimini delle 12.06), finalmente eravamo partiti da Bologna. Ci aspettavano 7 ore e passa, senz'acqua, riscaldamento, bagni utilizzabili, alimenti, etc. Con l'ultima sceneggiata all'arrivo a Forlì, alle 22 circa: dopo ore di tempo per la preparazione dell'evento - "l'accoglienza dei profughi", un continuo rimbalzo tra Rimini, Bologna e Forlì abbiamo poi capito (a seconda se la locomotiva riusciva ad arrivare e da dove, alla fine dell'ennesimo tentativo)... Tutto senza alcun coordinamento e il Sindaco Balzani, che comunque c'era, che avrebbe voluto portare persone esauste fuori dal mattino, partite da Bologna per Taranto ma anche da Bologna per Rimini, o anche solamente da Forlì a Cesena (15km!) e/o da Bologna a Rimini (come me)... tutti alla FIERA!
Se non fosse tragico per l'Italia (seppure senza morti e feriti) vi assicuro sembrerebbe una farsa. Più di 7 ore chiusi ermeticamente lì dentro accatastanti, pur con tutte le nuove tecnologie a disposizione e messaggi di ogni genere partiti per tutta l'Italia: 112, 118, 113, prefetture, protezione civile etc., potete rendervi conto quanti parenti, amici, conoscenti ci fossero e che a loro volta se ne occupassero... es. la mia amica Cenni, giornalista di Oggi che avevo appena lasciato a Bologna, ha scatenato facebook già dopo un'ora che eravamo fermi e sono cominciate a piovere telefonate dei giornalisti, ma abbiamo continuato per ore e ore a non vedere una coperta o un bicchiere d'acqua (anche fredda)... mai nulla fino all'arrivo (tra fotografi e telecamere) alla stazione di Forlì!
Il campionario di cittadini italiani e non che erano sul quel treno - difronte a me una signora romena che non era riuscita a decollare dall'aeroporto di Forlì e tornava a Civitanova era esterrefatta: "Signora è fortunata, salga subito sull'intercity per Taranto, uno dei pochi che circola!", le avevano detto i ferrovieri - hanno dimostrato un grande self control e capacità di affrontare le crisi. Nessuno era infuriato (nonostante il colore che qualche giornalista ha fatto). Molti rassegnati, altri casomai increduli, e (ancora di più) preoccupati per l'Italia. Della ulteriore ragione per deprimere il morale delle persone sugli esiti della nostra comune "baracca".

Manuela Fabbri

mercoledì 1 febbraio 2012

Gioacchino Rossini a Lugo di Romagna


Dopo il trasloco dalla piattaforma di Splinder che è in chiusura in questi giorni, abbiamo recuperato questo post che parla di una interessante mostra documentaria su Gioacchino Rossini. Recensione ovviamente non più attuale ma valeva pena salvarla per l'importanza di questa figura storica e culturale che parla degli stretti legami con Lugo la cittadina di origine della famiglia del grande compositore, fra l'altro Rossini deriva da "usignolo" (cit. Maria Rossini, insegnante faentina di tecniche della ceramica e lontana parente del grande musicista) come dicevano i latini nomen omen, nel nome è racchiuso il destino e mai come in questo caso fu più azzeccato.


venerdì, 10 aprile 2009

Gioacchino Rossini, musicista, da Lugo di Romagna

Apre domani presso il Palazzo Trisi, sede odierna della Biblioteca Comunale di Lugo di Romagna, la mostra documentaria sul grande compositore Gioacchino Rossini. Rossini nacque a Pesaro il 29 febbraio 1792 da Anna Guidarini, cantante pesarese di cui vediamo un ritratto a olio sotto a sinistra, e Giuseppe Antonio Rossini, musicista lughese, che si erano sposati l'anno prima. Rossini, in realtà, passò solo due anni a Lugo, dal 1802 al 1804. E proprio a Lugo vi è ancora, restaurata dal Lion's Club e restituita al pubblico come luogo di eventi e mostre, la casa paterna di Via Rocca, che passò definitivamente in possesso del compositore soltanto nel 1839. Il giovanissimo Rossini frequentò la scuola dei canonici Giuseppe e Luigi Malerbi, allora ritenuta una delle più reputate a livello regionale, e già all'età di dodici anni fece il suo esordio con le celebri SONATE A QUATTRO e con il GLORIA A TRE VOCI. Da Lugo passò infine al Conservatorio di Bologna e da lì iniziò la sua incredibile parabola che lo ha consegnato alla leggenda ed alla gloria immortale. Rossini abbandonò relativamente molto presto la carriera musicale e si stabilì definitivamente a Parigi, dove sposò in seconde nozze Olympe Pelissier, che in seguito donò al Municipio di Lugo i ritratti ad olio dei genitori del marito. Rossini, infatti, conservò sempre uno stretto legame con la città paterna. Per esempio, è possibile ammirare nell'itinerario della mostra una sua lettera datata 1 febbraio 1844, in cui ringrazia il gonfaloniere di Lugo per la nomina a consigliere comunale, e il "Diploma di Patrizio Lughese", rilasciato dalla Magistratura di Lugo il 20 dicembre del 1858. In queste due foto potete ammirare l'esterno di Casa Rossini e la stanza al piano terra, che ospita il camino, presenza classica nelle case di quei tempi.






Non distante da Casa Rossini sorge infine il Teatro, che in seguito è stato intestato a Lui. Costruito fra il 1757 e il 1761, è un classico teatro all'italiana con rifiniture, ornati, disposizione dei palchi e scenografie a cura del famoso architetto e pittore bolognese Antonio Galli Bibiena. L'opera che lo inaugurò fu il "Catone in Ustica", di Pietro Metastasio, ma già dal 1814 cominciò a ospitare le più celebri opere rossiniane. Dopo il definitivo restauro di venticinque anni fa, è oggi protagonista assoluto a livello internazionale sia nel campo della lirica che in quello della prosa, sostenuto e animato da un numeroso pubblico proveniente da ogni parte del Nord e del Centro Italia. La mostra terminerà il 30 maggio prossimo e per i fanatici del grande Rossini, tra cui il sottoscritto da quasi quattro decenni, è una tappa imprescindibile di questo 2009.


martedì 31 gennaio 2012

Storie di ravennati, Aldo Succi detto "Garibaldi", il mitico Danilo Casali di Radio Ravenna Uno, Elio Quarneti lo chef anarchico


Dopo il trasloco dalla piattaforma di Splinder che è in chiusura in questi giorni, abbiamo recuperato la storia di Aldo Succi, un altro di quei personaggi tipici romagnoli con tanto di soprannome celebre e quella di Danilo Casali. A seguire il ricordo di Elio Quarneti dalle pagine di Rivista Anarchica.

martedì, 01 luglio 2008


Aldo Succi, detto "Garibaldi"

Personaggi curiosi, tipici della provincia romagnola, ma non solo. Il 27 giugno di cento anni fa nasceva a Ravenna un certo Aldo Succi, che popolarmente verrà chiamato "Garibaldi", perchè si fermava sovente a dialogare con la statua dell'Eroe dei Due Mondi in pieno centro. Dire che fosse bizzarro è poco: intanto circolava sempre in bicicletta portando con sè un lungo palo di legno a mò di alabarda, cantava ad alta voce pedalando e ripeteva sempre l'ultima frase che aveva sentito. Una volta un turista lo fermò per chiedergli quanto distasse la famosa basilica di Sant'Apollinare in Classe, e lui gli rispose che "una volta distava cinque chilometri". Il turista, sorpreso, gli ribattè: "Come sarebbe a dire -una volta-?", e lui serafico gli rispose (in dialetto): "Cosa vuole, oggi aumenta tutto!". Sempre un altro turista una volta gli chiese dove fosse Galla Placidia (intendendo il famoso mausoleo nell'area della Basilica di San Vitale), e lui, guardandosi attorno gli fece: "Galla Placidia? Era qui poco fa!" (sempre in dialetto). Arrivò la guerra, e con essa il coprifuoco. Una sera d'agosto del 1943 una sentinella, di guardia in una via del centro, intimò "l'alt" varie volte e infine sparò ferendo di striscio una povera donna che aveva ignorato l'ordine. Un'ora dopo la stessa sentinella intimò di nuovo: "Alto là! Chi va là?", sentendosi replicare nello stesso modo. La cosa andò avanti per sei o sette volte, dopodichè ci fu un accorrere di militari, solo per scoprire che il "sovversivo" era "Garibaldi" che ripeteva sempre l'ultima frase sentita. L'indomani il parroco Don Molesi, testimone oculare della scenetta, gli chiese: "Da dove venivate ieri notte, che erano le undici?", e Succi: "Ero stato in Pineta!". "In Pineta? Alle undici di notte? E non sapevate che c'era il coprifuoco?", ribattè il prete. Succi continuò a ripetergli meccanicamente: "Sono stato in Pineta!". E altro non fu possibile cavargli di bocca. Succi dialogava non solo con la statua di Garibaldi, ma anche con la statua bronzea di Augusto, che all'epoca era nella centralissima Piazza del Popolo. Una volta fu sentito dirle: "Come sei nera! Ma perchè non vai in Comune, che ti assumono subito?", con evidente riferimento alle assunzioni che in Comune assegnavano a chi aveva fatto la guerra in Africa Orientale nel 1936. In quei tempi di fame e miseria, il pane, spesso, era duro e quasi immangiabile. E così un bel giorno il buon "Garibaldi" ne depositò alcuni pezzi davanti alla statua, dicendole: "Mangialo tu, che hai lo stomaco di ferro!". Naturalmente tutto questo sempre in dialetto ravennate. "Garibaldi" morì in una giornata di fitta nebbia, il 12 dicembre del 1951, mentre camminava in mezzo ad una via molto trafficata. Finì sotto le ruote di una "Fiat Topolino", condotta da un noto medico locale. Il "Resto del Carlino", nell'edizione locale, ne parlò con grande enfasi quasi fosse scomparso un grande scienziato o un noto letterato. Erano decisamente altri tempi. Sicuramente con lui scompariva un pezzo della vecchia Ravenna, che oggi suscita infinita nostalgìa nelle vecchie cartoline in bianco e nero in vendita nei mercatini dell'antiquariato.

*

lunedì, 12 maggio 2008


"L'amicizia" (poesia per Danilo)

Nemmeno il tempo di rifiatare, appena tornato dalle Langhe, ed ecco l'ennesima brutta notizia. Che sia vera la storia dell'anno bisesto, che risulta funesto? Insomma, qui ormai è tutt'uno. Danilo Casali ci ha lasciato, a 75 anni, dopo breve malattìa. Chi era Danilo? Nella nostra città, Ravenna, era un'istituzione. Grafico pubblicitario geniale e fantasioso, pioniere delle radio libere, e grande appassionato di teatro in vernacolo romagnolo e compagno di mille simposi e convivi, in cui elargiva la sua enorme cultura e simpatìa, ma senza mai uscire dalle righe e con una sobrietà d'altri tempi. La sua figlia prediletta, lui che non ha avuto figli veri, era Radio Ravenna Uno, in attività ormai da quasi trent'anni, in cui conduceva programmi di grande qualità e spessore culturale. Interviste a grandi personaggi di passaggio e locali, letture di poesìe (anche le mie primissime, inizi anni 80), cronache di vita cittadina, attento studio dell'evoluzione dei tempi, divertissement in dialetto... migliaia e migliaia di ore di trasmissione che ora costituiscono un patrimonio inestimabile per la conoscenza del nostro dialetto, delle usanze popolari della nostra terra... e poi ancora, lui che era anche un grande cinefilo e un grande appassionato di football, una rivista settimanale (una delle prime in Italia) che parlava delle trame dei film in uscita nelle sale cittadine, la bacheca in Piazza del Popolo aggiornata da lui stesso coi trasferibili (!), la domenica pomeriggio sui risultati del Ravenna Calcio, negli anni in cui vegetava fra serie D e serie C. Negli ultimi anni aveva comprato un capanno da pesca alla foce del fiume Lamone, a Casalborsetti, e così si era inventato una rubrica radio dal titolo "Nutezzi da e nostar padlon", cioè "Notizie dal nostro padellone", ove per padellone s'intende il termine popolar-vernacolare che indica appunto un capanno da pesca, ciò perchè la superficie della rete da pesca dà l'idea di un'enorme padella, una volta tesa ai quattro angoli dagli argani che la calano in acqua. Al suo ricordo, al suo volto gentile e sorridente, dedico questi pochi e miseri versi.


L'anno ha preso la sua spinta, e precipita

dentro il gorgo, ancora un altro.

Fiori e campi di foglie morte illustrano

i sentieri spogli di nobiltà, e il silenzio

vira la sua barca verso terra.

Il maggio ora mi sorvola, coi suoi

cieli luminosi, densi di bellezza

piumata, e colmi di risate.

Ma dietro al cipresso la luna guata,

in terribile ascesa, sulla pianura

trapunta di lucciolanti fosfori.

Eppur di nuovo mi giunge

in gola la tua voce di amico

caldo e generoso, come il miele

che da bimbo scoprivo dalle

mani di mia madre. Come

il vento che da sempre sferza

il prato delle aurore inesorabili,

delle sentenze pronunciate,

del buio mare che s'ingolfa

nei giorni dei nostri desideri.

"scillicet occidimus, nec spes

est ulla salutis, dunque loquor

voltus obruit unda meos"

Andrea Trerè

*


Dal Resto del Carlino

2008-05-04


CON la morte di Danilo Casali, avvenuta ieri all’ospedale di Ravenna dopo breve malattia, si stacca un altro foglio dalla rubrica delle persone buone. Nato nel 1933, dopo aver frequentato il liceo classico si iscrisse a giurisprudenza a Milano non certo con l’intenzione di indossare la toga, ma per venire in contatto con un ambiente che sicuramente lo avrebbe aiutato a formarsi come pubblicitario. Casali, infatti, nasce innanzitutto grafico e la pubblicità fu il suo principale campo di azione tant’è che fin dagli anni della goliardia si era fatto un nome come organizzatore di eventi.
Molte insegne di negozi in città restano ancora oggi come testimonianza del suo estro. Fu Casali uno dei primi a introdurre la pubblicità nelle sale cinematografiche Era Casali a introdurre nel Caffè Nazionale la bacheca coi risultati delle partite del Ravenna e che lui stesso aggiornava ogni domenica pomeriggio a beneficio di quanti passeggiavano per la piazza. E fu un’idea di Casali la bacheca in piazza con le indicazioni dei film proiettati nelle sale della città unitamente al giornalino ‘Flash’ che pubblicizzava i film.
Ma la sua creatura più importante fu ‘Radio Ravenna Uno’, prima emittente radiofonica privata di Ravenna e sicuramente una delle prime a livello nazionale. E Danilo era l’uomo tuttofare, dal regista al conduttore. Il suo seguitissimo programma ‘Valzer, polka, mazurca e taiadell’ fu diffuso per oltre 30 mila ore con grandissimi livelli d’ascolto. Sempre attento alle cose di Romagna, seguiva con interesse gli appuntamenti romagnoli e dovunque si parlasse di Romagna e delle sue tradizioni Danilo non mancava mai.
Ultimamente andava orgoglioso della sua ultima creatura di carta, ‘Nutizi da e’ nostra padlon’, il mitico capanno da pesca n. 35 sul Lamone, dove Danilo riusciva a radunare amici per cenacoli e per mangiate di pesce. Casali ha lavorato fino alla fine. Anche sul letto dell’ospedale pensava a progetti futuri e disegnava bozzetti con quell’estro che aveva ereditato da sua madre, la pittrice Emma Montanari Casali. Danilo Casali fu un vero vulcano di idee e un entusiasta della sua professione, che interpretò sempre con l’animo pulito del bambino. E questa sua onestà è sempre stato il suo inconfondibile biglietto da visita col quale si è guadagnato la stima e l’affetto di molti amici che gli hanno sempre voluto bene. I funerali avranno luogo lunedì 5, alle ore 10.45, nella chiesa di San Rocco.

Franco Gàbici

*

 
Ricordando Elio Quarneti (1959 - 1996)

E' per me penoso e difficile scrivere queste poche righe. Penoso per l'affetto che nutrivo per Elio (eravamo amici da 18 anni), difficile perché la sua personalità era veramente complessa, intricata ed intrigante, profonda, mutevole ed impossibile a riassumersi con una, anche se nobile, "etichetta".
Comunque sia, Elio era anche un anarchico e ci teneva a dirlo. Era veramente anarchico, per le sue scelte di vita, non per i vezzi o le parole. Cioè, era coraggioso, e generoso, in tutto. Non amava i compromessi e le mezze misure, e aveva davvero un pessimo carattere. Diceva sempre in faccia quello che pensava, senza badare alla convenienza o alla reputazione. Però, come tutti i "cattivi", era capace di amare tanto e di dare tutto per poco o nulla!
Di cose ce ne sarebbero da dire, a migliaia, ma debbo essere per forza concisa. E allora dirò che era un cuoco straordinario, uno degli "chef" più bravi e più creativi in Romagna (con tanto di articoli sui giornali); che era stato "chef" indiano di Lotta Continua, poi molto vicino agli anarchici di Ravenna (quando avevano la libreria "A come inchiostro"); che non era mai andato a votare, nemmeno per gioco; che sradicava i cartelloni della Lega per buttarli nell'immondizia; che cancellava le scritte razziste dai muri; che inseguiva i Testimoni di Geova per spaventarli ("Sono il figlio di Satana"); che buttava fuori i fascisti dal suo locale; che spegneva gli incendi nella pineta e li accendeva nei cuori...che era omosessuale, e fiero di esserlo, anche quando gli costava caro...che era una persona al di fuori di tutti gli schemi, di tutte le parrocchie, di tutti i conformismi...che fumava l'erba senza essere uno "sballato", che beveva senza andar di fuori, che era rispettoso degli altrui spazi, parole, silenzi.
Rispettoso fino alla fine, perché la morte non è una cosa da mettere in piazza e chi sa vivere cos', sa morire anche dignitosamente.
Non so se lui avrebbe gradito questo mio scritto, tanto, diceva polemicamente, le parole sulla carta sono alberi sprecati, ma io mi sento di ricordarlo con rabbia e tenerezza a tutti quelli che l'hanno conosciuto (e a Ravenna sono tanti) e anche a quelli che avrebbero potuto incontrarlo, magari notando soltanto il taglio di capelli strafigo con la "A" cerchiata e gli anfibi d'importazione.
Elio amava tantissimo gli alberi, un albero verrà piantato dalle sue amiche e amici a Pian Grande di Castelluccio (Norcia), in sua memoria.
Per me un fratello, un maestro di vita, che lascia un vuoto incolmabile (la misura della sua grande esistenza).
L'11 marzo, alle 3 del pomeriggio, se n'è andato per sempre il mio più caro amico e un compagno impagabile...

Pralina (Firenze) da Rivista Anarchia maggio 1996


il Piano Grande, località umbra dove Elio si recava molto spesso
 e dove si trova un albero in sua memoria

La dimora della morte


E' questa la dimora della Morte?

Son mura di un sepolcro o sono sogni?

O le volte del cielo qui congiunsero

le arcate d'oro delle loro stelle?

E' qui l'alba, e il bagliore vespertino,

la notte quieta, calma, luminosa:

mentre ancor si ottenebra la terra

e luce dopo luce in cuor s'estingue...


Questa tua tomba fulgida di stelle,

questo tetto splendente su di te, dice:

"se anche le stelle mute saranno,

e su di noi ognuna morrà alla fine,

anche se il cielo vestirà a gramaglie,

qui su di te ancora risplenderanno,

qui ancora raggerà il tuo cuor beato"

oh, potesse anche il mio riposare qui!


Testo di ALOIS GRADNIK (1882-1967), uno dei massimi poeti sloveni.
Nell'immagine il Mausoleo di Teodorico di Ravenna in un'incisione "felliniana" di Giuseppe Maestri (1929-2009), gallerista e incisore romagnolo.