mercoledì 27 novembre 2013

Ravenna anni novanta, azione civile di cancellazione di una scritta nazista.


Ravenna anni novanta, Elio Quarneti mitico chef di cucina e birraio anarchico, cancella in pieno giorno alcune scritte ignobili comparse sui muri di Ravenna durante la notte. Dopo la sua morte avvenuta nel 1996 questo filmato venne proiettato in un loop continuo al Valtorto dove fecero una iniziativa in sua memoria. Lo riproponiamo come ricordo di Elio e come documento di azione civile diretta, perché le nuove generazioni sappiano che è possibile ribellarsi al fascismo e al razzismo in modo semplice, diretto, e spontaneo, come ha sempre fatto Elio.


domenica 17 novembre 2013

Anche Ravenna è inclusa nelle sei finaliste italiane che ambiscono ad essere "Capitale della cultura per il 2019"


Cagliari, Lecce, Matera, Perugia-Assisi, Ravenna e Siena. Selezionate dalla Giuria Europea presieduta da Steve Green, sono queste le sei città prescelte che si sfideranno per diventare Capitale Europea della Cultura 2019. 

Tra le escluse c'è chi ha reagito bene come Urbino che tanti davano per favorita, e chi non ha nascosto l'amarezza come l'Aquila. Secondo la presidente del Comitato Stefania Pezzopane: "Partivamo da uno svantaggio iniziale forte, che ha pesato moltissimo. La nostra situazione di città devastata, a cui si è aggiunta la mancanza di sostegno economico di alcuni enti, tra cui la Regione". Polemico l'assessore alle culture della Lombardia Cristina Cappellini, indignata per l'esclusione di Bergamo e Mantova: il governo Letta "si dimostra ancora una volta nemico del Nord".

Del resto è un premio importante. Come ha riconosciuto anche il commissario Ue all'Istruzione e alla Cultura Androulla Vassiliou, la sola nomination "può portare alle città interessate importanti benefici a livello culturale, economico e sociale, a condizione che la loro offerta sia inserita in una strategia di sviluppo a lungo termine basata sulla cultura".
Le audizioni davanti alla giuria europea composta da membri italiani e stranieri scelti e concordati con la Commissione Ue si sono succedute nei locali messi a disposizione a Roma dal ministero dei Beni culturali. Entusiasti i prescelti. Per il primo cittadino di Cagliari, Massimo Zedda "solo il fatto di essere tra le prime sei, a Cagliari ci sarà un indotto inimmaginabile". Più prudente senese Bruno Valentini: "Le sfide che abbiamo davanti non sono finite". Da Matera il sindaco Salvatore Adduce ha sottolineato che il risultato "non era scontato" e invitato la città, i cittadini, la Basilicata e i territori vicini a "crederci". Commosso Paolo Perrone che da Lecce ha detto: "E' solo il primo passo di un percorso che d'ora in poi si farà davvero duro, davvero difficile". 

Grande è la soddisfazione nella città romagnola, dove, grazie ai finanziamenti previsti, si punta a riqualificare le grandi aree dismesse della Darsena, e a risolvere una volta per tutte l'annoso problema dei collegamenti ferroviari e stradali carenti. Pronto a lavorare il sindaco Fabrizio Matteucci: "Da lunedì riprenderemo a lavorare pancia a terra".

Tra le 21 candidature che erano state presentate in questi mesi alla giuria europea (oltre alle sei promosse c'erano Venezia, Duania e Cilento, Taranto, Mantova, Caserta, Palermo, Aosta, Erice, Reggio Calabria, Urbino, L'aquila, Bergamo, Grosseto, Siracusa, Pisa) ci sono bocciature che bruciano più di altre. 

Urbino aveva tra i suoi testimonial l'archistar Odile Decq e l'ex ministro della cultura francese Jack Lang nonché un sostenitore di peso come Umberto Eco. Mantova aveva alla guida del suo Comitato Promotore l'ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Deluso, ma non rassegnato, anche Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia: "La città aveva messo a disposizione la sua immagine e competenza per un progetto condiviso che riteniamo ancora valido, a prescindere dalla candidatura".
Al verdetto finale comunque manca un anno. Per selezionare la città italiana che sarà capitale europea della cultura nel 2019 mentre l'altra capitale europea della cultura per quell'anno sarà bulgara, la giuria europea tornerà a riunirsi nell'ultimo quadrimestre del 2014.




sabato 26 ottobre 2013

Un ricordo di Giuliano Gemma in Romagna


Furono due mesi molto felici quelli trascorsi a Faenza da Giuliano Gemma durante la lavorazione del film dedicato al mitico partigiano forlivese Corbari. Del resto lo volevano tutti, lo invitavano tutti, e lui stesso fra una scena e l'altra chiedeva a quelli che gli erano più simpatici se c'erano programmi interessanti per la serata. Chi lo vedeva più spesso di tutti era certamente Giuliano Todeschini, l'attore/ferramentaio scomparso alcuni anni fa, anche perchè lo volle ospitare, insieme alla giovane e procace attrice francese Tina Aumont (scomparsa nel 2006 appena sessantenne), nell'appartamento sopra il suo, all'angolo tra Corso Mazzini e vicolo Diavoletto, di proprietà del nonno Tolomeo che campeggiava in un quadro con baffoni alla Stalin. E anche il figlio Alessandro, all'epoca 13enne, lo intravide spesso, "anche se il più delle volte soltanto sulllo scalone di casa: purtroppo avevamo orari troppo diversi. Una volta a tavola, però, ricordo che parlava di sedute spiritiche, allora molto di moda a Roma. Era una persona molto disponibile, e con noi bambini aveva sempre una parola gentile". C'è una leggenda su un conto telefonico pazzesco lasciato da Gemma, o forse dalla stessa Tina Aumont che chiamava spesso in Francia. Fatto sta che quando gli presentarono il conto, il simpatico Gemma fece un salto sulla sedia... ma siamo nel campo delle leggende. C'è di sicuro che la troupe lasciò molti insoluti in svariati ristoranti faentini. Gemma, inoltre, aveva fatto amicizia col signor Pasi, proprietario di uno storico negozio di Piazza del Popolo, la "Modatessile", oggi soppiantato da una profumerìa, famoso per la sua incredibile collezione d'armi, tra le quali persino la "Luger" che Hitler donò a Mussolini. Pasi pensò bene di prestare, a questo punto, alcune delle sue mitragliatrici della seconda guerra mondiale, pezzi rari e di notevole valore, al regista Orsini, che li accolse come manna dal cielo. Il problema fu che al termine delle riprese qualcuno della troupe riuscì a imboscarle, con grandissimo imbarazzo dello stesso Gemma. Chi conobbe ancor meglio l'attore fu però il Conte Tommaso Emaldi, uno dei più grandi personaggi della Faenza dell'epoca (parliamo degli inizi degli anni 70), anche per la strepitosa villa con annesso giardino in campagna verso Brisighella, in cui "Tommasino" era un infaticabile organizzatore di feste e festini in cui coinvolgere persone felici e dedite al divertimento sempre e comunque. "Fu la mia amica Ivana Anconelli - racconta Tommasino - a conoscere la troupe in giro per Faenza e a farmi conoscere Giuliano Gemma e Tina Aumont. E così decidemmo di festeggiare le nuove conoscenze con una festa, tanto per cambiare. In quel periodo eravamo sempre "in baracca". E fu così che Giuliano Gemma una bella sera si presentò alla villa dove oltre trecento persone erano ansiose di conoscere "Ringo". L'incredibile accade dopo mezzanotte quando ci fu una scazzottata, una roba da poco, ma che fu enfatizzata al massimo nei bar. Comunque volarono poltrone ed un pajo di persone. A questo punto tutti ci aspettavamo di veder intervenire Giuliano Gemma nei panni di "Ringo"... ed invece fu il primo a tagliare la corda! Tornò spesso a trovarci alle feste, e quando il film fu terminato venne a salutarmi e pareva anche molto dispiaciuto. Mi disse di andarlo a trovare a Roma, e io gli promisi che saremmo andati ma poi rimandammo sempre. Ci reincontrammo per caso a Cesena, a una serata Panathlon, con lui sul palco per una premiazione. Erano passati quasi trent'anni, ma mi riconobbe lo stesso! E ad un cero punto esclamò: "Ma vedo in seconda fila un mio caro amico di Faenza"... disse proprio così. Da commuoversi... era una gran bella persona". Tra le altre leggende nate in quel periodo si favoleggiò del "figlio di Giuliano Gemma", che nacque correttamente alla fine del 1970, ma che non somigliava affatto, però, al grande attore. Chi invece fece una conquista per davvero fu Alessandro Haber, all'epoca 23enne, il quale corteggiò e conquistò una delle più belle e ricche ragazze faentine. Quando però la giovane ebbe l'idea di presentarlo ufficialmente in famiglia, i suoi opposero un netto rifiuto, in quanto all'epoca gli attori venivano considerati personaggi poco raccomandabili e dal futuro precario. Haber se ne dovette tornare via sconfitto e col cuore spezzato, ma non dimenticò mai quell'amore giovanile, tant'è vero che poche anni fa, incontrando il nostro Conte Emaldi, provò a chiederne notizie, senza però ottenerne di recenti o sicure. 

mercoledì 16 ottobre 2013

Se ne va un altro grande. Questa mattina è morto Luigi Bernardi, scrittore e editore bolognese.

 
Questa mattina alle 6 è mancato Luigi Bernardi, che avevo conosciuto personalmente dopo la morte del mio compagno Horst Fantazzini. Era l'autore di uno splendido ricordo di Horst sul Domani di Bologna http://www.horstfantazzini.net/luigi_bernardi.htm, amaro e profondo come solo lui sapeva esserlo, Luigi Bernardi, in un panorama editoriale, giornalistico e umano spesso abbastanza sconsolante. Ebbi il piacere di incontrarlo il 16 dicembre 2003 durante la presentazione bolognese di un mio libro insieme a Marcello Baraghini di Stampalternativa della quale si occupò lui personalmente insieme ai suoi amici e colleghi Stefano Tassinari e Pino Cacucci; non era un uomo di molte parole, anzi poche, scarne e ruvide, ma con uno sguardo intensissimo che tradiva uno spirito sagace e una umanità buona e piena di interesse e di riconoscenza verso i pochi segnali di vita che attraversano questa società mortifera. Mi permetto di "rubare" per metterli qui una bellissima foto di Gilberto Veronesi e un ricordo di lui scritto da un altro grande scrittore, da noi molto amato, Pino Cacucci.

Patrizia Diamante


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<< E da oggi in poi, amico caro, come farò quando avrò voglia di commentare con te le carognate e le soddisfazioni della vita, per le quali avevi sempre una frase tagliente e saggia, e a chi telefonerò o scriverò o incontrerò, quando sentirò il bisogno di condividere il comune sentire e i sentieri in comune... Perché con te, Luigi, era sempre un piacere assorbire sapere e conoscenza, e questa povera Bologna non ha mai capito davvero quale tesoro avesse: il più attento e fertile editore, che era riuscito a creare qui una casa editrice, Granata Press, che è stata punto di riferimento per il fumetto d'autore e ha tenuto a battesimo scrittori che oggi sono conosciuti a livello internazionale, e tu, Luigi, sempre dieci, cento, mille passi avanti agli altri, forse troppo avanti, quando pubblicavi scrittori che, allora, nessuno o quasi conosceva e dopo, la "grande editoria" ha ripreso e diffuso...
Ti devo molto, perché se scrivo libri è grazie a te: correva l'anno... be', almeno 33 anni fa, quando vagheggiavo di fare il fumettaro, venni da te, allora avevi fondato e dirigevi L'isola trovata, e ti mostrai un mio fumetto sceneggiato e disegnato, e tu, dopo lunga e attenta visione, mi avevi detto: "Ma perché non ti metti a scriverla, questa storia?". E quella storia, sarebbe diventata "Punti di fuga", e da lì in poi, lasciate le matite, grazie a te, ho continuato, sempre in attesa dei tuoi consigli.
Scelgo un'altra foto tua, dei tempi memorabili e irripetibili di Granata Press, quando passavamo le giornate nella tua sede di via Marconi, un po' factory e un po' porto di mare, dove Magnus compariva strampalato e sagace, dove a ogni ora eravamo sicuri di trovarci persone sensibili, creative, generose, e quasi sempre dotate di quel pizzico di squilibrio e disadattamento alla realtà che le rendeva uniche e capaci di suscitare emozioni in chi avrebbe letto le loro opere, dal fumetto alla narrativa... Non è vero, Luigi, che nessuno è insostituibile: tu lo sei, lo resterai per sempre, almeno finché questa vita durerà per me e per tanti altri come me.
Ci hai lasciato i tuoi libri, perché da scrittore ci hai dato moltissimo, e ti saluto con un dolore che mi spezza, infiltrato da un po' di rancore per la città che non ha capito mai davvero quanto tu le abbia dato, quanto valore avesse il punto di riferimento editoriale che avevi creato. >>

PINO CACUCCI 









domenica 13 ottobre 2013

Ricorrenze ferroviarie e stradali


Anno DuemilaTredici: un anno ricco di compleanni nel campo dei trasporti! Quest'anno infatti ricorre il 2300esimo della costruzione della Via Emilia, che va da Piacenza a Rimini, e di cui parleremo prossimamente, ad opera del console romano Marco Emilio Lepido. Ma, tornando a tempi più vicini ai nostri, e rimanendo nel campo ferroviario, si festeggia il 120esimo della Faentina, che collega Faenza e Firenze, e di cui si è parlato in un recente post in modo non certo lusinghiero. Ma torniamo alla storia pura e semplice. Il 23 aprile 1893, un treno a vapore tutto imbandierato partito da Santa Maria Novella, giungeva trionfalmente a Faenza nel primo pomeriggio, dopo essere stato salutato da una folla in visibilio in ogni stazione del percorso. Un entusiasmo giustificato prima di tutto dalla modernità e dall'arditezza dell'opera: 51 gallerie per complessivi 23 chilometri su 101 totali, 55 ponti e viadotti, 15 stazioni, 54 passaggi a livello, 18 cavalcavia e 113 sottopassi, il tutto per una spesa, enorme per l'epoca, di 70 milioni di lire. Soldi ben spesi, ove si consideri l'enorme ricaduta economica che generò l'apertura di questa tratta. All'epoca Toscana ed Emilia-Romagna erano collegate tramite ferrovia solo dalla linea Massa-Pontremoli-Parma (ovest della Regione), e dalla Pistoia-Porretta Terme-Bologna, mentre la Direttissima Firenze-Bologna arriverà solo nel 1934. Inoltre, l'entusiasmo era generato anche dal sospirato compimento di un'opera che aveva richiesto tempi molto lunghi per le scelte del percorso, sopratutto nella parte toscana, e per la complessità degli ostacoli. I lavori iniziarono nel 1880, dal versante Faenza-Marradi, e ci vollero ben otto anni per completare questi primi 35 chilometri. Nel 1884 erano intanto partiti i lavori della tratta Firenze-Borgo San Lorenzo, e anche qui fu un affare lungo sei anni. Nello stesso anno iniziarono i lavori nella tratta finale tra Borgo San Lorenzo e Marradi, cioè la più impegnativa in assoluto. Il punto più difficile fu ovviamente il superamento dello spartiacque, e questo richiese una soluzione ingegneristica molto ardita: quasi quattro chilometri di galleria, che prese il nome "Degli Allocchi", dal nome del colle alto 1.015 metri che è perpendicolare alla galleria, che invece si trova a quota 560.
Fino all'apertura della direttisima Bologna-Firenze, la Faentina rivestì un'importanza economica notevolissima: durante il primo conflitto mondiale era percorsa giornalmente da ben 60 coppie di convogli, a fronte dei 70 che transitavano sulla Porrettana. Dopo il ridimensionamento causato dall'apertura della Firenze-Bologna, arrivò il declino, e, sopratutto i danni causati dalla seconda guerra mondiale, che furono tanti e tali che la tratta venne ripristinata solo nel 195, per la tratta Faenza-Borgo San Lorenzo, mentre per la tratta originale Borgo San Lorenzo-Vaglia-Fiesole-Firenze si dovette aspettare fino agli anni 90. Particolare macabro: la ferrovia ottocentesca all'inizio veniva chiamata la ferrovia dei 100 morti, dal numero dei morti sul lavoro, in pratica uno a chilometro.

Ora però si guarda al futuro: in questi anni si è costituito il Comitato degli amici della Faentina, al quale partecipano tutti gli amministratori dei Comuni interessati. "Il nostro interesse alla valorizzazione della linea è assoluto" afferma Giovanni Malpezzi, sindaco di Faenza "la riteniamo fondamentale sia dal punto di vista turistico, sia per il trasporto dei pendolari". Per il vicesindaco Massimo Isola "il progetto Treno di Dante è una grande opportunità, perchè mette in collegamento i "brand" di Firenze e diRavenna, Ci darebbe la possibilità di formulare pacchetti turistici mirati a queste due realtà così importanti". E comunque, dal punto di vista strutturale, le redini della Faentina le tiene Firenze. Appena oltre confine, a Marradi, il tema è molto sentito: "A breve incontrerò l'Assessore ai Trasporti della Regione" fa sapere il sindaco marradese Tommaso Triberti "per capire quali sono le prospettive. Rispetto a due anni fa i treni sono stati migliorati, la frequenza è buona. Per quanto riguarda il Treno di Dante, si tratta di una scommessa turistica che potrebbe incrementare i numeri. C'è però un problema strutturale: Rete Ferroviaria Italiana sta dismettendo alcuni scambi nelle stazioni minori fra Borgo e Firenze, il che rischia di rendere la linea più rigida, favorendo i ritardi". Triberti ritiene inoltre indispensabile un'ulteriore rinnovamento dei mezzi. A tal proposito si è sempre in attesa dei famosi 30 milioni destinati alla Faentina, che facevano parte dell'accordo sulle compensazione per i lavori dell'Alta Velocità nel Mugello, e che per ora non si sono ancora visti. Nel frattempo a Marradi, in queste settimane, i 120 anni della Faentina sono al centro di una mostra fotografica presso il piccolo ma grazioso Teatro degli Animosi, in occasione della consueta Sagra delle Castagne, per la quale sarà riproposto il classico treno a vapore, con partenza da Rimini la mattina, e ritorno la sera nella città rivierasca.

mercoledì 2 ottobre 2013

NEVIO SPADONI


Questo post è dedicato ad un nostro amico, il poeta e drammaturgo Nevio Spadoni, che ha vinto recentemente il Premio Guido Gozzano, in pratica l'ultimo di una lunga e meritata serie di riconoscimenti.


Nevio Spadoni è nato a S. Pietro in Vincoli (Ravenna) nel 1949, ma dal 1984 risiede a Ravenna. Laureatosi presso l’Università di Bologna, ha insegnato fino a due anni fa Storia e Filosofia nelle Scuole Superori. Vincitore di numerosi premi, collabora con giornali e riviste. Ha curato con Luciano Benini Sforza, poeta e insegnante di Lettere a Ravenna, l’antologia Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo Novecento in Romagna, Ed. Moby Dick, Faenza, 1996. In questi ultimi anni si è dedicato al teatro di poesia, ottenendo con i suoi monologhi successi a livello internazionale grazie alle interpretazioni dell'attrice Ermanna Montanari, sua compaesana e anima del Teatro delle Albe di Ravenna. Per conoscere il suo teatro è uscito nel 2003, stampato dalle Edizione del Girasole, sempre di Ravenna, il volume Teatro in dialetto romagnolo, con una nota di Gianni Celati.


U m'armànza ad te



U m’armânza ad te
di rez trapesa dal rôs,
un fil d’vósa alzira
coma ’na pioma ad piopa,
la camisa strufignêda.
Un udór sambêdgh
da la marena
int la séra,
ch’la n’è piò la nöstra.

(da Al voi)

MI RIMANE DI TE – Mi rimangono di te riccioli nascosti tra le rose, un filo di voce leggera come una piuma di pioppo, la camicia stropicciata. Un profumo selvatico dalla marina nella sera, che non è più la nostra.


martedì 27 agosto 2013

Cabaret in dialetto romagnolo!


La Compagine di San Lorenzo di Lugo è un caso di longevità e qualità quasi unico. Il gruppo teatrale è stato fondato dai Gianni e Paolo Parmiani circa trent'anni fa, provenendo da esperienze e tradizioni familiari che risalgono alla prima metà del Novecento. Paolo è autore dei testi teatrali e musicali e Gianni (a volte coautore), una macchietta assolutamente incredibile. Un mix riuscito, insomma, supportato dallo storico chitarrista Ruffini, e da caratteristi collaudatissimi come Nichele o Dalprato. Vincitori di numerosi premi in rassegne locali, hanno tracciato vie nuove per rinnovare il panorama del teatro vernacolare romagnolo, traducendo e adattando testi di autori storici ma molto complessi, come ad esempio Pirandello. In questo filmato di circa mezz'ora alcuni dei loro migliori pezzi, durante una serata di inizio agosto a Massalombarda, presso Lugo. Gianni e Paolo in questa occasione sono accompagnati da due nuovi musicisti.


venerdì 23 agosto 2013

Centocinquant'anni di ferrovia

Treni, 150 anni fa la nascita della Castel Bolognese-Ravenna


Oggi il sindaco e i gruppi consiliari del Comune di Castel Bolognese ricordano l’importante inaugurazione della ferrovia Castel Bolognese-Ravenna, avvenuta il 23 agosto 1863. Come ricorda Paolo Grandi, consigliere comunale, storico locale, esperto ed autore di diversi scritti sui treni a Castel Bolognese, col primo settembre 1861 veniva ufficialmente aperta al pubblico la ferrovia Bologna-Forlì, e il primo treno a vapore mai visto dai cittadini castellani passò dalla loro cittadina.
Ma già mentre fervevano i lavori di costruzione della ferrovia adriatica, nacque il problema del collegamento con Ravenna e il suo importante porto. Il punto era trovare la località più opportuna per allacciare la nuova ferrovia per Ravenna all’Adriatica. Di questo si fece carico Luigi Gamba, nobile ravennate e ministro del governo Farini (anche lui romagnolo). L’ing. Carlo Scarabelli di Imola, investito della questione, in uno scritto del 1860 propugnò la soluzione del collegamento a Castel Bolognese, che si rivelò vincente: il 7 dicembre 1861 un decreto governativo sanzionava la concessione per la costruzione della linea Castel Bolognese-Ravenna, e i lavori furono assegnati alla ditta milanese Gonzales e Tatti.
L’intera tratta fu aperta, appunto, il 23 agosto 1863. Sempre Grandi ricorda come la progettazione della linea venne fatta in breve tempo. Diventando nodo ferroviario, la stazione di Castel Bolognese fu ingrandita: vennero prolungati i binari verso Bologna, fu ampliato il fabbricato viaggiatori, venne realizzato il binario 4 a servizio del traffico viaggiatori e fu costruito un piccolo deposito locomotive con piattaforma girevole lato Rimini e il deposito per le carrozze lato Bologna.
In quel lontano giorno di centocinquant'anni fa i Ravegnani accolsero festosamente il primo treno della linea sul quale viaggiarono i sindaci di Castel Bolognese e di Ravenna, il Prefetto, il Provveditore agli Studi e, come rappresentante del Re, il Principe Eugenio di Savoia-Carignano con un seguito nutrito. La festa cittadina proseguì in serata al Teatro Alighieri, capace di 900 posti, illuminato a giorno da lampade a gas, ma fu guastata da tumulti provocati da alcuni ravennati di fede Repubblicana, che non gradirono la presenza a Ravenna del Generale Cialdini, che l'anno prima aveva fermato Garibaldi sull'Aspromonte mentre si avviava verso Roma, sparandogli addosso. In quell'occasione morirono dodici garibaldini e fu ferito lo stesso Garibaldi, da cui nacque una famosa canzoncina popolare. I tumulti, tra l'altro, videro protagonisti alcuni volti noti della nobiltà cittadina, che furono incarcerati e rilasciati mesi dopo grazie all'esborso di una salatissima penale. Durante il primo conflitto mondiale, la ferrovia Castel Bolognese-Ravenna fu oggetto di un notevole traffico. La stazione di Ravenna fu bombardata dagli Austriaci e, insieme con lei, una parte della linea ferroviaria.
Nella stazione di Castel Bolognese invece si lavorava alacremente: le tradotte ferroviarie che pervenivano da Firenze, arrivavano a Castel Bolognese; di qui ripartivano per Lugo, da dove con regresso proseguivano per Lavezzola, Ferrara e per il fronte. Inoltre, vari treni ospedali venivano smistati e trasferiti sulla breve ferrovia privata per Riolo Terme. Arrivò poi la seconda guerra mondiale e le stazioni di Castel Bolognese e di Ravenna furono bombardate e l’intero tronco subì molti danni. Il dopoguerra si aprì all’insegna della ristrutturazione. Furono rinnovati i binari e le traversine, vennero ricostruite le stazioni di Castel Bolognese, Russi e Ravenna, mentre le rimanenti subirono restauri. Nel 1960 la linea venne completamente elettrificata. Oggi la Castel Bolognese-Ravenna è interessata da un notevole flusso di viaggiatori pendolari e anche il traffico merci è notevole. Per i prossimi mesi, si sta pensando di organizzare un’esposizione sulla stazione e il nodo ferroviario di Castel Bolognese. Una cosa, alla fine, è certa: nel 1860 le cose si realizzavano molto più volecemente di oggi.



mercoledì 21 agosto 2013

Un grande uomo, sebbene prete



Torniamo a parlare di Don Francesco Fuschini, parroco di Porto Fuori (frazione a 5 chilometri da Ravenna) dal 1947 al 1983, ivi mandato perchè "Lì ci sono solo anarchici e danni non ne farai", come disse l'allora arcivescovo di Ravenna, Monsignor Baldassarri. In realtà Don Fuschini di "danni" ne farà molti. Scriverà una serie di racconti che appariranno sul "Resto del Carlino" negli anni 60 e 70, e che verranno poi raccolti nel famoso bestseller "L'ultimo anarchico", edito a Ravenna nel 1980 dall'indimenticabile Mario Lapucci, l'editore del "Girasole". Ma farà anche di più: nel 1946 crea la "Compagnia del Buonumore", gruppo teatrale sia in lingua che in vernacolo romagnolo. E a questo punto diamo spazio a ciò che scrive Renzo Guardigli, ultimo superstite del gruppo originale, nel suo libro "E adess c'sa fasegna?" (E adesso che si fa?), uscito alcuni anni fa subito dopo la scomparsa di Don Fuschini.


In quel periodo era un pensiero che dominava spesso le nostre menti. Il timore che Don Fuschini ci facesse la proposta di associarsi all'Azione Cattolica, o ad altre associazioni religiose, sarebbe stato per noi un grande dolore. Non potendo aderire a una tale richiesta avremmo perso quel nido appena creato dove avevamo riposto i nostri sogni. Ma egli aveva già letto i nostri pensieri e, con il coinvolgimento di Paolo Maranini, studiò una formula che ci diede la possibilità di partecipare e sentirci parte attiva della nuova associazione senza dover aderire formalmente. Fu un colpo di genio, altrimenti il gruppo si sarebbe certamente sciolto, dato che specialmente i primi arrivati erano sì molto religiosi, ma provenienti da famiglie repubblicane o socialiste. Con la stesura dello Statuto redatto da Maranini, neolaureando in legge, si trovò una forma di società che fu accettata da tutto il gruppo e che tuttora funziona. Per molti anni mi sono chiesto perchè Don Fuschini in tutti i suoi scritti non abbia mai fatto cenno alla Compagnia. Forse, giustamente, la riteneva una opera sua e in quanto tale, nel suo stile, che riprendeva il tema dei venticinque lettori di Manzoni, lui si rivolgeva ai suoi due lettori, e quindi non spettava a lui farne cenno. Era l'autunno del 1946 quando alcuni ragazzi, sotto la guida dell'allora 32enne Don Fuschini, presentarono a parenti e amici la loro prima messa in scena, "Pancrezi" (Pancrazio), un atto unico, con ragazzi anche nelle parti femminili. Il gioco, perchè così era partito, colpì tutti come una scossa elettrica, e così si continuò per un paio d'anni con scherzi e farse in dialetto. Nel '49 Don Fuschini, approfittando del rapporto che aveva con il Ricreatorio arcivescovile, che aveva a disposizione un vasto repertorio di copioni e di costumi d'epoca, decise di mettere in scena "I due Sergenti", al quale seguirono nel '50 "Il Conte di Montecristo", nel '53 "Tramonto di sangue", nel '54 "Il gondoliere della Morte", per poi continuare per diversi anni con drammi d'epoca miste a commedie in italiano. Si lavorava in due gruppi distinti e le ragazze si presentavano autonomamente solo con farse e commedie in italiano, come ad esempio "Raggio di Sole", "La vendetta dello zingaro", eccetera.

Nel 1952 con la fusione dei due gruppi, la Compagnia uscì con l'unica operetta della sua storia, "Una gara in montagna", con la direzione artistica di Don Fuschini, e maestro di musica Don Giovanni Zanella. Ebbe un discreto successo ma essendo una cosa molto complessa, con un discreto numero di coristi e comparse, non ebbe seguito. Nel '55 ebbero inizio le recite vere e proprie in Romagnolo. La prima commedia fu "Amor d'campagna" di Icilio Missiroli (primo sindaco di Forlì dopo la Liberazione e ritenuto uno dei maggiori autori di commedie romagnole, ndr). Ne seguiranno moltissime altre, prese dai migliori autori di commedie in vernacolo romagnolo: Corrado Contoli, Delmo Fenati, Bruno Marescalchi, e vari altri. Sono passati ormai oltre sessant'anni e siamo ancora qui, e ancora oggi, come allora, cerchiamo di passare e far passare allegramente una serata, sempre seguendo gli insegnamenti del nostro piccolo pretino, grande Maestro.



lunedì 22 luglio 2013

Raul Gardini, vent'anni dopo...


La Cassazione respinge la revisione del processo Panzavolta, ex ad della Calcestruzzi condannato per aver favorito i boss. La sentenza riporta in primo piano i rapporti tra Gardini e Cosa nostra.


Da uomo di fiducia di Raul Gardini e da alto dirigente della Calcestruzzi, Panzavolta interviene personalmente su un’impresa per “indurla a ritirarsi dalla partecipazione della gara”. Sul piatto c’è l’appalto per la strada provinciale San Mauro-Castelverde-Gangi. Di più: scende a Roma per la spartizione dei lavori della tonnara di Capo Granitola (Trapani). Tra le società presenti anche la Reale, impresa riconducibile a Totò Riina attraverso “prestanomi”.

Insomma Lorenzo Panzavolta, ravennate, classe ’22, tra gli anni Ottanta e Novanta, è uno dei protagonisti nella spartizione illecita degli appalti siciliani, mettendo “il proprio ruolo al servizio degli interessi mafiosi”. Lo scrive la Corte d’appello di Palermo nel 2008, lo ribadisce oggi (questo articolo è del 2012, ndr) la seconda sezione penale della Cassazione presieduta da Antonio Esposito che respinge così la revisione del processo chiesta dallo stesso ex dirigente della Ferruzzi.

Il documento depositato il 26 luglio scorso timbra con certificazione storica un dato acquisito già in alcune sentenze: una delle più grandi industrie italiane, la Ferruzzi di Gardini, non solo ebbe rapporti con Cosa nostra, ma soprattutto ne favorì gli interessi.
Ma per una verità acquisita, le parole dell’alta Corte riaprono una partita (siciliana ma non solo) archiviata velocemente e che per molto tempo è stata descritta come la chiave di volta per interpretare gli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel mirino il dossier “mafia-appalti” depositato (per la sua prima stesura) nel 1991 dal Ros del generale Mario Mori. Informativa esplosiva, liquidata troppo in fretta e quindi svaporata tra le carte della trattativa, soprattutto dopo che l’ufficiale dei carabinieri è stato coinvolto e indagato nell’inchiesta.

Eppure quelli (1985-1991) sono anni ruggenti. Da nord a sud. E se a Milano, prima la Duomo connection e poi Mani Pulite danno la stura agli intrecci tra mafia-impresa-politica, a Palermo Salvatore Riina traghetta la sua organizzazione “da una fase parassitaria a una fase simbiotica con la grande imprenditoria”. I giudici d’Appello fotografano così l’evoluzione voluta dal cda di Corleone.

Siamo nel 1988. Un anno prima 360 presunti mafiosi vengono condannati a complessivi 2.665 anni di carcere. E’ il primo grado del maxi-processo che mette in archivio l’epopea di una mafia ancora rudimentale. Parassitaria appunto e che entra nel mondo dell’edilizia attraverso i subappalti o il pizzo. Dalla metà degli Ottanta cambia tutto. “La mafia – scrivono i giudici di Caltanisetta – inizia a a gestire direttamente l’aggiudicazione degli appalti a imprese a lei vicine”. Non solo: “Cosa Nostra, si inserisce a tappeto nella gestione dei lavori conto terzi e nei subappalti, applicando il pizzo sul pizzo, cioè decurtando le tangenti dirette ai politici dello 0,80%”.

In quel momento la Sicilia viene invasa dai finanziamenti pubblici. C’è da spartirsi una bella torta. Ai nastri di partenza si presentano “due organizzazioni criminali”. La prima è Cosa nostra e il suo referente è Angelo Siino. La seconda è composta da un comitato d’affari che tiene dentro imprenditori e politici. In questo caso a far da tessitore e da ufficiale pagatore di tangenti è l’imprenditore Filippo Salamone e questo, scrivono i giudici d’Appello, grazie “alla sua linea diretta con il presidente della Regione Nicolosi e ai suoi legami con Calogero Mannino”. Si tratta dei due politici che, stando alla ricostruzione della corte, in quel momento contano di più. Su uno di loro, Mannino, pesa oggi la richiesta di rinvio a giudizio nell’ambito dell’indagine palermitana sulla trattativa tra Stato e mafia.

Totò Riina, però, non si accontenta. Il timore che il maxi vada a sentenza definitiva (come sarà) è alto. I dubbi sui vecchi referenti della Dc in poco tempo si trasformano in certezze. Toto u’ Curtu accelera. Primo risultato: Angelo Siino non va più bene. Si attiva Brusca. Obiettivo: trovare un nuovo referente e portare a compimento la fusione tra Cosa nostra, grande impresa e politica. Tradotto: il terzo livello. Quello che Tommaso Buscetta non volle svelare. E che Giovanni Falcone aveva in testa di raccontare proprio agganciando la partita degli appalti. L’informativa del Ros, dunque, appare decisiva. Falcone lo dice direttamente e lo fa in un incontro pubblico pochi giorni dopo il deposito della prima informativa: “Bisogna cambiare il modo di investigare”.

Se Riina fa da regista occulto, il manovratore si chiama Pino Lipari, uomo ombra del boss. Sarà sua l’idea di allargare il tavolino (definizione per indicare la spartizione dei lavori pubblici) anche alle holding del nord-Italia. Quelle che i soldi li fanno girare sul serio. Viene varato quindi un triumvirato degli appalti: c’è Salamone che prende il posto di Siino. C’è l’ingegnere Giovanni Bini della Calcestruzzi che all’epoca “faceva capo al gruppo ravennate guidato da Panzavolta”. Ma soprattutto spunta il nome di Antonino Buscemi “imprenditore mafioso della famiglia di Passo Rigano”, già in rapporti d’affari con il gruppo di Gardini. Il nome di Buscemi, anni dopo, ritornerà in un appunto di Vito Ciancimino che affianca il colletto bianco di Cosa nostra al nome di Silvio Berlusconi per aver finanziato l’affare di Milano 2.

Nei rapporti con Cosa nostra, dunque, Lorenzo Panzavolta non si sottrae e anzi con Buscemi i contatti diventano assidui. Risultato: la Calcestruzzi partecipa alla maxi-speculazione di Pizzo Sella, la magnifica montagna che sovrasta il golfo di Mondello. Uno scempio edilizio che ancora resiste e sul quale ci mise le mani la sorella di Michele Greco detto il Papa. Nel’affare entra la Calcestruzzi che, a detta dei giudici, in quell’operazione non vede una speculazione ma “un modo per favorire Cosa nostra”. Un intervento voluto dallo stesso Buscemi.

Ora alla base della richiesta di revisione del procedimento da parte di Panzavolta c’è un punto: all’epoca non era ad di Calcestruzzi ma semplice consigliere delegato. Un dato che viene definito irrilevante, visto che lo stesso Panzavolta, diventato amministratore delegato, “si era limitato a continuare l’investimento già intrapreso”.

L’uomo della Ferruzzi, condannato definitivamente a sei anni e sei mesi, sarà arrestato nel 1997. Il suo nome compare già nei verbali di Tangentopoli. Due anni prima, nel 1991, scattano le manette per Angelo Siino che inizia a collaborare. E’ la prima tranche dell’indagine mafia e appalti. Siino fa il nome di Gardini e della Ferruzzi. Due anni dopo, il 23 luglio 1993, Gardini si suicida nella sua casa milanese. Panzavolta rivelerà una telefonata ricevuta dal patron poche settimane prima. Motivo: il coinvolgimento in Mani Pulite. I giudici nisseni però non ci credono e ipotizzano che quel contatto aveva come scopo capire gli sviluppi dell’inchiesta palermitana. Ecco la lettura che nel 2000 ne diede Siino, intervistato dal Corriere della Sera. “Credo che abbia avuto paura per le pressioni sempre più insistenti del gruppo mafioso sul carro del quale era stato costretto a salire, quello dei fratelli Nino e Salvatore Buscemi, legatissimi a Totò Riina (…) Secondo me Gardini ha capito che non era più in grado di sganciarsi dall’orbita mafiosa in cui era entrato. (…) So di preciso che quando si trattò di assegnare l’appalto per la costruzione della strada San Mauro-Ganci, Nino Buscemi mi disse che il 60 per cento dei lavori doveva essere assegnato alle imprese del Gruppo Ferruzzi. E Lima mi ordinò di eseguire”.

Ma prima di Gardini, muore Salvo Lima: ucciso a Palermo nel marzo 1992. E’ il segnale: Cosa nostra cambia referenti politici. Saranno i socialisti di Bettino Craxi, ai quali lo stesso Gardini era da sempre legato. Insomma la sentenza della Cassazione su Lorenzo Panzavolta scrive l’ultima puntata del dossier su mafia e appalti. Riportando in primo piano il rapporto tra le stragi del ’92-’93 e i contatti di Cosa nostra con le grandi imprese del nord Italia.

venerdì 21 giugno 2013

La Colonna del Mare a Cervia


E' stata inaugurata il 13 maggio scorso a Cervia la "Colonna del Mare", una stele-monumento dedicata ai pescatori e alle donne della marineria cervese, ideata dal grande scrittore e poeta Carlo Nava, scomparso appena venti giorni prima a 86 anni. Promotore dell'iniziativa è stato il Circolo Ricreativo Pescatori "La Pantofla", in collaborazione col Comune di Cervia e la Coop Pescatori Luigi Penso. Immancabile all'inaugurazione il mitico skipper romagnolo Cino Ricci e, con un toccante intervento, Vittorio Nava, figlio di Carlo. Lo scrittore, che ho avuto modo di conoscere personalmente oltre vent'anni fa al suo esordio, è autore di oltre 20 opere di carattere letterario ma anche storico, molte delle quali legate all'ambiente marinaro. L'esperienza di imbarco a Cervia, da giovane, sul peschereccio di Francesco Bonaldo lo ha temprato in modo indelebile. Non casualmente una sua raccolta antologica è intitolata: "Di venti impetuosi e di leggere brezze". Carlo fu anche protagonista di alcuni incontri culturali a Cervia quali: "Storie di mare... un mare di storie" e "Tempo di (A)mare". Tra i vari riconoscimenti che lo videro primeggiare, il più gradito fu senz'altro la vittoria al Concorso Letterario indetto nel 1996 dal "Club dei Ventitrè", l'Associazione che è un punto di riferimento per tutti coloro che sono interessati a Giovannino Guareschi, l'ennesimo personaggio che elesse Cervia a sua seconda patria (e fra i tanti citiamo il premio Nobel per la letteratura Grazia Deledda e il grande comico Walter Chiari).





mercoledì 19 giugno 2013

giovedì 6 giugno 2013

Il Vangelo (di) Secondo Casadei


Una serata elettrizzante con le musiche di Secondo Casadei (l'unico e solo, inimitabile!), eseguite da baldi giovanotti caricati a molla. Uno spettacolo assoluto!


mercoledì 29 maggio 2013

Addio al Sammarinese più famoso nel mondo



Un altro pezzo della nostra storia se n'è andato. Antonio Ciacci, in arte Little Tony, era nato a Velletri nel 1941 da genitori sammarinesi, tant'è vero che i suoi parenti abitano tuttora in frazione Acquaviva, e con la Romagna ebbe, ovviamente, un rapporto molto stretto. Ecco la testimonianza di PIO TREBBI, cantante di S. Arcangelo, che lo conobbe nei suoi anni di maggior successo.

"Era il 1970 quando partecipammo al Festival di Sanremo, io con Nevicava a Roma e lui con La spada nel cuore. E questa notizia appunto arriva come una stilettata... per fortuna ci restano le sue canzoni, che lo renderanno vivo per sempre".

Rimini lo ha applaudito in Piazzale Fellini nella notte del Capodanno 2009 trasmesso dalla RAI, senza contare i numerosissimi locali in cui si è esibito, e in particolare il MON AMOUR di Miramare, il cui patron Paolo Righetti è affranto dal dispiacere.

"Abbiamo lavorato tanti anni insieme, ed eravamo grandi amici. Nel mio locale ha cantato in diverse occasioni... era una persona umile, riservata e gentile. Tre mesi fa avevo sentito il fratello Enrico, perchè volevo organizzare la serata "Little Tony Vs Bobby Solo", dato che lui è il chitarrista di entrambi. Ma purtroppo Enrico mi disse che stava già molto male".

Fra i colleghi romagnoli ci regala il suo ricordo il cervese PIERO FOCACCIA.

"Abbiamo iniziato insieme da ragazzi. Nel 1963 eravamo al Cantagiro... non scorderò mai una bellissima notte trascorsa a chiacchierare in giro con le ragazze. Negli anni Novanta siamo entrati in finale a Una rotonda sul mare, nel 1998 sono stato da Mara Venier a Domenica In e poi sono andato nella sua sala d'incisione a Roma. Mi fa sorridere un episodio, che è stata anche l'ultima volta in cui ci siamo parlati. Ero vicino ad Ancona e stavo registrando un contributo per La vita in diretta, in pratica ero su uno scoglio e cantavo, e ad un certo punto sono scivolato in mare... bè, subito Antonio mi ha chiamato per sapere come stavo... era una persona davvero premurosa".

La sua tempra rock ha contagiato anche le nuove generazioni. Il cantante FILIPPO MALATESTA, di Verrucchio, da dieci anni ha in repertorio Cuore Matto.

"E' una versione tutta nostra, molto divertente. In realtà il testo lo scrisse Mogol (e ti pareva...) durante un viaggio in macchina. Little Tony gli aveva fornito la musica e Mogol trovò subito l'alchimia fra musica e parole. Quando fummo ingaggiati come band fissa a Roxy Bar nel 1994, lo avemmo come ospite e ci colpì tantissimo per come cantava e suonava il rock... non era Elvis, ma ci andava davvero vicino. Era un fuoriclasse assoluto".

mercoledì 22 maggio 2013

Tradizioni della mia terra (1983)


Trent'anni fa esatti Raul Casadei era in piena attività, anche se rispetto allo zio Secondo il livello era già sceso di parecchio. Raul inaugura un nuovo modo di fare liscio che, a suo dire, lo avrebbe rinnovato. Questo brano fa appunto parte di questa "linea", e, a parte la melodia molto "easy listening", il testo è pieno di luoghi comuni e buonismi a prezzo nazionalpopolare. E meno male che si era ancora nell'83, dieci anni più tardi la Lega Nord di questo brano ne avrebbe potuto fare l'inno ufficiale. E' anche da cose minime come questa che si capisce perchè oggi siamo ridotti così. Amen.


lunedì 22 aprile 2013

Edgardo Siroli, attore



Ricorre il 24 l'ottavo anniversario della scomparsa di Edgardo Siroli, attore di culto della Romagna. Un professionista autentico, che ha fatto inoltre da chioccia a numerosi personaggi che ancora oggi calpestano le tavole dei palcoscenici e che a lui devono parecchio, come, ad esempio Marco Martinelli, attuale direttore artistico di Ravenna Teatro e fondatore del Teatro delle Albe. 
Chi scrive ha potuto vederlo all'opera solo una volta, poco prima della sua scomparsa, al Cinema Teatro Moderno di Castelbolognese, mentre stava interpretando da par suo i versi immortali di Olindo Guerrini detto Stecchetti, il più grande poeta romagnolo tra la metà dell'800 e il primo Novecento. 

Ma chi era Edgardo Siroli?  Nato a Conselice nel 1940, dopo la scuola di recitazione di Bologna si trasferì a Roma dove, agli inizi degli anni '60, esordì giovanissimo nel teatro classico e sperimentale, accanto ad attori del calibro di Lea Padovani, Gian Maria Volontè, Gastone Moschin, Antonio Salinas, Carmelo Bene e moltissimi altri. Lavorò in seguito presso il Teatro Stabile di Fiume, in Austria e in Germania.


Interpretò anche vari ruoli in una decina di film fra il 1960 e il 1970, ed ebbe la fortuna di lavorare con registi come Pier Paolo Pasolini ("Accattone"), Sergio Corbucci, Carlo Lizzani ("Il Gobbo"), Vittorio De Sica, Giuliano Montaldo (L'Agnese va a morire), recitando anche con Alberto Sordi ("Il Presidente del Borgo Rosso Football club") e Totò ("I due marescialli"), anche se la sua grande passione fu e restò per tutta la sua vita il teatro.

Negli anni '70 fondò il Centro Teatrale Emilia Romagna e al ruolo di attore affiancò quello della regia, nel tentativo di portare, tra i primi, più forme d'arte sulla scena, coniugando prosa, poesia, danza, musica, pittura. Morì a Bologna il 24 aprile 2005, il giorno successivo alla prima.

Ora riposa nel cimitero di Fusignano, cittadina dove si trapiantò, e dove la famiglia ha donato alla locale ma prestigiosa Biblioteca "Piancastelli" (diretta da Giuseppe Bellosi, poeta in vernacolo nonchè grande studioso e interprete di Olindo Guerrini), ogni tipo di materiale relativo a Edgardo: copioni, recensioni, locandine cinematografiche e preziosi carteggi.

venerdì 12 aprile 2013

Paolo Mandorlini



Profonda impressione ha destato a Ravenna la prematura scomparsa di Paolo Mandorlini, 51 anni, fratello del più noto Andrea Mandorlini, ex calciatore dell'Inter e attuale allenatore dell'Hellas Verona, in serie B. Entrambi giovanissimi calciatori nella società dilettantistica Low Street (dal nome di una strada di Ravenna che si chiama per l'appunto "Via Bassa"), Paolo non diventò mai un calciatore professionista, anche se a detta di molti era bravo altrettanto come Andrea. A metà anni Ottanta lavorava nello stabilimento balneare di famiglia, il Bagno Taormina, gestito dai genitori (il padre è mancato sei anni fa), a Marina di Ravenna. I funerali si sono svolti presso la Chiesa di San Rocco, dove il parroco Don Ugo Salvatori, decano dei parroci ravennati e tuttora molto attivo specialmente nell'assistenza alle persone colpite dalla crisi, ha rievocato con voce commossa l'amicizia che lo lega alla famiglia Mandorlini da cinquant'anni, e ha tratteggiato un ricordo molto nitido dello scomparso. Era presente anche l'ex moglie e le tre figlie, ora adolescenti. Le cause della morte di Paolo Mandorlini sono tuttora al vaglio della polizia stradale, in quanto avvenuta mentre in scooter si recava al lavoro presso lo Zuccherificio di Mezzano, a dieci chilometri dalla città. Probabilmente un malore o una disattenzione ha fatto concludere la sua corsa nel fossato ai margini della Statale Adriatica. Insieme ad Andrea Mandorlini erano presenti anche i calciatori del Verona, attualmente in ritiro a Bellaria in vista dell'incontro di campionato in trasferta a Cesena.

domenica 17 marzo 2013

Gli orrori della Guerra - La Linea Gotica


L'estate scorsa abbiamo intervistato un anziano operaio che lavorò oltre quarant'anni fa alla costruzione del Cimitero Militare Tedesco sul Passo della Futa (metri 903 sul livello del mare), uno dei più grandi in Italia, che raccoglie i resti di oltre ventimila caduti tedeschi. Il Passo della Futa mette in collegamento Firenze e Bologna, ed era un punto strategico di vitale importanza tanto da dover essere incluso nella "Linea Gotica", la linea difensiva che i nazisti idearono per contrastare l'avanzata alleata da sud. Superare la linea Gotica fu un osso piuttosto duro e costò perdite umane imponenti. Diamo ora voce ad alcuni brani tratti dal libro "La montagna e la Guerra", edito alcuni anni fa da Aspasia, mentre in coda troverete l'intervista realizzata l'estate scorsa.



Ricordiamo brevemente che la Linea Gotica era costituito da un sistema di difese fisse tracciate lungo i crinali dell’Appennino da Pesaro a Massa Carrara, il cui progetto e la cui realizzazione erano stati effettuati dai tedeschi, con l’utilizzo in forma coatta di decine di migliaia di lavoratori della Todt (l’organizzazione tedesca del lavoro), all’indomani dello sbarco alleato in Sicilia (10 luglio 1943), allo scopo di difendere la pianura Padana, strategicamente importante per le sue industrie, per i suoi fertili campi e per l’accesso al Nord Europa attraverso il Brennero e all’Est attraverso Trieste e la gola di Lubiana. Questo sistema difensivo, che nulla aveva a che spartire per imponenza di uomini, mezzi ed armamenti con la Linea Maginot francese o con il Vallo Atlantico tedesco sulle coste della Manica, era realizzato sfruttando al meglio le opportunità offerte dal terreno con postazioni prevalentemente costruite con utilizzo di legname, terra e massi alternate a poche difese artificiali, tutte armate in modo essenziale e dotate di pochi uomini: e questo non certo per sottovalutazione della importanza delle necessità dell’apparato difensivo, ma piuttosto per la disperata carenza di mezzi, di personale e di tempo.
Per una più comprensibile descrizione dei fatti e degli schieramenti in campo, prenderemo in considerazione gli eventi accaduti nei territori compresi a grandi linee fra la valle del Santerno a est e la valle del Reno e del Samoggia a ovest e fra la Linea Gotica a sud e la via Emilia a nord, nel periodo compreso fra il 13 settembre 1944 e il 21 aprile 1945.

La conca di Firenzuola e la valle del Santerno


Nella zona di nostro interesse la struttura difensiva della Linea Gotica vedeva un susseguirsi di postazioni e di camminamenti appoggiati alle creste dell’Appennino che si distendevano dal Passo del Giogo al Passo della Futa e da qui al Monte Tavianella, sovrastante Castiglione dei Pepoli, per proseguire verso la valle del Reno sullo spartiacque fra Porretta Terme e Pistoia. Il Passo della Futa rappresentava il tratto più vulnerabile perché l’orografla dei luoghi non era particolarmente accidentata ed anzi il declivio si prospettava dolce, senza ostacoli naturali e con ampie distese di campi coltivati, con ampia possibilità di impiegare i mezzi corazzati. Questo aveva spinto i tedeschi a rinforzare particolarmente il dispositivo difensivo in quanto ipotizzavano che gli Alleati avrebbero naturalmente scelto l’ostacolo meno duro per scatenare la loro offensiva. Il sistema difensivo fu posto attorno all’abitato di S. Lucia, protetto con un fossato anticarro lungo 5,5 km per evitare l’uso di mezzi corazzati da parte alleata. Informati della consistenza delle difese attorno al Passo della Futa dal loro servizio di controspionaggio, basato principalmente sulle notizie che portavano i lavoratori assunti a forza dalla Todt e che riuscivano a fuggire, gli Alleati spostarono la direttrice del loro attacco principale contro le truppe attestate attorno al Passo del Giogo. Un’adeguata preparazione vide l’intervento della aviazione e dell’artiglieria che a partire dalla notte fra il 12 ed il 13 settembre iniziarono a martellare le postazioni tedesche, difese dai reparti della 4.a divisione paracadutisti del 1° corpo paracadutisti della XIV armata, con micidiali bombardamenti estesi a tutta la lunghezza del fronte per non palesare al nemico il punto preciso ove sarebbe stato portato l’assalto principale (ad eccezione di alcune truppe reduci dagli aspri combattimenti di Anzio, la maggior parte dei difensori erano giovani mandati a combattere con soli tre mesi di addestramento). Per dare una idea della disparità di mezzi e di uomini messi in campo dalle due parti basterà ricordare come le divisioni tedesche avessero mediamente la metà degli effettivi regolarmente previsti e come ogni divisione dovesse tenere mediamente un fronte lungo una quindicina di chilometri, equivalente a circa 150 uomini per ogni chilometro. Tali bombardamenti, portati in profondità per colpire nei paesi posti nelle immediate retrovie i rincalzi di uomini e mezzi, vennero effettuati in particolare il giorno 11 settembre a Firenzuola (la cui popolazione era fuggita sui monti circostanti e che comunque già dal 10 aveva ricevuto ordine di evacuazione dal comando tedesco), il 12 a Baragazza (più di quaranta morti fra i civili), la notte fra il 12 e il 13 a Bruscoli (svariate vittime fra i civili), in varie date a Castiglione dei Pepoli (alcune vittime), il pomeriggio del 22 a San Benedetto Val di Sambro (alcune vittime). Gli uomini del 338° reggimento di fanteria della 85.a divisione iniziarono il loro attacco alle prime ore del mattino del 13 settembre diretti verso le pendici del Monte Monticelli e di Monte Altuzzo; dopo quattro giorni di sforzi sanguinosi e di disperata difesa germanica, gli Alleati conquistarono la sella del Passo del Giogo ed obbligarono i tedeschi ad una rapida ritirata verso la valle del Santerno e le montagne che le facevano da contorno. Le truppe alleate, dopo che la 310.a compagnia genio ebbe gettato un ponte Bailey, entrarono in Firenzuola alle ore 16 del 21 settembre e la trovarono deserta ed irta di macerie fumanti: anche il palazzo comunale, magnifica costruzione del ‘300 in pietra serena era stato distrutto. La stessa sera questa località venne colpita da un altro bombardamento di artiglieria, questa volta da parte germanica, a cui gli americani risposero con l’intervento della compagnia chimica che predispose uno schermo di nebbia artificiale a difesa dei possibili obiettivi e a protezione dei convogli dei rifornimenti. Il paese, distrutto nella quasi totalità, venne ulteriormente danneggiato dagli Alleati che demolirono case altrimenti riparabili allo scopo di costruire parcheggi più comodi per i loro automezzi. Poche decine di persone riuscirono a coprire con mezzi di fortuna alcune delle case meno danneggiate della periferia, ma circa duemila senzatetto trovarono un alloggio in stalle e capanne soffrendo la fame, il freddo e le malattie: in particolare durante i mesi successivi il tifo fece alcune vittime. La notte stessa del 21, accompagnate da una pioggia intermittente, le avanguardie della 88.a divisione si mossero in direzione di Castel del Rio, incontrando una scarsa resistenza; approfittando delle tenebre e di una migliore conoscenza dei luoghi, una pattuglia tedesca catturò un intero posto di comando di battaglione americano. Comunque il giorno 23 settembre Monte della Croce, posto sulla destra del Santerno, era stato catturato (dalle truppe della 88.a divisione schierata alla destra della 85.a), così come sulla sinistra era stato preso dalla 85.a Monte la Fine e successivamente il 26 Monte Pratolungo. Alla sinistra della 85.a divisione era schierata la 91.a il cui compito principale era quello di impegnare le truppe nemiche e di assicurare il fianco sinistro della 85.a con un attacco nella zona di S.Agata e del Passo della Futa: la sua direttrice di attacco prevedeva lo scavalcamento del crinale, l’occupazione della zona alle sorgenti del Santerno, la prosecuzione dei combattimenti in direzione di Pietramala e del Passo della Raticosa. Spezzato il loro schieramento con la perdita del Giogo, i tedeschi dovettero iniziare a ritirarsi dalle posizioni più vicine per evitare di essere presi alle spalle: misero quindi in atto la solita tattica dilatoria già applicata durante tutta la campagna d’Italia, arroccandosi a difesa in ogni luogo che desse il vantaggio della posizione.

Fra il Passo della Futa e Monte Tavianella


Alla sinistra della 91.a divisione si trovava schierata la 34.a divisione di fanteria (soprannominata «Toro» perché recava le insegne della testa di bufalo) il cui compito principale era quello di mantenere impegnati i soldati nemici con una costante e forte pressione, in modo tale che essi non potessero sguarnire le loro posizioni a favore di quelle degli uomini attestati attorno al Passo del Giogo; la sua direttrice di attacco prevedeva la marcia nella zona fra la strada Prato Castiglione e il Passo della Futa lungo il crinale dei monti Citerna e Coroncina. Occupato Montepiano il 24 e conquistati questi due previsti obiettivi, aprendo la strada verso Castiglione dei Pepoli, parte della 34.a divisione si diresse verso Bruscoli, rimanendo però stranamente troppo bassa verso il fondovalle, con il risultato di dover inutilmente attaccare dal basso verso l’alto provenendo dalla località Albagino, quando sarebbe stato molto più razionale attaccare i tedeschi, arroccati a difesa sulle posizioni di San Martino e del Monte delle Serrucce e dotati solo di armi leggere, direttamente dal Passo della Futa, utilizzando i carri armati di cui pure erano dotati. Bruscoli venne liberata dai fanti della 34.a nelle prime ore del pomeriggio del 25 settembre. Anche questa divisione americana, così come la 85.a e la 91.a, era fronteggiata dalle truppe della 4.a divisione paracadutisti, unitamente alla 334.a e 362.a divisione di fanteria.

Castiglione del Pepoli e lo spartiacque fra Setta e Reno


Un capitolo a parte merita la liberazione di Castiglione: già dal 11 settembre i tedeschi avevano distribuito volantini informando i cittadini che avrebbero dovuto evacuare il paese fra il 12 e il 17 settembre, evacuazione che però non ebbe luogo per il sopraggiungere di un contrordine. Il paese subì diversi bombardamenti da parte di aerei e dall’artiglieria ed infine il 24, dopo aver razziato ogni cosa, i tedeschi si ritirarono verso San Damiano; una compagnia di guastatori fece saltare prima sette case attigue alla strada principale, per ritardare l’avanzata alleata, e come ultima cosa anche la centrale elettrica di Santa Maria. Il paese venne occupato da alcuni partigiani male armati e rimase terra di nessuno fino al 27 settembre quando, verso il mezzogiorno, fu raggiunto da uno squadrone della 91.a divisione, poi verso le 16 dalle avanguardie della 24.a brigata inglese, facenti parte della 6.a divisione sudafricana ed infine dalle truppe sudafricane vere e proprie. La 6.a divisione sudafricana, reduce dai combattimenti di El Alamein, era passata direttamente sotto il comando della Quinta armata del gen. Clark ai primi di ottobre. Essi avevano seguito la strada Prato-Castiglione, contrastati dalla 362.a divisione; dopo aver combattuto nella zona di Prato, erano destinati ad occupare una porzione di fronte larga diversi chilometri a cavallo fra Setta e Reno. Il 30 i partigiani castiglionesi vennero disarmati ed il 2 ottobre si insediò la prima Giunta comunale. Intanto Camugnano era stato liberato il 30 settembre.

Verso il Passo della Raticosa


I tedeschi avevano a loro disposizione le difese predisposte su Monte Bastione, sovrastante la Futa, Monte Oggioli, dominante l’intera vallata di Firenzuola e Monte Canda, su cui si trovavano anche alcune batterie antiaeree. Queste tre cime, più alte di tutte quelle circostanti, davano un consistente vantaggio ai difensori, essendo oltretutto scarsamente alberate ed avendo generalmente fianchi ripidi e disagevoli. Per vincere la difesa tedesca gli Alleati decisero per un simultaneo attacco con concentramento di forze: la 34.a divisione verso Monte Bastione, la 91.a verso Monte Oggioli e la 85.a verso Monte Canda, convergendo in direzione del Passo della Raticosa. Un simile attacco non risultò sopportabile alle sempre più sguarnite truppe tedesche che ebbero come unica alternativa l’abbandono delle posizioni ed il ritiro il giorno 28 verso nuove scarne difese disposte nei paraggi di Monghidoro, ritiro effettuato con il favore del maltempo che per alcuni giorni costrinse a terra l’aviazione americana, prezioso elemento di copertura per ogni operazione terrestre alleata. Il Passo della Raticosa venne occupato dalla 91.a divisione la mattina del 29: nel corso della giornata due reggimenti si spinsero fino quasi a Ca’ del Costa; la 85.a e la 34.a conquistarono i loro obbiettivi senza incontrare resistenza, immerse in una nebbia irreale che lasciava solo qualche metro di visibilità.

Strage a Monte Sole


Intanto una formazione partigiana, la Stella Rossa comandata da «Lupo» (Mario Musolesi), forte di circa 500 nomini occupava il crinale fra Setta e Reno, da Grizzana fino a Sasso Marconi, tagliando verticalmente la debole linea di difesa, diretta continuazione di quelle poste più ad occidente e a cui abbiamo appena accennato. Con ogni probabilità i partigiani non valutarono appieno il pericolo mortale che essi rappresentavano nel cuore dello schieramento tedesco, potendo garantire con la loro presenza una linea preferenziale di passaggio diretto delle forze alleate alle spalle delle difese tedesche, con il loro conseguente possibile scardinamento. Ben chiaro era viceversa questo pericolo agli occhi dei tedeschi, i quali avevano già potuto toccare con mano durante i combattimenti di Monte Battaglia, sulla destra del Santerno, consegnato il giorno 27 settembre dai partigiani della 36.a brigata Garibaldi agli americani, le conseguenze dell’interruzione delle loro linee difensive: solamente l’eccessiva prudenza del comando americano impedi che forze alleate consistenti approfittassero del varco miracolosamente apertosi per gettarsi verso la pianura e cogliere il nemico dall’alto ed alle spalle. Quindi fatto tesoro di quelle circostanze, l’intervento delle truppe tedesche per riconquistare il controllo del crinale fra Setta e Reno fu sanguinoso e bestiale, scatenandosi parte della truppa contro gli inermi civili di queste contrade in una strage talmente efferata che nulla ha a che spartire con le cronache pur cruente della guerra. Questi delitti venivano perpetrati fra il 29 settembre ed il 2 ottobre 1944 da circa 1.500 uomini appartenenti a varie formazioni tedesche.



L’avanzata verso Monghidoro e Loiano


Gli Alleati decisero di lanciare la 85.a divisione a cavallo fra l’Idice e il Sillaro, la 91.a lungo la statale della Futa e la 34.a, in un ruolo di secondo piano, lungo il crinale fra Savena e Setta. Nel frattempo alcuni problemi logistici trovavano la loro soluzione: l’indispensabile approvvigionamento di carburante per i mezzi venne garantito dal 3 ottobre in avanti da una condotta di 10 cm di diametro che da Livorno giunse dapprima a Pontedera, poi a Sesto Fiorentino e, dai primi giorni di novembre, fino al Passo della Futa. Dopo un’accurata preparazione di artiglieria l’attacco verso le difese attorno a Monghidoro scattò alle ore 6 del 1 ottobre: alle basse nubi che sul far del mattino occupavano l’orizzonte si sostituì un caldo sole che permise dopo quasi una settimana di maltempo un’ottima osservazione all’aviazione e all’artiglieria. Le truppe tedesche della 4.a e 362.a divisione sebbene pesantemente indebolite dalle perdite, tennero il campo fino alla notte del 4 ottobre per ritirarsi sulla linea difensiva posta nei pressi di Loiano. Il giorno seguente il gen. Clark raggiunse il comando della 91.a posto a Monghidoro, liberato la mattina del 2, e si congratulò per il risultato ottenuto: 858 prigionieri ed alcune migliaia fra morti e feriti tedeschi. Essendo però il nemico sulla difensiva, era da attendersi che le sue perdite diminuissero quando si fosse ritirato su posizioni più forti. Peraltro le perdite americane dal 1 al 4 ottobre ammontavano a 1734 uomini fra morti e feriti, alle quali dovevano aggiungersi coloro i quali non erano più abili al combattimento per malattie e stress emotivi dovuti alla cruda lotta. Nel frattempo i tedeschi avevano preparato tre nuove linee di difesa in prossimità di Loiano, Livergnano e Pianoro. Questo faceva intendere come fosse loro intenzione difendersi fino all’ultimo uomo e all’ultimo proiettile, per costringere gli Alleati a una pausa invernale prima di lanciare un ulteriore assalto verso la pianura.

Loiano


Il giorno 5 la 85.a divisione attaccò lungo lo spartiacque fra Idice e Sillaro, imbattendosi presto in una forte resistenza nei pressi del Monte delle Formiche, difeso da elementi della 362.a, 65.a e 98.a divisione di fanteria. La 91.a divisione alleata mosse all’alba del 5 ottobre verso Loiano e dopo dodici minuti di bombardamento, per un totale di un migliaio di colpi, gli uomini del 2.° battaglione del 362° reggimento entrarono in paese. Le case, gravemente bombardate, vennero setacciate una ad una dai soldati americani, i quali si disposero a difesa in attesa di un possibile contrattacco tedesco, effettivamente portato nelle prime ore del pomeriggio e respinto con decisione; nei combattimenti attorno al paese venne colpito un mezzo corazzato. Un caposaldo tedesco era stato intanto predisposto su Monte Castellari; gli Alleati, nella speranza di cogliere i difensori di sorpresa, attaccarono la mattina del 7 senza preparazione di artiglieria, ma il risultato fu scadente; così si proseguì nei giorni successivi, peraltro di maltempo, con una media giornaliera di 4.500 colpi di artiglieria contro questa sola postazione.  Questa tattica ebbe effetto perché il giorno 9 una pattuglia raggiunse il Monte Castellari senza incontrare resistenza: venne così occupato questo rilievo che risultava essere il più alto fra Loiano e Livergnano. Le perdite risultarono da parte americana di circa 1.400 uomini.

Monzuno e San Benedetto Val di Sambro


Nel frattempo gli elementi del 133° e 168° reggimento della 34.a divisione, liberati Pian del Voglio, Montefredente, Madonna dei Fornelli, nel pomeriggio dcl 2 ottobre attaccarono in direzione di Monte Galletto, lo conquistarono la sera dello stesso giorno e la mattina del 4, con l’aiuto di 7 carri armati, occuparono la cima di Monte Venere. Rinforzata la posizione, con il favore delle tenebre gli attaccanti proseguirono nel loro cammino, liberando Monzuno nelle prime ore del 5 ottobre. I tedeschi si ritirarono difendendo il terreno accanitamente, tanto che gli Alleati dovettero trincerarsi per la notte in prossimità del paese. Il successivo obiettivo del 133° reggimento divenne il gruppo di alture conosciuto come Monterumici. Il 2° battaglione del 135° fanteria avanzò in supporto del 133° nelle prime ore del mattino del 8 ottobre. Durante tutto l’8 ed il 9 ottobre Monterumici fu attaccato da ovest dal 135° fanteria e da un movimento di fiancheggiamento da parte del 133°.  Lentamente i tedeschi si ritirarono, raggiungendo la mattina del 9 linee di difesa più forti che correvano da est a ovest fra le vallate del Savena e del Setta: tali difese avrebbero resistito agli attacchi americani fino alla sospensione invernale dei combattimenti, per essere conquistate, alla ripresa delle ostilita nell’aprile 1945. Intanto il 1° e 3° battaglione del 168° reggimento di fanteria della 34.a divisione si erano mosse verso San Benedetto Val di Sambro che occuparono il 4 ottobre.

Livergnano


Ora il fronte vedeva i tedeschi occupare dei contrafforti estremamente interessanti per la difesa, sia a causa dei fianchi estesamente dirupati, sia per la loro naturale disposizione su di una linea che trasversalmente tagliava le valli del Reno, del Setta, del Savena, dello Zena e dell’Idice: lo schieramento tedesco vedeva in Monte Sole, Monterumici, Livergnano e Monte delle Formiche quattro formidabili ostacoli alla marcia degli Alleati. Tuttavia alle ore 8 del 10 ottobre il 338° reggimento di fanteria della 85.a divisione si mosse verso Casa del Monte e successivamente in direzione di Monte delle Formiche, che venne conquistato nel primo pomeriggio dello stesso giorno con la cattura di 53 soldati tedeschi in prossimità della chiesa posta in vetta; l’avanzata alleata però si bloccò ben presto contro una rigida resistenza. Intanto la 91.a divisione incontrava gravi difficoltà nel procedere in direzione di Livergnano, il cui nome veniva dagli americani comicamente storpiato in liver and onions (fegato e cipolle). Gli Alleati subirono gravissime perdite, fra cui la cattura di un intero plotone: neppure l’intervento di alcuni caccia bombardieri sbloccò la situazione. La ragione di tutto ciò si fa risalire al dispiegamento della 65.a divisione di fanteria tedesca nel mezzo dello schieramento fra la 4.a divisione paracadutisti e la 362.a. Finalmente una schiarita permise la mattina del 12 un esteso bombardamento aereo e terrestre: soltanto l’artiglieria della 91.a sparò 24.000 colpi nei giorni dal 12 al 14 ottobre. Nella notte fra il 13 ed il 14 i tedeschi abbandonarono furtivamente Livergnano: contemporaneamente parte della 34.a divisione, che con un terzo delle sue forze assediava Monterumici, scivolò verso il Savena, occupando la sera del 15 ottobre nella vallata, fino alle pendici di Livergnano, le località di Anconella e Scascoli e lasciando spazio agli uomini della 1.a divisione corazzata del Cca (Combat Command A). Nel periodo dal 10 al 15 ottobre gli Alleati subirono 2.491 perdite, il che mise in allarme il loro comando in quanto per la prima volta dall’inizio della campagna d’Italia si trovarono in difficoltà, essendo a corto di truppe di riserva: tutto questo suggerì un rallentamento prima e uno stop poi alle operazioni militari di grande respiro.

Posizioni strategiche


Nella zona centrale del nostro teatro di guerra tre grandi capisaldi erano ancora tenuti dalle forze germaniche: il gen. Clark decise di attaccare prima Monte Belmonte sovrastante Pianoro con la 34.a, poi Monte Grande, la cui caduta avrebbe aperto la porta verso Castel San Pietro e la pianura Padana, ed infine Monte Adone. La 91.a divisione americana scambiò le sue posizioni con quelle della vicina 34.a: quest’ultima era ancora numericamente forte, ma era formata da veterani che già combattevano da più di due anni e che con veemenza chiedevano di essere rimpatriati: i rapporti alleati ci dicono che il loro morale non era molto alto. L’attacco venne portato alle ore 5 del 16 ottobre supportato dalle artiglierie e dai carri armati: il primo di questi venne messo fuori combattimento e bloccò il passaggio agli altri: cosi questa nuova offensiva si arenò praticamente sul nascere. Il giorno seguente l’aviazione bombardò pesantemente Monte Belmonte, facendo anche uso di un nuovo tipo di bombe incendiarie al napalm. La sera, alla luce dei bengala gli Alleati tentarono un nuovo attacco, ma furono fermati da un forte fuoco di sbarramento, subendo numerose perdite ed un successivo contrattacco tedesco. Un nuovo attacco all’alba del 18 da parte della 34.a divisione si scontrò con una forte opposizione dei difensori, il cui schieramento era stato rinforzato dall’arrivo della 29.a Panzer Division: ciò costrinse gli Alleati a fermarsi dopo aver conquistato il villaggio di Zena e la cima di Monte della Vigna. Alla sinistra della 34.a, la 91.a aveva incontrato anch’essa una forte resistenza nemica, sia lungo l’asse della statale della Futa (resistenza aggravata dalla particolare violenza degli attacchi ai convogli dei rifornimenti nella strettoia di Livergnano da parte dell’artiglieria tedesca), sia proveniente dalle difese disposte in profondità, da Monterumici a Monte Adone, a Badolo, fino a Monte Mario sovrastante Sasso Marconi. Questa forte resistenza, oltre alle perdite e al tempo inclemente consigliarono gli Alleati di effettuare un prudenziale stop alle operazioni militari, mantenendo le loro forze in uno stato di difesa aggressiva. Alla destra della 34.a divisione i soldati della 85.a compirono significativi progressi conquistando il giorno 19 ottobre Monte Fano, cinque chilometri oltre Monte delle Formiche: furono in ciò probabilmente favoriti dall’aver agito in una zona di confine fra gli schieramenti della X e XIV armata tedesca, solitamente più debole per carenza di collegamenti fra i reparti schierati fianco a fianco.

Irraggiungibile meta


Decisi ad un ulteriore sforzo per tentare di aprirsi la via verso Bologna, gli Alleati pianificarono un nuovo attacco contro Monte Grande, supportato da un imponente volume di fuoco: 8.400 colpi sparati in una sola ora contro 42 obiettivi identificati. Per incitare le truppe lo stesso gen. Clark venne al posto di comando dell’88.a divisione, promettendo al generale Kendall la sua seconda stella se i suoi uomini avessero conquistato il successo. Ed effettivamente Monte Grande cadde nonostante contrattacchi tedeschi e gli americani occuparono la vicina località di Farneto a metà del 20 ottobre. Poi il 22 diressero il loro attacco verso il vicino Monte Castellazzo e la prospiciente Collina di Ribiano, sovrastanti Castel San Pietro: la loro caduta avrebbero finalmente aperto le porte della pianura, intrappolando le forze germaniche disposte in Romagna in un abbraccio mortale.  Ma l’attacco si schiantò contro le difese tedesche rinforzate dall’entrata in linea delle forze della 90.a Panzer Division, con la cattura di molti uomini nello sfortunato tentativo di occupare il villaggio di Vedriano. Feroci contrattacchi tedeschi e piogge disastrose che in poche ore spazzarono via tre ponti nella valle del Santerno suggerirono, data la scarsità di mezzi e munizioni, di trincerarsi a difesa: Monte Castellazzo rimase vicino ma per ora non raggiungibile. Dall’inizio dell’offensiva fino al 26 ottobre le perdite alleate assommavano a 15.716 uomini, di cui ben 5.026 appartenenti alla 88.a divisione. Gli Alleati non furono in grado di finalizzare il loro sforzo prima dell’arrivo dell’inverno, cosa che viceversa avrebbe probabilmente concluso la campagna d’Italia con sei mesi di anticipo: essi erano disposti come la punta di una grande freccia rivolta verso la pianura, con al vertice la 88.a e la 85.a divisione trincerate in prossimità di Monte Castellazzo, lungo il loro fianco sinistro la 34.a sopra Pianoro, più indietro la 91.a di fronte a Monterumici.  Il fronte poi proseguiva lungo il letto del Setta fino verso Rioveggio e da qui, con la presenza delle truppe sudafricane, saliva in cresta fra Setta e Reno verso Porretta, da cui il fronte proseguiva verso le alte vette dell’Appennino.

La 6.a divisione sudafricana in movimento


Occupato Sparvo alle ore 17 del 29 settembre, i sudafricani diressero il loro attacco contro Monte Catarelto che raggiunsero, non senza valorosi sforzi, la mattina del 3 ottobre, contemporaneamente alla conquista della cresta Bucciagni. Successivamente caddero anche Monte Vigese e Monte Stanco, prossimo a Grizzana, ma un contrattacco germanico portato l’8 costrinse a lasciare la posizione e a retrocedere. Monte Stanco fu ripreso il 10 e immediatamente riperso con una susseguirsi di quattro contrattacchi tedeschi; infine fu definitivamente conquistato il 12 ottobre unitamente alla stazione di Grizzana, con un grande dispiegamento di forze. I sudafricani si spinsero fine a Montorio, rilevando gli uomini della 34.a che vi si trovavano e la mattina del 15 liberarono Veggio e Poggio sulla sinistra del Setta. Successivamente il 19 ottobre i sudafricani occuparono Tudiano e si diressero verso Monte Alcino che conquistarono il 22, poi all’alba del giorno successivo attaccarono Monte Salvaro, preso alle ore 14 e da cui si spinsero immediatamente verso Monte Termine per esservi infine bloccati da un campo minato, che ad un tentativo di bonifica effettuato il mattino successivo, risultò formato da mine tutte disinnescate. Monte Termine venne preso il 24 ottobre ed il 25 una solida testa di ponte venne installata in prossimità de La Quercia. L’assalto verso Monte Sole che appariva alla portata degli attaccanti non venne condotto perché il 31 ottobre il Comando alleato decise di bloccare ogni offensiva per un mese.  I genieri sudafricani trasformarono allora il tratto di ferrovia da Piandisetta alla Quercia in una strada (10 novembre), per migliorare le condizioni dei trasporti, particolarmente esposti ai tiri dei tedeschi. Intanto il giorno 4 novembre era stato per la prima volta introdotto l’uso della illuminazione artificiale notturna del campo di battaglia. Il tentativo verso Monte Sole fu ripreso il 9 dicembre e vide i due schieramenti contendersi aspramente il terreno palmo a palmo fino al 14, giorno in cui con un ardito contrattacco i tedeschi, al prezzo di gravi perdite anche dalla loro parte, riconquistarono la cima e con essa l’intero monte. Il 23 dicembre cadde la prima neve. Per assicurare la linea del fronte dalla presenza di spie, i sudafricani provvidero ad interdire ad ogni civile una striscia di territorio della profondità di un chilometro dalle zone di combattimento e permisero, in una fascia di profondità di un ulteriore chilometro, ad una sola persona per famiglia di rimanere per governare il bestiame. A partire dal 4 novembre furono così trasferiti a Firenze e poi a Roma, passando per Grizzana, oltre 2.200 civili, trasportati con automezzi militari in ragione di 180 persone al giorno. Anche i tedeschi avevano lo stesso problema e lo risolsero allo stesso modo, evacuando i civili: a partire dal 15 ottobre quelli di Panico, dal 15 novembre quelli di Marzabotto.

Una tregua armata


La tregua invernale, a parte blande operazioni di ricognizione, venne occupata dai due eserciti nel miglioramento dei rispettivi sistemi difensivi, con la costruzione, anche da parte alleata, di una serie di postazioni e camminamenti che richiamavano un po’ la guerra di posizione combattuta 30 anni prima dalle truppe impegnate nella I guerra mondiale. La sostanziale stabilità del fronte fu mantenuta per i mesi centrali dell’inverno fino alla metà di febbraio 1945 quando le truppe del corpo di spedizione brasiliano spostate dalla Versilia a nord di Porretta, unitamente alla 10° divisione di montagna americana «Mountain», arrivata direttamente dagli Usa e subito schierata in linea, attaccarono nella zona di Monte Belvedere e Monte Torraccia sulla sinistra del torrente Silla, a nord di Porretta. Questa operazione nota con il nome di «Encore», condotta contro le truppe del LI corpo di montagna tedesco, aveva lo scopo di assicurare il controllo delle zone circostanti la strada statale che percorre la valle del Reno in direzione di Vergato, Sasso Marconi e quindi Casalecchio e Bologna. Il controllo di questi monti avrebbe consentito l’osservazione della lontana valle del Po. L’operazione comunque si presentò particolarmente difficile a causa della neve e della aspra natura dei rilievi: Monte Belvedere dovette essere scalato la notte del 18 febbraio con una ardua manovra e non poterono essere di alcun aiuto nè l’uso degli sci, né delle «donnole», speciali veicoli cingolati leggeri, nè l’uso delle jeep. Il pomeriggio del 23 veniva conquistata la cima di Monte Torraccia e il vicino Monte Castello. Il passo successivo fu l’avanzata verso Vergato, le cui montagne circostanti, Monte Grande d’Aiano, Monte della Spe, Monte della Castellana e Monte Valbura, sarebbero state utilizzate come trampolini di lancio per l’attacco della primavera.  L’attacco lanciato il 3 marzo raggiunse i suoi obiettivi il 5, nonostante una forte resistenza offerta anche dai granatieri della 29.a Panzer Division, ultime riserve tedesche.  Temendo che l’offensiva alleata allarmasse i tedeschi al punto da scatenare una difesa pari a quella incontrata a Livergnano e Monte Adone, il comando fermò l’attacco alle prime ore del 5, dopo aver subito 549 perdite di cui 106 morti.  Nelle loro mani avevano ora una linea da Monte Belvedere fino alla statale della valle del Reno, alcuni chilometri a monte di Vergato. Una seconda breve pausa interruppe i movimenti di truppe, consentendo agli Alleati di assestarsi sulle nuove posizioni e di raccogliere le forze per l’ultimo balzo verso la pianura: ovviamente lo stesso intervallo di tempo venne occupato dai tedeschi per rinforzare le loro sempre più sguarnite difese.

L’offensiva finale alla sinistra del Reno


Alle ore 9 del mattino del 14 aprile 1945 ben 2.052 bombardieri pesanti decollati dalle basi del Sud Italia e della Corsica gettarono i loro carichi di tritolo sulle retrovie tedesche sconvolgendole completamente ed impedendo rapidi collegamenti e spostamenti di truppe. Contemporaneamente i caccia bombardieri, generalmente in formazioni di quattro, attaccarono con bombe al napalm qualsiasi postazione, mezzo, armamento fosse loro indicato come obiettivo, a supporto delle forze di terra, particolannente nel settore della 10.a divisione da montagna. Alle 9.10 anche l’artiglieria iniziò il suo compito, con un bombardamento di 35 minuti con oltre 2.000 colpi sparati per spianare l’avanzata verso Castel d’Aiano, individuato come primo obiettivo sulla strada che doveva condurre alla pianura padana ad ovest di Bologna. Per la cattura di Rocca di Roffeno fu necessario vincere la resistenza della 94.a e 334.a divisione di fanteria che, sebbene con pochi uomini, caparbiamente resistevano: in particolare un formidabile sistema di camminamenti e bunker era stato realizzato nei dintorni della zona di Prà del Bianco.  La sera del 14 anche la località di Torre Iussi era conquistata e, nonostante fosse atteso, nessun contrattacco venne portato dal nemico; anzi, durante il giorno seguente, sotto l’incalzare degli Alleati, la 94.a dovette ritirarsi con il favore delle tenebre per i campi e per strade secondarie, perdendo la quasi totalità del suo armamento pesante e trovandosi ad un passo dalla rotta. Il giorno 16 gli Alleati entrarono a Tolè e proseguirono per Monte Croce e Monte Mosca, catturando numerosi prigionieri fra cui vennero individuati elementi delle ultime riserve disponibili ai tedeschi, a testimonianza dello sforzo supremo che essi erano costretti a fare per contenere l’avanzata alleata fra i torrenti Lavino e Samoggia. Venne liberato Monte Pastore, mentre le truppe tedesche in condizioni miserevoli dopo giorni di accaniti combattimenti si trovarono a dover opporre ancora resistenza sulle nuove posizioni attorno a Monte San Michele. I brasiliani il 14 aprile si erano mossi occupando Montese e le alture sovrastanti Vergate, mentre gli americani del 27° battaglione corazzato di artiglieria da campagna entravano in paese ed occupavano dopo due ore di strenui combattimenti ciò che rimaneva della stazione.  Furono necessari ancora due giorni di combattimenti e l’intervento di tre carri armati e di un bulldozer corazzato per vincere la resistenza dei difensori. Viceversa molto deboli furono i combattimenti a Suzzano, la cui presa era la necessaria premessa per la cattura di Monte Mosca, avvenuta la mattina del 16.  La sera del 17 aprile l’81° cavalleria era attestato alcuni chilometri oltre Vergato, mentre il 6o battaglione corazzato passando lungo le falde del Monte Mosca occupava Monte d’Avigo.

Fra Reno e Setta


Il pomeriggio del 15 aprile 765 bombardieri pesanti attaccarono sia lungo la Futa che lungo la valle del Reno, altri 120 in gruppi di quattro o di otto le difese di Monte Sole, mentre altri colpivano installazioni e truppe nelle vicinanze di Sasso Marconi. Sulla direttrice di Monte Sole e Monte Abelle sulla destra, e Monte Caprara e Monte Castellino sulla sinistra, preceduti da 35.000 colpi di artiglieria (schierata sulle falde di Monte Venere e in prossimità di Montefredente), alle 22.30 del 15 aprile anche le truppe sudafricane si rimisero in movimento, con zaino leggero e razioni per un giorno.  Aggirando numerosi campi minati, poco oltre la mezzanotte la cima di Monte Sole era conquistata. Il mattino successivo, pur perdendo diversi carri a causa delle mine, i progressi furono consistenti verso Monte Abelle, che venne preso nel tardo pomeriggio del 16. Monte Caprara fu vinto con un assalto all’arma bianca alle 6,15 del 16 aprile. Il 18 le pattuglie mandate in ricognizione non incontrarono resistenza di sorta, potendo anzi contattare gli americani, che avanzavano lungo la valle del Reno, a Sperticano.



Fra Setta e Idice


Non altrettanto bene andavano le cose sul fianco destro dello schieramento. I tedeschi come abbiamo già visto concentravano le loro forze attorno a quattro capisaldi: Monte Sole, fra Setta e Reno da Grizzana a Sasso Marconi, Monterumici e Monte Adone fra Setta e Savena, ed infine una serie di colline a nord di Monte Belmonte, fra Savena e Idice a difesa di Pianoro. La caduta di uno solo di questi luoghi non avrebbe necessariamente portato al collasso l’intera struttura difensiva, per cui si imponeva un attacco su tutta la linea, anche per impedire possibili spostamenti di truppe. I tedeschi schieravano la I.a divisione paracadutisti, la 305.a e la 65.a di fanteria, 8.a divisione da montagna, queste due ultime disposte fra il Reno ed il Savena, e parte della 94.a. Il dispositivo bellico alleato vedeva la 88.a di fronte a Monterumici, la 91.a dalla strada della Futa in direzione di Monte Adone e la 34.a posizionata pronta ad attaccare Savizzano e Gorgognano oltre Monte Belmonte, fiancheggiata a destra dal Gruppo di Combattimento Legnano, composto da fanti italiani. La mattina del 16 aprile un pesante attacco aereo fu portato alle vie di comunicazione attorno a Bologna. Al cadere della notte i soldati della 88.a divisione iniziarono l’attacco verso Monte Sole e Monterumici, mentre alle ore 3 del 16 aprile anche la 91.a e la 34.a entrarono in campo verso i loro obiettivi. Molto aspra fu la difesa, in quanto i tedeschi avevano abbandonato le posizioni durante i bombardamenti subendo poche perdite. Il giorno seguente finalmente gli attacchi della 88.a contro Monterumici iniziarono a sgretolare le difese tedesche, che però continuavano a dare segni di scarso cedimento nelle zone sottoposte al pur vigoroso assalto della 91.a e 34.a divisione. Essendo però evidenti i segni di un possibile cedimento tedesco in quella zona, gli Alleati fecero scivolare la 88.a sulla sinistra di Monterumici e Monte Adone, a spalleggiare i sudafricani che avanzavano lungo la cresta fra Reno e Setta e che fecero seguire sull’altro versante, quello del Reno, dagli uomini della 85.a che erano appena rientrati da un periodo di riposo nella valle dell’Arno. Anche gli uomini della 91.a e 34.a vennero spostati verso la loro sinistra per colmare il vuoto lasciato dal movimento, come abbiamo appena detto verso sinistra, della 88.a. Gli italiani del gruppo Legnano si disposero a loro volta fra Idice e Zena fino alla strada della Futa.



La rotta tedesca


Alle ore 9.30 del 18 aprile la 10.a divisione da montagna e la 85.a rinnovarono il loro attacco: quest’ultima non incontrò praticamente resistenza avanzando fino a Pian di Venola, mentre i soldati della 10.a furono fermati prima di Mongiorgio. Un attacco portato dalla 85.a verso Monte San Michele, sovrastante Mongiorgio, provocò il collasso della difesa tedesca: la ritirata divenne una rotta e non appena questa fu palese, gli Alleati gettarono alla rincorsa del nemico in fuga tutti i mezzi corazzati che furono in grado di riunire. Fermandosi solo per essere raggiunti dai rifornimenti, venne occupata la vetta di Monte San Pietro senza incontrare resistenza. La corsa degli Alleati proseguì fino a trovare una ultima disperata difesa, con un combattimento casa per casa, a Pradalbino la mattina del 20 aprile. Il giorno 20 gli uomini della 6.a divisione sudafricana dopo aver liberato Sasso Marconi e Pontecchio Marconi occupavano Casalecchio, quelli della 88.a Riale di Zola Predosa, mentre a metà pomeriggio veniva raggiunto, scivolando fra Bazzano e Crespellano, Ponte Samoggia sulla via Emilia.



La notte fra il 20 ed il 21 aprile i soldati della 34.a divisione a bordo di carri armati, avanzando in maniera guardinga, oltrepassavano Pianoro, ridotta ad un cumulo di macerie, Rastignano, San Ruffillo e raggiungevano alle ore 8.51 le porte della città di Bologna, liberata sul far dell’alba dalle truppe polacche.