sabato 3 dicembre 2011

Ravenna la durata di un trapasso

 
In concomitanza con l'inaugurazione presso l'antica e prestigiosa Biblioteca Classense di Ravenna della mostra che riguarda l'affascinante opera come incisore del grande gallerista Giuseppe Maestri, ecco pubblicato il film realizzato l'anno scorso e contenente le interviste a lui e al poeta Eugenio Vitali, ideatore nel 1971 della "poesia da affissione", idea poi ripresa persino in Inghilterra. Due persone a cui sono legato da oltre trent'anni e che recano preziose testimonianze dei cambiamenti intervenuti in una piccola realtà di provincia, che sono però lo specchio fedele di un cambiamento globale che è purtroppo in peggioramento sotto tutti i punti di vista. Un cambiamento comunque pagato caro, dato che dal 1956, anno dell'arrivo dell'industria petrolchimica, il tasso di tumori è cresciuto in modo esponenziale, e tuttora miete copiosamente, purtroppo. Troverete un paio di poesie del grande poeta Vitali, all'inizio immagini autunnali della zona della pineta che confina col porto canale e le industrie e, in coda, alcune incisioni di Giuseppe, forse l'ultimo grande artista che possiamo definire "erede" della poetica "lunare" felliniana. E d'altro canto Tonino Guerra era, ed è tuttora, di casa nella sua vecchia galleria, che recentemente un suo amico pittore ha riportato a nuova vita dopo tre anni di triste abbandono. Anche se, però, i tempi gloriosi sono terminati da un pezzo. Riguardo a questo, infatti, troverete rare e preziose immagini tratte dal suo archivio fotografico a partire dal 1965, col passaggio dei più grandi pittori del secolo scorso: Treccani, Sassu, Migneco, Sironi, Calabria, eccetera, e anche di vari poeti: Rafael Alberti, Mario Luzi, Piero Santi, e tanti altri. Colpisce di Giuseppe la grande semplicità, la grande umanità, il raccontarsi in modo schietto e simpatico, il "bucare" lo schermo. Era sempre sorridente, Giuseppe, pronto alla battuta in dialetto e allo sfornare aneddoti. Ha lasciato davvero un vuoto irrecuperabile.

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dal blog "Versi e Versacci" Splinder:

martedì, 27 ottobre 2009

Giuseppe Maestri ci ha lasciato



Uno dei post più tristi che potessi fare. Mentre mi trovavo nello storico Borgo San Rocco di Ravenna ho appreso da un manifesto mortuario la triste notizia. Giuseppe Maestri era un'icona, un simbolo, una leggenda vivente dell'arte romagnola, che conobbi nel fatidico anno 1977, quando iniziai a scrivere poesie, a fare teatro, a dipingere e fare incisioni. In quell'anno ero anche tipografo e uno dei nostri clienti era appunto la Galleria "La Bottega", che Maestri aveva creato nel 1965 insieme alla moglie Angelina Tienghi, sorella di Ugo, pittore e mio professore di disegno nonchè grande amico del mitico Osvaldo Cavandoli (ideatore della "Linea" che spopolò su "Carosello" per molti anni), e ad Alberto Martini. Era nato nel 1929 a Sant'Alberto, grosso centro a ridosso della foce del Reno e che il grande Cesare Zavattini ebbe a definire come il "tipico villaggio della Pianura Padana". Questo paese dette i natali, nell'800, al grande Olindo Guerrini (detto Stecchetti), grandissimo poeta e umorista stimatissimo da Carducci, Pascoli e D'Annunzio, e a Francesco Talanti, traduttore di varie parti della Divina Commedia in dialetto romagnolo santalbertese, nonchè poliglotta, giramondo, matematico e scienziato illustre. Di "Gepi" ho ricordi stupendi e tenerissimi. Da buon romagnolo era uno spirito libero, anarcoide, di buon cuore e sempre attento e curioso a tutto. Non l'ho mai visto arrabbiato una sola volta, aveva sempre il sorriso stampato in volto e un tono di voce suadente e rassicurante. Da buon anarcoide non amava questo mondo (Ste mundazz brott, questo mondaccio brutto, soleva dire), e non pretese nulla, anche se diede tantissimo. Per decenni la sua galleria è stato IL crocevia romagnolo di alcuni dei più grandi artisti del 900 europeo. Ne cito solo alcuni: Mario Luzi, Rafael Alberti, Piero Santi, Aligi Sassu, Andrea Zanzotto, Tonino Guerra (che grazie alla moglie georgiana lo ha fatto conoscere anche in Russia), Renato Guttuso. Perchè Maestri oltre che organizzatore di eventi era anche un grandissimo incisore. Negli anni 90 pubblicò una mirabolante produzione di pregevoli incisioni a colori per "una Ravenna sognata", in cui gli elementi onirici (e qui l'influenza di Federico Fellini mutuata da Tonino Guerra era evidentissima), si sposavano in modo mirabile agli elementi architettonici delle basiliche bizantine e dei palazzi degli antichi Imperatori barbarici che ivi risiedettero. Negli ultimi anni veniva chiamato spesso a serate nei circoli e nei teatri in cui dava voce al suo conterraneo Stecchetti, leggendo le licenziose "Rime di Argia Sbolenfi" e gli arguti "Sonetti Romagnoli", che hanno reso immortale Guerrini. Qualche anno fa passando davanti alla sua Bottega dove era intento a stampare alcune delle sue creazioni, ebbi l'intuizione di entrare con la mia piccola Canon digitale e lo intervistai, filmando anche le tante foto degli anni 60 in bianco e nero in cui veniva ritratto insieme ai tanti artisti da lui ospitati in Galleria. Un documento ora preziosissimo, che proprio in questo periodo stavo pensando di integrare ad un'altra intervista fatta al grande poeta ravennate EUGENIO VITALI (ora 75enne), per ricavarne un lungometraggio che potesse salvare la memoria di questi due grandi artisti che hanno dato lustro a Ravenna. Difficile ora pensare che non lo rivedrò più, che il suo sorriso dolce e bonario si è spento per sempre, che non valicherò più quel locale, vedendolo intento al torchio, con lui che mi saluta dicendomi "Uei, tabacazz, coma steet? Cuss'et faat?" (Ciao, ragazzaccio, come stai? Cos'hai combinato?). Data l'età potrei dire che ho perso un padre, ma preferisco dire che ho perso un fratello. Dopo la morte di Edgardo Siroli, Stecchetti ha perso il suo più autentico cantore, e la Romagna un pezzo consistente della sua anima più vera e segreta. Pubblico una breve intervista non per allungare il brodo, ma perchè rivedere le sue parole un pò mi fa bene. Inutile dire che sono straziato. Anche perchè in un qualsiasi Paese europeo di uno come lui si sarebbero occupati TV e giornali nazionali, mentre qui è stato già difficile trovare qualcosa sui quotidiani locali e sul web. Che schifo.
La Bottega, nata con entusiasmo nella Ravenna di oltre 40 anni fa da un’idea di Alberto Martini, condirettore della mitica collana Fabbri I maestri del colore, non fu solo una galleria importante per la città aprendola al panorama artistico nazionale di allora, cosa di cui beneficiarono anche gli artisti locali, ma insieme divenne luogo di incontro e scontro del fare arte, tra artisti diversi e valenti, talvolta con discussioni accese, polemiche, talaltra con condivisione di ideali, ma sempre con circolo e scambio continuo di idee. Era un luogo fresco per la mente e le mani di tante creatività.
Si cominciò con l’esposizione di Aligi Sassu. A seguire e con coraggio nella Ravenna rossa dell’epoca, ma pensando solo al dato artistico, le retrospettive su Carrà e soprattutto Sironi, in cui intervennero i figli degli artisti scomparsi da poco tempo. Poi, tra gli altri, Treccani, Guttuso, Calabria, Moreni, Giò Pomodoro, oltre ai locali Ruffini, Guberti, Folli, Giangrandi, nonché alle visite prolifiche dei maestri del Gruppo mosaicisti di scuola ravennate, che allora aveva sede nello stesso quartiere.
La scomparsa o la mutazione in tempi recenti di questi luoghi frequentati dagli artisti (non so, penso a ciò che doveva essere nei medesimi anni ’50/’60 il Bar Giamaica di Milano, anche dal racconto che me ne fece l’artista bergamasco Rino Carrara), ovvero spazi condivisi, che non siano solo vernici in gallerie asettiche e griffate, è una delle cose più tristi degli ultimi anni: anche l’ambito artistico ha ceduto all’isolamento forzato che sembra aver conquistato la società, frammentando tante identità, insterilendole talvolta in soliloqui privi del beneficio della discussione.
Preoccupazioni queste, comuni ad artisti differenti anche per età, come ho potuto constatare in conversazioni recenti con Claudio Olivieri e Francesco Bocchini.
Olivieri fa ancora parte di quella generazione che si impegnava con pamphlet e scritti salati se necessario, proprio come Mattia Moreni, uno dei protagonisti della Bottega, come racconta Maestri, che ne curò tutte le 5 o 6 serie di incisioni, come spesso faceva con molti degli artisti ospitati.
Moreni, si sa, non aveva carattere facile, ma a differenza di numerosi dibattiti feroci con tanti artisti, nutriva un rispetto sincero e profondo per Giuseppe Maestri, a cominciare dal suo mestiere antico, oltre alla sua abilità innegabile, come del resto, da sempre testimoniano la stima e l’affetto di Raffaele De Grada per la sua opera.
Persino all’ultima antologica di Maestri lo scorso Maggio (L’onirica navigazione, Chiesa del Pio Suffragio, Bagnacavallo -Ra-), il grande critico, ormai novantenne, ha voluto essere presente e omaggiare l’amico mai dimenticato.
E con ragione, dato che Giuseppe Maestri, anche se non lo ammetterà mai, oltre che maestro d’arte lo è anche di vita, per la sua generosità, l’affabilità e la non comune perizia tecnica, caratteristiche inscindibili, come, senza volere, mi ha dimostrato: fluiva il discorso su tante vicende della Bottega e oltre, sui segreti delle tecniche incisorie che Maestri conosce come pochi per averle frequentate tutte, su Marco Dente incisore ravennate nella Roma del primo ‘500, sulle finezze nelle pitture e soprattutto nelle incisioni di Dürer, apprese a sua volta grazie al bulino e all’arte orafa del padre, mentre con estrema naturalezza e semplicità, col suo inconfondibile sorriso, Maestri continuava a lavorare al torchio.
D: In queste pitture ed incisioni, hai saputo inventare un mondo di sogno, una Ravenna che non c’è, eppure potrebbe essere, dietro alle stesse case e monumenti che sono quotidianamente sotto i nostri occhi forse un po’distratti o abituati. E’ come se ne avessi colto, con poesia, il fantasma buono, niente a che fare con gli incubi, anzi: penso ai tuoi blu notte, alle porte, muri, finestre coloratissimi, al Mausoleo di Teoderico che lascia l’imponenza della pietra e viene da te trasformato, magia vera, nella tenda d’assedio del re mossa dal vento. E ancora file di case, non c’è direzione unica in questo mondo, sopra e sotto eventuali orizzonti, tutto resta sospeso, incantato…
R: E’ una Ravenna fantastica, è vero, che sta sulle dune...sono racconti per immagini, perché talvolta attraverso le immagini le cose si spiegano meglio. Ma è un mondo interno che viene fuori, poi, certo, può ricordare qualcosa di quello esterno, ma non la storia ufficiale, troppo difficile, a parte giusto un riferimento all’assedio di Ravenna, che in effetti ci fu e per ben tre anni ad opera del re Teodorico: solo che ho immaginato la tenda che terminava con la cupola del Mausoleo… I colori illuminano i miei lavori, come quelli dei bambini, si potrebbe dire che non sono mai maturato...pensa che un artista giovane con cui ho collaborato di recente, Nicola Samorì, guardando le mie cose, ha detto che davvero gli sono sembrato più giovane di lui! Ma i colori sono anche una forma di protesta personale: perché arrendersi al grigiore del mondo?
D: Ho notato che da queste visioni di città sono pressoché assenti le figure umane: sono le architetture le protagoniste animate, fluttuanti, a galleggiare sospese su “acquecielo”, come le isole della Ravenna antica, dove però coesistono più lune insieme, mezze o piene, anch’esse appese a fili invisibili, galleggianti in “cielimare” con pesci a posto delle stelle e vele, vele di barche e case come vele...
R: Già, sarà perché sono nato vicino ad un fiume, a Sant’Alberto e vedevo sempre le barche: in fondo le navi sono un simbolo, di arrivo e partenze. Ravenna e Bisanzio poi erano due importanti porti antichi, collegati tra loro e i bordi di certe incisioni, come vedi, sono decorati un po’ all’orientale, con figure varie, galleggianti… Poi sarà che nella Bottega in tanti anni ho conosciuto tanti “matti”, che forse un po’ di quella follia l’ho ereditata anch’io...
D: E tecnicamente?
R: Per me l’incisione è un linguaggio legato sia alla pittura che alla scultura. Le mie incisioni non sono proprio ortodosse, alla Morandi, per fare un esempio: sono miste, non si tratta solo di preparare la lastra e disegnarla: in queste acquetinte, ceremolli, c’è il colore, per me importante, e la casualità che gioca nel contesto di preparazione del lavoro. Poi il risultato può piacermi e avvicinarsi o meno a ciò che voglio, ma, ed ecco il paradosso, nel momento in cui si accetta il caso a cooperare, non c’è più l’elemento casuale…
D: So che La Bottega è stata frequentata anche da poeti importanti come Luzi, Zanzotto, Guerra soprattutto, con cui spesso hai collaborato e tuttora, ritraducendo con approvazione, componimenti dal suo al tuo dialetto, il santalbertese. Del resto, come si diceva una volta, sei anche un fine dicitore di versi, specie in dialetto, cosa che ti ha portato, talvolta collaborando con l’attore Marescotti o in recital solistici, a far conoscere Tonino Guerra appunto, Nino Pedretti, Raffaello Baldini, ultimamente Nevio Spadoni, oltre al classico di sempre, Olindo Guerrini/Lorenzo Stecchetti e molti altri anche in italiano, non escluso Dante.
R: Sai, il rapporto con la parola e la poesia per me è sempre stato importante, specie con la lingua del dialetto: è la mia lingua madre, quella con cui penso, quella con cui la mia generazione è cresciuta, la lingua di un mondo che voi ragazzi, potete capire ma non sentire fino in fondo. Ecco queste parole hanno un colore, che non può essere capito fino in fondo.

Il finto placcato oro



Un mio racconto di qualche anno fa, agosto 2007

E' vero che in Romagna c'è tutto. In questi giorni me ne sono accorta. Terra del sole si dice, in realtà la luna la fa da padrona. Ha piovuto, è stato nuvolo, ma non importa. Il mare è bellissimo anche quando tira vento e sembra che stia per tornare l'autunno da un momento all'altro. Attraversare la Romagna, dal confine con la provincia di Pesaro con le sue dolci colline e valli attraversate da torrenti, a Faenza la città delle ceramiche, è sempre una sorpresa anche per una romagnola. Tutto cambia con una velocità incredibile, negli ultimi tempi sono arrivati tantissimi senegalesi, che hanno preso l'abitudine locale di spostarsi in bicicletta. Sono fiorite feste e sagre ovunque, il kiwi è diventato un frutto locale, a Santarcangelo si fa teatro d'avanguardia e fino a notte fonda si può ballare con la musica marocchina, e la birra ha quasi soppiantato il Sangiovese.
Sono spariti dalla spiagge, soppiantati dai venditori di Rolex fasulli... gli immancabili goliardi di ferragosto, i "boni boni lecca lecca" degli spiedini di frutta candita che facevano coppia fissa con i "cocco bbbello" e i fotografi che viaggiavano con la giraffa di pelouche, le collane di fiori hawaiane, i pappagalli veri e le palme di plastica.
Ma ci sono le colonne portanti che continuano a caratterizzare la Romagna.
Una delle colonne portanti è il chiosco di piadine. Il chiosco di piadine è un piccolo tempio dove la 'rzdora o il baffo detta la sua legge... ne sono sorti centinaia, da Cervia a Castrocaro, di chioschi di piadine. La piadina è un cibo del neolitico. Ma i chioschi sono storia più recente. Trent'anni orsono (tanti sono gli anni che mi separano dal mio primo chiosco di piadine della memoria) i pionieri della farina con lo strutto che agitavano i loro manicotti bianchi sui ripiani roventi, facevano solo piadina e prosciutto crudo, oppure un calzone di piadina ripieno di quest'erba comune tanto facile a crescere nelle nebbie e piogge romagnole da beccarsi il titolo di "crescione".
Poi il menù dei chioschi di piadine ha incluso lo squacquerone (formaggio fresco locale usato per farcire i cappelletti), lo stracchino e la rucola, il pomodoro e la mozzarella, il prosciutto cotto e i funghi, e progressivamente siamo arrivati all'aberrante connubio di nutella e banane (per la gioia dei diabetici).
Un'altra colonna portante è il liscio. Molti credono che il liscio non abbia radici, in realtà è un'elaborazione del saltarello, della mazurka e di altri balli popolari che si facevano nelle aie. Poi è arrivato Secondo Casadei che ha inventato Romagna mia.
L'abbigliamento dei musicisti di liscio è una cosa degna di nota: ciuffo rockabilly, cravatta papillon, giacca coi brillantini fuxia, scarpe leopardate. Mentre le cantanti dal ricciolo permanentato o liscio melange stile cavia peruviana indossano minigonne mozzafiato simil domopack di alluminio. Ad ogni modo, ai romagnoli piace ballare. A dire la verità, piace mangiare, ballare e fare l'amore.
Entrare in una discoteca romagnola è una full immersion nel kitsch dove può capitare di trovare un baldo settantenne vestito come un adolescente con tanto di jeans fasciatissimi e di parrucchino biondo a caschetto (sembrava il nonno di Benny Hill) che si da da fare con due ragazze, oppure (com'è capitato a me) trovarmi un uomo che si siede accanto e si presenta "Piacere, sono giornalista" "In quale giornale lavori?" "Negli annunci economici".
Terza colonna portante i vitelloni. Esistono ancora, ragazze. Non li ha inventati Fellini. Verso sera, quando il sole tramonta dall'altra parte (non ho mai capito perché si ostinano a fare le cartoline con sopra scritto tramonto sull'Adriatico) se ne stanno seduti al tavolo di un bar sulla spiaggia con la schiena tirata tutta indietro e ci fanno la radiografia. Sguardo obliquo e vagamente interessato. Stakanovisti del sesso, almeno a parole, parlano solo ed esclusivamente di quello.
L'uomo romagnolo che fisicamente è riassunto nell'immagine di Piero Focaccia assomiglia al meridionale con in più il fatto che di certi argomenti parlano a voce alta, anzi ti urlano quasi nell'orecchio. Tutti i romagnoli e le romagnole parlano (e ridono) con un tono di voce più alta del consueto. Sui pulmann di linea dovrebbero mettere il cartello "vietato parlare al conducente, perché se no il conducente ti fa un comizio di risposta". E così, in poco tempo, apprendi un sacco di particolari della loro vita intima, compresa una corrispondenza con una brasiliana e una ucraina, che sono il "non plus ultrax" e li fanno fare "Ooooooscia" con un risucchio di respiro che pare quello di una cannuccia al termine della bibita.
Il vitellone romagnolo oggi è avvantaggiato dalla chat e dai sms, ma fondamentalmente non è cambiato: è esterofilo, ha la stessa automobile con la prima marcia ingranata e il gomito fuori dal finestrino per seguire le ragazze passo passo, la stessa camicia hawaiana sbottonata, la stessa catenina in finto placcato oro, gli stessi capelli portati un po' lunghi dietro, gli stessi rayban, gli stessi baffi spioventi da Asterix, la stessa abbronzatura che inizia con la lampada in aprile e termina con la crociera di ottobre, le stesse frasi da rimorchio. E siccome il modo di parlare le lingue straniere per un romagnolo è terrificante, sentirli parlare "in straniero" è quanto di più divertente si possa immaginare.
Una volta tanto per cavarmi uno sfizio, mi finsi tedesca (cosa facilissima per me) con uno di questi. Non so perché, ma mi venne naturale. Mia madre era abituata a difendersi dagli assalti dei venditori ambulanti al mercato che le proponevano occhiali da sole urlando "Luki luki, fròilen" "Cosa luki, non sono mica tedesca!".
Il tipo fermò la macchina dove stavo io, e cominciò a dirmi "Fròilen... ensciuldighenzibitter". Alché restai al gioco. Il suo tedesco annaspava, ma tentò lo stesso (il romagnolo è coraggioso, tenta sempre e comunque, ha l'istinto riproduttivo come i salmoni controcorrente) e iniziò a chiamarmi "Cameraden" e poi si scusò "il mio tedesco è quel che è" e subito dopo mi propose di "Vulevù spazziren con me sul lungomaren si bitter, una bella promenade, solo questo" e poi aggiunse "a Cesenatico" e mi ripetè scandendolo "a Ce-se-na-ti-co" perché quel nome profumato di arselle e di vongole mi arrivasse fin sotto le ascelle mongole. Ero piegata in due dal ridere, ma impassibile.
Credo che il finto placcato oro entrerà a pieno titolo nei miei neologismi. La prossima volta che entro nell'oreficeria di quel giocatore d'azzardo, che ha delle cose veramente carine a un prezzo contenuto, gli dico "Scusi, vorrei la catenina finto placcato oro, devo fare la patacca".

Pralina Tuttifrutti

lunedì 7 dicembre 2009

SPIRITISMO

Olindo Guerrini, noto anche come Stecchetti (1845-1916), è stato uno dei più grandi poeti romagnoli. Debuttò con POSTUMA nel 1877, guadagnandosi l'appellativo di "Baudelaire italiano", ma si rivelò anche grande umorista nei SONETTI ROMAGNOLI nonchè coltissimo poeta e polemista. Visse a Bologna dove era Bibliotecario dell'Alma Mater e fu (al pari di un altro grande scrittore romagnolo dell'epoca, Alfredo Oriani), un grande appassionato e cultore della bicicletta. Mazziniano fervente, fu un anticlericale convinto seppure in modo bonario, al punto che persino Papa PIO X si divertiva moltissimo benchè tirato in ballo grazie anche alla traduzione in romagnolo di Decimo, cioè Disum, che oltre a Decimo traduce anche Sciocco, Stupido, eccetera. Questo sonetto l'ho tradotto in italiano e adattato per il mio spettacolo teatrale Storie e ballate di uomini, animali e belve, compilation di brani poetici in dialetto romagnolo, milanese, veneto e romano (link operculumtheatre.jimdo.com).


la vedova inconsolabile
si dà allo spiritismo
e di sera incontra
in casa sua un signore
che di giorno in chiesa
insegna il catechismo

l'altra sera, dopo il
solito preliminare
del tavolino che batte
e che risponde,
la vedova ha voluto
il caro estinto
interrogare

"amore, se ci sei
rispondimi!"

"eccomi, tesoro,
sono qua, sono qua!"

"oh, finalmente,
e dimmi tesoro,
dove sei?"

"ma sono qua, tesoro,
sono qua in eterno"

"sono contenta, e...
dimmi, stai bene?"

"sorbole! sto meglio
che con te!"

"sei dunque in Paradiso?"

"ennò, checcaz,
sono all'inferno!"

sabato 17 ottobre 2009

Un omicidio eccellente di milleseicento anni fa

Flavio Stilicone non era ancora cinquantenne quando il 22 agosto del 408 proprio qui a Ravenna venne fatto uccidere per ordine dell'Imperatore Onorio. Di padre vandalo e madre romana, Stilicone si era sempre considerato cittadino romano ed aveva scalato pian piano tutti i gradi della carriera militare. L'imperatore Teodosio, morto nel 396, gli aveva affidato la tutela dei figli Arcadio e Onorio, preposti alle due parti dell'impero romano unito soltanto di nome. Infatti ci furono subito contrasti riguardo all'Illiria (l'odierna Dalmazia), il cui dominio era rivendicato da Stilicone contro le pretese della corte di Bisanzio. Inoltre Alarico, astuto re dei Visigoti, benchè sconfitto ripetutamente da Stilicone, continuava a minacciare l'Italia. Forse per eccesso di prudenza, o perchè non c'erano più forze sufficienti, Stilicone convocò il Senato, consigliando di venire a patti con Alarico. Il Senato invece rifiutò la proposta, memore del'antica gloria romana, con la frase famosa: "Non est ista pax, sed pactio servitutis" (credo non serva tradurre). Da qui il generale mezzosangue cominciò a perdere credito: fu accusato di mirare al trono e di molto altro ancora. A tali accuse prestò fede anche Onorio, che a Pavia fece trucidare molti ufficiali di Stilicone. Il quale, invece di mettersi alla testa delle truppe rimastegli fedeli, riparò a Ravenna rifugiandosi in una chiesa. Uscito dal tempio dopo che gli era stata promessa incolumità, fu invece circondato a tradimento. Vistosi perduto, offrì egli stesso il collo al carnefice che gli tagliò la testa. Tutto questo fu invano, perchè due anni dopo Alarico scese a Roma e la mise a sacco. Di Stilicone rimane un dittico in bassorilievo conservato a Monza.

mercoledì 30 settembre 2009

Caro Sindaco di Ravenna...

E poi dicono della crisi della sinistra! Per capirne di più basta analizzare il comportamento di certi primi cittadini targati PD e che, forti di un consenso che ora sta perdendo appeal, governano per grazia ricevuta grosse città romagnole. E' il caso di Fabrizio Matteucci, 52 anni, sindaco di Ravenna. Traggo da una sua recente intervista che è intenzione del Comune "aprire una discoteca nella zona di Via Faentina" per far sì che i "giovani ravennati non escano più dalla città durante le nebbiose serate d'inverno per andare a divertirsi fuori, rischiando la vita". Intento nobile, per carità. Peccato che: a Ravenna sono esistite negli ultimi 25 anni due discoteche e due night-club, che hanno avuto una vita media stimabile fra i 5 e gli 8 anni. L'ultimo night-club andava così bene che il proprietario gli diede fuoco per incassare i soldi dell'assicurazione, tentativo fallito. Insomma, i giovani ravennati pare preferiscano emigrare a Bologna, Rimini e oltre ancora, ma questo non da oggi. Il Sindaco però questo non lo sa, anzi, insiste e afferma che oggi "Ravenna ha una movida notturna paragonabile a quella di Madrid". I casi sono due a questo punto: o a Madrid da qualche mese fanno il coprifuoco dopo le 23, oppure il Sindaco Matteucci fuma di brutto, perchè salvando la stagione estiva (e ci mancherebbe) dove ti viene proposto davvero di tutto, per i restanti otto-nove mesi la noia e il tedio sono assicurati. Poi non si capisce questa discoteca da chi dovrebbe essere gestita, dato che si parla di iniziativa comunale. Chi farebbe il DJ, per esempio, lui? Naturalmente tutto questo a discapito dei problemi veri. Con i miei stessi occhi ho assistito recentemente a questa scena: ero nell'ufficio dei Vigili Urbani per ottenere un permesso di scarico temporaneo in pieno centro. Dopo di me entra un signore visibilmente alterato, qualificandosi come dipendente della Bartolini Autotrasporti. In pratica gli orari per lo scarico merci in centro terminano alle 19,30 per il mattino e alle 16,30 per il pomeriggio. Peccato che gli autotrasportatori riescano ad avere il carico solo alle 9,45 avendo così a disposizione poco più di mezz'ora al mattino. Il signore lamentava di avere già preso due multe dai solerti addetti al traffico locale e che di queste era responsabile lui stesso (in pratica la propria paga di una settimana gli andava via così), e che avrebbe di ciò informato quotidiani e mass media locali. Il povero vigile addetto allo sportello non ha saputo far altro che dire che di tutto questo lui non era chiaramente responsabile, e che al massimo poteva inviare un esposto al Sindaco per tentare di far modificare l'ordinanza comunale in merito agli orari. Giustificazione condivisibile, se non fosse che il Sindaco pare sia impegnato in altri progetti, come si è già detto. Ed è con questo tipo di politici che la sinistra pensa ad una riscossa alle prossime elezioni?

venerdì 18 settembre 2009

GEORGE BYRON A RAVENNA


Questo è il titolo della commedia dello scrittore forlivese Giovanni Spagnoli andata in scena recentemente al Teatro Rasi di Ravenna, e che ha finalmente reso giustizia a questa grande figura del romanticismo inglese, vissuto dal 1788 al 1824. Reso giustizia, intendo, in senso localistico, in quanto la figura di Byron è a tutt'oggi ben nota e universalmente ammirata ovunque. Ravenna, però, detiene la "sventura" di essere stata l'ultimo rifugio di Dante Alighieri, e per cui agli "intellettuali" locali pare cosa buona e giusta disfare i corbelli parlando sempre & soltanto del Sommo Poeta, trascurando bellamente tutto quello che a Ravenna è successo dopo il 1321. George Gordon Byron era uno spirito libero e inquieto e, benchè già famoso a soli vent'anni come poeta e drammaturgo, e pur godendo di una grande posizione politica (era un Lord con simpatie laburiste), dovette abbandonare la Gran Bretagna nel 1816 per uno scandalo a sfondo sessuale. Fu infatti accusato di incesto verso una sorellastra e omosessualità, benchè sposato a una intellettuale londinese da cui ebbe una figlia che in seguito diverrà una grande matematica, i cui calcoli hanno portato alla nascita dell'intelligenza artificiale e dei computer nel secolo scorso. Si spostò in Europa per almeno due anni insieme ad un altro grande poeta, Percy Bissey Shelley, dalla cui sorellastra (ancora!) ebbe una figlia nel 1817 a cui fu imposto il nome di Allegra, e che scomparve a soli cinque anni in un convento di suore a Bagnacavallo, venti chilometri a ovest di Ravenna. Finì per stabilirsi a Mira, presso Venezia, e da qui parte la nostra storia. Nella primavera del 1819, presso il salotto della Contessa Benzoni a Venezia, conobbe Teresa Gamba, giovane rampolla di una famiglia patrizia della città romagnola. Teresa aveva 19 anni ed era stata data in moglie a un Conte della sua città, Alessandro Guiccioli, di oltre quarant'anni più vecchio. La nobiltà ravennate non aveva mai fatto mistero delle sue simpatìe giacobine e, durante il Regno Napoleonico, si era arricchita enormemente acquistando a prezzi stracciati le proprietà del clero che Napoleone aveva confiscato. Tra Byron e Teresa nasce una forte attrazione sia fisica che spirituale e, il 9 giugno di quell'anno il Poeta sbarca per la prima volta a Ravenna, prendendo alloggio presso l'albergo "Imperiale", che in realtà era poco più di una stamberga, e che sorgeva dove oggi c'è la moderna Biblioteca "Alfredo Oriani" (grande scrittore romagnolo morto nel 1911, patito della bicicletta). In pratica a cento metri dalla Tomba di Dante. A Ravenna ritorna in pianta stabile nell'inverno successivo e, a un veglione carnevalesco in casa del Conte Cavalli (che qualche anno dopo ospiterà anche Giacomo Leopardi, di cui era grande amico), si presenta come "cavalier servente" della Contessina Teresa, in pratica l'amante ufficiale. La figura del "cavalier servente" era in auge già da secoli e accettata in pratica da tutti, marito compreso (cornuto e contento, come si dice oggi). Difatti è lo stesso Conte Guiccioli ad affittare a Byron il primo piano del suo palazzo nell'odierna centralissima via Cavour. Byron vi entra accompagnato da ben sette domestici e da un vero e proprio zoo ambulante: nove cavalli, un bulldog, un mastino, due gatti, tre pavoni e un'oca che gli era stata regalata per il pranzo di Natale, ma che il poeta aveva risparmiato. Dopo poco lo raggiunge l'amico e sodale Shelley, che riguardo alla città ebbe a scrivere alla moglie, la grande scrittrice Mary Wollstonecraft: "E' una città miserabile... gli abitanti sono barbari e selvaggi, e la loro parlata è il più infernale dialetto che si possa immaginare". Opinione che avrà qualche decennio più tardi un altro grande di passaggio, Oscar Wilde. A Ravenna George Byron impiega il suo tempo scrivendo, cavalcando un pò i suoi nove cavalli e un pò la sua Teresa, ma sopratutto trescando con suo fratello Pietro per un motivo che gli aveva acceso la fantasìa: la nascente setta dei CARBONARI. Byron era un eccellente pistolero e di fatto diventa il maestro d'armi dei "Cacciatori Americani", il gruppo carbonaro fondato da Pietro e che si radunava a far prove di tiro in pineta. Si avvicina infatti il 1821, anno in cui i Carbonari pensavano di sollevare la Penisola e scacciare i vari signori e potenti, con in testa il Papa. Ma i moti saranno un fallimento. Byron aveva fatto della cantina di palazzo Guiccioli un arsenale e questo non piacque al vecchio Conte, che pensò bene di denunciare alle autorità l'ormai ingombrante ospite in cambio di un sostanzioso colpo di spugna sulle gravose tasse che l'erario papalino pretendeva in alternativa alla restituzione delle sue vecchie terre ai tempi di Napoleone. Byron, Teresa e Pietro fuggono nel novembre del 1821, riparando prima a Pisa e poi a Livorno. In due anni di permanenza a Ravenna Byron partorì quattro grandi capolavori drammaturgici: "CAINO", "MARIN FALIERO", "SARDANAPALO" e "I DUE FOSCARI", più alcuni brani del "DON GIOVANNI", la "PROFEZIA DI DANTE" e il "LAMENTO DEL TASSO", scritto quest'ultimo dopo un viaggio presso la cella del Tasso nella vicina Ferrara. George Byron soggiornò presso i coniugi Shelley a LaSpezia, ma la morte della figlia e di lì a poco degli stessi Shelley lo prostrarono profondamente. Riprese quindi a trescare con Pietro Gamba per una nuova eccitante avventura: la guerra dei Greci contro i dominatori Turchi. Dopo un commovente addio all'amata Teresa (che morirà nel 1873), giunse a Patrasso nella primavera del 1824. Ma la fine per lui non fu quella gloriosa che aveva immaginato. Morì infatti per un attacco di meningite causato da febbri reumatiche, a Missolungi. La spedizione militare si rivelò, anche qui, un fallimento. Le sue spoglie furono riportate in Inghilterra dove riposano accanto a quelle della prima figlia, Ada. Di lui scriverà Giuseppe Mazzini molti anni dopo: "L'ETERNO SPIRITO DELL'INTELLETTUALE LIBERO DA CATENE NON EBBE MAI PIU' SPLENDIDA APPARIZIONE FRA DI NOI". Di Byron rimangono dipinti e statue un pò ovunque, come questa che è presso Villa Borghese a Roma. Lode quindi al PICCOLO TEATRO CITTA' DI RAVENNA che ha messo in scena un lavoro così serio e impegnativo, con oltre 40 tra attori e comparse e con un complesso di scenografìe e costumi d'epoca degno di una compagnia professionistica, anche se la recitazione in vari punti è apparsa un pò troppo accademica.


lunedì 24 agosto 2009

C'era una volta Bertinoro

Reportage triste da una serata domenicale di fine agosto nel balcone di Romagna. Bertinoro è un paesino medioevale, sito su due collinette, di cui una utilizzata in gran parte da un ripetitore TV già dagli anni 60, alte circa 300 metri e a metà strada fra Cesena e Forlì. Un paesino in gran parte medioevale, con in piazza l'antica colonna "dell'ospite", munita di anelli a cui i viandanti legavano i finimenti dei cavalli. Un paesino cantato dal grande poeta romagnolo Aldo Spallicci, scomparso da alcuni decenni, e che reca una curiosità simpatica: il Club dei Brutti, che ogni anno promuove la gara per stabilire il più brutto d'Italia. Una località un tempo di gran moda e dove si mangiava molto bene. Ma il degrado e la recessione non hanno risparmiato questo ex angolo felice. Metà paese è in vendita: case private e attività di ogni tipo. Gli affitti sono alti, considerato che poi ti devi spostare in pianura per tutto: dai 500 in su, e le case sono tutte piccole e quasi tutte da ristrutturare. I ristoranti, come la mitica Cà de Bè, che è anche piccolo museo della civiltà vinicola locale, sono sporchi, offrono un servizio appena passabile e risparmiano su tutto. Alla Cà de Bè si mangia all'esterno sulla terrazza con tavoli presi dall'OBI -plastica verde da giardino- con posate leggerissime da discount. L'ordine ti arriva dopo più di mezz'ora e la piadina servita è senza infamia nè lode: Il Ristorante Belvedere che una volta serviva crostini da sogno ha cambiato gestione, e ora propone menù per tasche ben fornite dai 40 in sù per un pasto completo. Quanto buono non si sa. Non che alla Cà de Bè si sia speso poco: in due per una bottiglia d'acqua, un crescione e una piadina al formaggio 12,70 euro. E ti alzi che hai ancora fame. Non è andata meglio in una crostinoteca alla fine del paese verso ovest. Venti euro per "crostini" fatti su pane da pancarrè di evidente provenienza Conad a essere generosi (addirittura pezzi di margherita che non c'entrano nulla) con mini bottiglia d'acqua e bicchiere di vino rosso. Il gestore, se non altro, compensa con un dolce e un caffè offerti alla fine, ma il disagio nostro e suo è palpabile. Addirittura quando gli rievoco i tempi dei crostini del "Belvedere", si allarga: "E i nostri come sono?". Roba da piangere. Non a caso, a parte la Cà de Bè, i locali sono tutti semivuoti e tristi, con luci pubbliche a dir poco spettrali. In piazza c'è un tizio che suona canzoni alla chitarra di un pò tutti gli autori possibili, ma senza nemmeno uno straccio di amplificazione, davanti a quattro gatti tristi come bisce. Pochissime coppie a braccetto in quello che un tempo era il paese degli innamorati per antonomasia. Il castello, vestigia di tempi assai più gloriosi, sembra guardare impotente dalla sommità del colle tutto questo degrado moderno. Un pò la crisi, un pò le mode che passano, ma non è più la Bertinoro dei miei anni verdi. E con lei anche la Romagna, in palese crisi d'identità ormai da un pezzo. Rievocare la "vecchia" Romagna mi sembra quasi di riesumare il vecchio West con Toro Seduto e il generale Custer. Che tristezza, davvero.